Per uscire dalle crisi, non serve svalutare o dollarizzare: bisogna governare bene

Carlos Menem (Retrato Oficial 1989)
Presidencia de la Nación Argentina [CC-BY-2.0], via
Ancora una volta mi ritrovo a dover spiegare che uscire dall’euro non è la soluzione a niente. Ma devo essere maggiormente preciso: pensare di risolvere una crisi economica solo cambiando (il valore del)la moneta è roba da analfabeti forti.

Alcuni dicono che se usciamo dall’euro e svalutiamo, riusciamo a ripartire. Altri dicono che non serve svalutare, basta affidarsi al libero mercato delle valute, la moneta si svaluta da sé, e otteniamo lo stesso effetto. Mi ricordano quelli che, quando è arrivato l’euro, pensavano che avrebbe risolto tutti i problemi come per magia: siamo entrati nell’euro = più Lamborghini per tutti.

La storia, anche recente, ci ricorda che non è così. Sia la “dollarizzazione” (o la “marchizzazione” o l'”eurizzazione”) sia il suo opposto, la svalutazione, non servono a nulla se restano l’unica soluzione attuata. Si pensi all’Argentina: prima aveva il peso agganciato al dollaro, ma poi le cose sono andate male e ha svalutato; le cose sono andate meglio per qualche anno, poi il malgoverno ha riportato la crisi, il peso ha continuato a perdere valore e gli argentini oggi fanno a gara per accaparrarsi moneta forte, tanto che il governo Kirchner ha dovuto imporre restrizioni sul cambio. Qualcosa di simile è avvenuto per lo Zimbabwe.

Se con una moneta debole le cose vanno male, e se con una moneta forte le cose vanno male, secondo voi, usando la logica elementare, il problema è la moneta? O forse dobbiamo cercare la fonte della nostra tragedia altrove?

La storia economica dell’Argentina ci aiuta a capire che il problema non è la moneta, ma il Governo, la politica economica: se non riformi, se non investi, puoi usare tutte le monete del mondo, ma ti andrà sempre male. Il mondo cambia, e la politica deve adattare il Paese a nuove sfide. Se non lo fa, pluff, si affondi. Sono decenni che in Argentina (e in Italia) si va avanti coi mezzucci, e prima o poi la realtà ti sfonderà il cranio, è inevitabile.

Per rimanere piuttosto recenti, in Argentina ci fu una crisi economica alla fine degli anni Ottanta dovuta all’inflazione. Fu eletto Menem (il tizio in foto), il quale agganciò il peso al dollaro per contenere l’inflazione (riuscendovi). Le cose andarono meglio per un po’, poi andarono di nuovo peggio, perché Menem governò male. Arriviamo al 2001, alla svalutazione del peso e al default. Di nuovo le cose vanno meglio, poi vanno di nuovo peggio (con politiche uguali e contrarie a quelle di Menem). Il peso si svaluta e l’economia si dollarizza di nuovo.

Se una moneta risolve i problemi, perché tornare alla lira? Torniamo direttamente alle monete regionali: al nord usiamo la lira, al sud il ducato borbonico. Svalutiamo quest’ultimo più della prima et voilà, il Sud rinasce e l’Italia si compra il Sudamerica. E allora perché non creare una moneta per ogni provincia, per ogni Comune o per ogni quartiere?

Il punto è che, una volta entrati in un’area valutaria, bisogna impegnarsi per rimanerci dentro, prendendo la moneta come data, fissa, immobile, stabile e gestita da un’autorità indipendente (che possa decidere anche una svalutazione, se necessario1 . Il problema dell’Unione Europea è proprio questo: la moneta c’è e funziona, ma i Paesi che compongono l’Unione non spingono verso la strada dell’integrazione volto alla creazione di un’area valutaria ottimale. L’area valutaria dell’euro è molto integrata, ma non in modo completo, ed è questo che fa andare male le cose, non la moneta in sé.

Si dice che con la lira si stava meglio: dal punto di vista di area valutaria ottimale probabilmente sì. Purtroppo (o per fortuna) il mondo cambia, e bisogna inevitabilmente adattarsi o declinare. Nel mondo stanno emergendo enormi potenze (dopo gli USA, stanno arrivando i BRIC: guardate la cartina geografica per fare un confronto): credere che staterelli minuscoli come quelli europei possano, nel lungo periodo, mantenere una qualche rilevanza rispetto a questi colossi significa avere molta fantasia. La tendenza del mondo globalizzato, infatti, è creare aree sempre più vaste dove gli uomini e le cose possano viaggiare liberamente. L’Italietta della liretta diventerebbe la periferia della periferia europea e declassata da potenza mondiale a Paese in via di sottosviluppo.

Data questa tendenza, l’integrazione europea è una questione di sopravvivenza, e l’euro ne è un necessario tassello, oltre che un simbolo. Bisogna continuare a viaggiare verso l’integrazione europea e bisogna farlo cambiando radicalmente il paradigma. Non ha senso che ogni Paese faccia ciò che gli pare. La moneta dell’Unione Europea è l’euro, se non la adotti, quella è la porta. Tolti di mezzo quelli che stanno con un piede dentro e uno fuori, si potrà proseguire più speditamente verso l’integrazione. Basti pensare a quella fiscale, che è uno dei pilastri di un’area valutaria ottimale: uno dei motivi per il quale la Tobin Tax non verrà adottata in Europa (oltre al fatto di essere una tassa cretina e dannosissima anche per i lavoratori e che non regolerà gli eccessi del sistema bancario) è perché tutti i Paesi UE senza euro (ma non solo loro) non la vogliono. Uno dei maggiori problemi per le decisioni sul bilancio europeo viene dal fatto che un Paese mezzo fuori, mezzo dentro e per tre quarti ubriaco (la Gran Bretagna, ma è solo un esempio) fa ostruzionismo. Un piccolo calcio lì dove è più morbido alla Gran Bretagna, un grande balzo per l’Unione Europea.

Infine, bisogna ricordare che l’euro c’è. L’unico modo per toglierlo di mezzo è farlo in modo ordinato e graduale. Il problema è che non si può: si dovrebbe approntare un piano segretissimo e fare il cambio di valuta nel giro di un weekend. Ma basta un niente per scatenare la catastrofe, basta un timore per scatenare il panico e il caos. E non è un’ipotesi scolastica, ma quello che è successo un anno fa: fra i motivi per cui lo spread è esploso sul finire del 2011 c’è anche il rischio di conversione, ovvero la paura di rottura dell’euro. E uno dei motivi per il quale gli spread si sono ridotti è perché la BCE è intervenuta a far scemare tale rischio.

Questo rischio, però, tornerà se la politica non spingerà sull’acceleratore delle riforme. L’euro è qui, lo si lasci in pace in mano alla BCE, e se vogliamo uscire dalla crisi la risposta si chiama buon governo. Bisogna riformare, investire, attirare cervelli, premiare il merito, stroncare le rendite, distruggere evasori, corrotti e mafie.

Chi chiede la svalutazione si ricordi della storia: l’Italia ha svalutato più e più volte negli ultimi decenni, invece di riformare, investire, eccetera. Il risultato è sempre stato il medesimo: la febbre si abbassa per qualche anno, poi il tumore che ci portiamo dentro riesplode in tutta la sua gravità, peggiorato.

La svalutazione abbassa la febbre, ma dopo un po’ il corpo si assuefa e si finisce come Argentina e Zimbabwe. Dobbiamo curare la malattia, se non vogliamo fare quella fine. Le scorciatoie sono la strada più breve verso il baratro.

  1. Ma non lo è, né è auspicabile: lo ha detto pure Monti, non ci sono chiusure mentali, ma pensare che la svalutazione risolva qualcosa significa prenderci in giro. []
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14 Comments

  1. “la moneta c’è e funziona, ma i Paesi che compongono l’Unione non spingono verso la strada dell’integrazione volto alla creazione di un’area valutaria ottimale”

    Ineccepibile, in teoria. Però quando si passa al mondo reale, trasformare Grecia, Portogallo, Spagna e centro-sud Italia in regioni simil-mitteleuropee è facile quanto lo è cambiare la mentalità, la cultura e le abitudini delle rispettive popolazioni: sono processi difficili e che duranno decenni. Nel frattempo condanni quelle regioni alla depressione economica.

    “Se una moneta risolve i problemi, perché tornare alla lira? Torniamo direttamente alle monete regionali: al nord usiamo la lira, al sud il ducato borbonico. Svalutiamo quest’ultimo più della prima et voilà, il Sud rinasce e l’Italia si compra il Sudamerica. E allora perché non creare una moneta per ogni provincia, per ogni Comune o per ogni quartiere?”

    Un’area valutaria ottimale prevede anche che ci siano (1) trasferimenti dalle regioni ricche a quelle povere e (2) la possibilità per le persone di andare a lavorare dove c’è più offerta.

    Ma queste due possibilità a livello europeo sono limitate: la Lombardia può mantenere gli sprechi della Sicilia, al massimo ci sarà un po’ di protesta leghista, ma l’idea di Italia unità non è mai stata messa in discussione. Pensare che la Mitteleuropa mantenga allo stesso modo i PIGS è irrealistico. E poi è pure numericamente impossibile: è stato calcolato che la sola Germania dovrebbe trasferire ogni anno non meno dell’8% del suo PIL ai paesi più poveri.

    E anche la possibilità di andare a lavorare all’estero è limitata: dalla lingua, dalle regole, dagli usi diversi. Un contabile calabrese disoccupato potrà trovare lavoro in Lombardia, mentre sarà più difficile per lui farlo in Baviera.

    “credere che staterelli minuscoli come quelli europei possano, nel lungo periodo, mantenere una qualche rilevanza rispetto a questi colossi significa avere molta fantasia. La tendenza del mondo globalizzato, infatti, è creare aree sempre più vaste dove gli uomini e le cose possano viaggiare liberamente.”

    Ma in Europa persone e merci già viaggiavano liberamente prima dell’Euro. E viaggiano liberamente anche nei paesi che non hanno adottato l’Euro.

    “Chi chiede la svalutazione si ricordi della storia: l’Italia ha svalutato più e più volte negli ultimi decenni, invece di riformare, investire”

    Non è che una cosa escluda l’altra. Poi non era l’Italia a svalutare, era il libero mercato delle valute a farlo. E facendolo dava alla Lira il suo esatto valore di mercato. Il problema è che oggi la base monetaria che circola in Italia è sopravvalutata di un n%, e ciò si riflette in una difficoltà dell’economia. E tanto alla fine, per farla breve: o svaluti la moneta di un n% o svaluti i salari (e i prezzi) di un n%.

      1. È chiaro che una tesi che dica che occorre governare bene per uscire dalle crisi è condivisibile da tutti: è una banalità.
        Dopo di che la domanda allora portebbe essere: >i>usciremmo dalla crisi più velocemente mantenendo o smantellando l’Euro? Se non addirittura: usciremo mai dalla crisi restando nell’Euro oppure le cose si aggraveranno e basta?

        1. ((Peccato cheil sistema dei commenti mi abbia segato l’intera risposta.)

          Direi che dai forza alle mie tesi.

          >Nel frattempo condanni quelle regioni alla depressione economica.

          Che è esattamente quello che sta succedendo: o ci rendiamoconto che il bengodi è finito o euro o non euro il conto arriverà. La lira avrebbe semplicemente spostato nel tempo la resa dei conti.

          >è stato calcolato che la sola Germania dovrebbe trasferire ogni anno non meno dell’8% del suo PIL ai paesi più poveri.

          Vorrei leggere lo studio originale: non c’è solo la Germania fra i Paesi ricchi, come non c’è solo la Lombardia a effettuare trasferimenti. Sono comunque abbastanza certo che, in base a regole certe e fatte rispettare, la Germania, volente o nolente, qualcosa trasferirà: alla Germania la rottura dell’euro costerebbe comunque non poco.

          > Un contabile calabrese disoccupato potrà trovare lavoro in Lombardia, mentre sarà più difficile per lui farlo in Baviera.

          I flussi migratori ci sono da una vita e ci saranno sempre. In tempi recenti l’emigrazione dai Paesi poveri alla Germania è pure aumentata, e non vedo troppe differenze coi calabresi che emigravano a inizio Novecento verso Australia, Sudamerica e USA o coi calabresi che emigravano in Lombardia nel dopoguerra (calabresi e lombardi avevano lingue e usi diversi, e quanto alle regole, è appunto questo che intendo quando parlo di integrazione europea). http://www.treccani.it/magazine/piazza_enciclopedia_magazine/societa/Se_la_Germania_e_ancora_una_terra_promessa_per_gli_italiani.html
          L’euro aiuta questo fenomeno che a livello generale è salutare. Le difficoltà a emigrare sono prima di tutto personali, per le altre barriere il processo è in atto.

          > Ma in Europa persone e merci già viaggiavano liberamente prima dell’Euro. E viaggiano liberamente anche nei paesi che non hanno adottato l’Euro.

          Vuoi mettere farlo senza dogane, rischi di cambio e rotture varie?

          >Non è che una cosa escluda l’altra. Poi non era l’Italia a svalutare, era il libero mercato delle valute a farlo. E facendolo dava alla Lira il suo esatto valore di mercato. Il problema è che oggi la base monetaria che circola in Italia è sopravvalutata di un n%, e ciò si riflette in una difficoltà dell’economia. E tanto alla fine, per farla breve: o svaluti la moneta di un n% o svaluti i salari (e i prezzi) di un n%.

          L’ho spiegato nell’articolo: nessun tabù sulla svalutazione, ma in questo momento sarebbe l’ennesimo alibi contro le riforme.

          1. “Che è esattamente quello che sta succedendo: o ci rendiamoconto che il bengodi è finito o euro o non euro il conto arriverà. La lira avrebbe semplicemente spostato nel tempo la resa dei conti.”

            E ti pare poco? Io non mi sento di prendere alla leggera il fatto che le imprese chiudono, la gente perde il lavoro e compiacermene perché finalmente il paese non ha più alibi per fare le riforme che altrimenti non vuole. Oggi il paese ha assoluto bisogno di spostare un po’ più in là il momento in cui dovrà farle, anche se ciò implicasse rinviarle sine die. Perché farle proprio ora che c’è una recessione, la aggrava.

            “Vorrei leggere lo studio originale: non c’è solo la Germania fra i Paesi ricchi, come non c’è solo la Lombardia a effettuare trasferimenti”

            Lo trovi qui. In Italia, se guardiamo la spesa regionale (Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige a parte, ma sono regioni demograficamente piccole, quindi l’impatto è trascurabile), il nord fino alla Toscana inclusa è contributore, le Marche sono “neutre”, e dall’Umbria in giù (Lazio compreso, di fatto, anche se non nominalmente) invece ricevono. In pratica il nord Italia vuole mantenere il centro-sud (perché si sente italiano) e può farlo (perché appunto la Lombardia non è da sola a farlo, e il nord è la zona più popolata d’Italia).

            In Europa il discorso cambia: in primo luogo la Mitteleuropa non vuole, o non vorrebbe, se preferisci. Trasferiranno più per convenienza e che per ideale europeo (tu li manterresti i Greci se potessi scegliere?). In secondo luogo il rapporto fra Europa “ricca” ed Europa “povera” è troppo sbilanciato a favore della seconda: per decidere chi va in ciascuna delle due categorie basti guardare quali valute nel 1992 finirono nel mirino della speculazione e quali no.

            “Le difficoltà a emigrare sono prima di tutto personali, per le altre barriere il processo è in atto.”

            Un contabile, un avvocato, una segretaria, un insegnante, un operatore di call center, un impiegato amministrativo, un assistente sociale, giusto per citare qualche tipo di lavoro possono emigrare al nord e trovare lavoro nei rispettivi campi. Ma all’estero sarà molto più difficile riciclarsi nella loro professione: spesso dovranno accettare lavori umili, dove non è richiesta la conoscenza della lingua a un alto livello o delle regole e norme locali. E comunque uno straniero o arriva in un paese con qualifiche molto alte, oppure rispetto ai locali sarà sempre sfavorito. E questo limite frena la mobilità della gente.
            E poi sì: ci sono anche le difficoltà personali. Non a tutti fa piacere vivere in un paese straniero dove sei cotretto tutto il giorno a comunicare in una lingua che non è la tua.

            “Vuoi mettere farlo senza dogane, rischi di cambio e rotture varie?”

            Le dogane già non c’erano. È vero che il rischio di cambio è un ostacolo in più, ma veniva affrontato stipulando delle polizze. Nulla che comunque non occorra allorché si commercia coi paesi non-Euro: per cui o immaginiamo una moneta unica mondiale oppure, dato che non vedo come il resto dei paesi UE possa e voglia a questo punto aderire all’Euro (così la Germania dovrà mantenere anche quelli…) e dato che il commercio fuori dalla zona Euro è percentualmente in aumento, il vantaggio della moneta unica va un attimino relativizzato.

          2. >Oggi il paese ha assoluto bisogno di spostare un po’ più in là il momento in cui dovrà farle, anche se ciò implicasse rinviarle sine die. Perché farle proprio ora che c’è una recessione, la aggrava.

            Rinviare le riforme sine die è ciò che ci sta spingendo sempre più a fondo. Sono mesi che sto dicendo che vanno fatte in modo più graduale, per cui concordo, ma la svalutazione è una scorciatoia verso il baratro, non un modo per farle in modo più graduale, ma per non farle affatto, come sempre.

            >basti guardare quali valute nel 1992 finirono nel mirino della speculazione e quali no.

            La Gran Bretagna è un Paese povero?

            >possono emigrare al nord e trovare lavoro nei rispettivi campi […]

            Tutti i problemi citati sono problemi personali che si possono superare se si hanno reali intenzioni di approfondire la propria formazione. Bisogna imparare a studiare sempre, perché non sai mai quale limone di tirerà la vita.

            >veniva affrontato stipulando delle polizze

            Che costavano.

            >o immaginiamo una moneta unica mondiale

            Visto che il mondo diventa sempre più piccolo, qualcosa in quel senso arriverà (magari non una moneta, ma poche monete -o qualcosa di simile a una moneta mondiale – sì). Ma parliamo di lungo periodo.

            >non vedo come il resto dei paesi UE possa e voglia a questo punto aderire all’Euro

            Immagino che si trarrà una lezione da questa crisi, tuttavia non vedo la fine del cammino europeo

            >il vantaggio della moneta unica va un attimino relativizzato.

            Ok, ma intanto anche il commercio fuori UE trae beneficio dalla stabilità dell’euro, visto che hai in mano una moneta più pregiata della lira.

          3. “La Gran Bretagna è un Paese povero?”

            Relativamente: Gran Bretagna (qualora ipoteticamente nell’Euro e in unione di trasferimenti) e Francia forse (dico: forse) non avrebbero bisogno di contributi, ma certamente non sarebbero paesi contributori.

            “Tutti i problemi citati sono problemi personali che si possono superare se si hanno reali intenzioni di approfondire la propria formazione”

            Certo, ma io ti sto solo dicendo che è più difficoltoso ricollocarsi all’estero piuttosto che nel proprio paese. E che pertanto l’eurozona non ha oggettivamente la stessa mobilità dei lavoratori che hanno ad esempio gli Stati Uniti.

            “Che costavano.”

            Certo che le polizze costano. Ma le aziende preferiscono pagarle e fatturare che vedere diminuire il fatturato e magari chiudere. Che non è un’esagerazione, ma ciò che sta accadendo.

            Certo che in un mondo ideale sarebbe meglio eliminare il rischio di cambio e quant’altro, ma i numeri del mondo reale ci stanno dicendo che i paesi meno competitivi non ce la fanno né a tenere il passo di quelli più forti, né ad attuare quelle riforme che forse permetterebbero loro di divenire paesi forti.

            Per esempio, FIAT soffre anche perché la differenza di prezzo fra le sue vetture (percepite dalla gente di bassa qualità) e le auto tedesche (percepite dalla gente come più affidabili) è diminuita. Hai voglia a dire che la ricetta è di fare auto migliori e il problema è risolto: secondo te è più probabile che la FIAT riesca a riconvertire la sua produzione di modo che il pubblico la percepisca affidabile come un’AUDI oppure che non ce la faccia e sbaracchi tutto in Italia?

            “Ok, ma intanto anche il commercio fuori UE trae beneficio dalla stabilità dell’euro, visto che hai in mano una moneta più pregiata della lira.”

            Per comprare sì, per vendere no.

  2. L’uscita dall’euro è il primo passo per ripartire, non la panacea ma un primo passo fondamentale. Dobbiamo impegnarci a restare in un sistema monetario che ci strozza dopo che NESSUNO ha chiesto al popolo se voleva o meno entrarci? Anche no, grazie, visti i risultati sinora. Io non so chi Lei voterà, ma questi che ho letto sono i discorsi montiani che l’Italia deve rifuggire con tutta se stessa per avere speranza di interrompere l’avvitamento in stile Grecia nel quale è entrata.

    A meno che moralmente non vogliamo giustificare il fatto che in Grecia muoiano di fame e che quello è il destino alla lunga di tutti i PIIGS. Mi pareva di aver capito che doveva essere l’Europa dei popoli, non della finanza. Qui stiamo affamando il ceto medio europeo in ossequio ad un sistema economico. Fate vobis…

    1. >L’uscita dall’euro è il primo passo per ripartire, non la panacea ma un primo passo fondamentale.

      Sì, per un fallimento epocale, visto che oltre alle ovvie implicazioni di una simile catastrofe,nel dopoeuro ci ritroveremmo con la stessa classe politica, ma soprattutto con lo stesso popolo incapace di scegliere.

      >Dobbiamo impegnarci a restare in un sistema monetario che ci strozza dopo che NESSUNO ha chiesto al popolo se voleva o meno entrarci?

      Siamo in una repubblica parlamentare, s’informi (cit.).

      > Anche no, grazie, visti i risultati sinora.

      Il problema è di classe dirigente: l’Italia stava uno schifo pure con la lira.

      >Io non so chi Lei voterà, ma questi che ho letto sono i discorsi montiani che l’Italia deve rifuggire con tutta se stessa per avere speranza di interrompere l’avvitamento in stile Grecia nel quale è entrata.

      Si legga gli altri articoli, parlo male pure di Monti, della Merkel, dell’austerità e del fiascal compact. Il mio non è un discorso montiano, ma un discorso assennato, sostenuto da teoria e pratica e pure da premi Nobel euroscettici: uscire dall’euro è una catastrofe.

      >A meno che moralmente non vogliamo giustificare il fatto che in Grecia muoiano di fame e che quello è il destino alla lunga di tutti i PIIGS.

      In Grecia muoiono di fame in primo luogo perché hanno fatto le cicale criminali corrotte per anni, e ora è arrivato l’inverno. In secondo luogo perché i tecnosauri a Bruxelles sono degli idioti analfabeti. Ma solo in secondo luogo.

      > Mi pareva di aver capito che doveva essere l’Europa dei popoli, non della finanza. Qui stiamo affamando il ceto medio europeo in ossequio ad un sistema economico. Fate vobis…

      Il ceto medio lo affama la malapolitica, non la moneta. Nessuno ci ha costretto ad avere Berlusconi tre volte e i risultati si vedono (articolo in alto nella colonna di destra).

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