Il senso de La Stampa per i lavori scadenti

Negli ultimi giorni ho visto persone che seguo che se la prendono con La Stampa. L’ultimo è Paolo Attivissimo che ha segnalato che il foglio torinese per eccellenza ha ripreso un articolo del 2015 prodotto dal sito satirico The Onion.

Prima ancora però era arrivato .mau., a segnalare un’infografica di Centimetri per La Stampa che corredava un articolo “corretto e comprensibile”.

Come dice già .mau., è un’infografica fuorviante e non serve essere dei geni per capire che qualcosa non va. Fossi stato il redattore, l’avrei rispedita al mittente per rifargliela fare (e in effetti in precedenti esperienze lavorative ho rispedito al mittente contenuti anche meno problematici di questo).

Molto più corretto sarebbe stato fare una mappa coropletica come la seguente. Questa l’ho fatta io in una mezz’oretta, per esercizio. Dal momento che io ho 14 anni di esperienza in meno rispetto a Centrimetri, forse qualcosa di meglio potevano produrlo.

Anche le visualizzazioni di dati soffrono degli stessi bias dei “normali” articoli di giornale, e il processo di revisione dovrebbe essere lo stesso. Come i normali articoli, anche le infografiche, pur partendo dagli stessi dati, dagli stessi fatti, possono giungere a conclusioni diverse.

Qui però siamo a livelli di un articolo scritto grammaticalmente male.

E poi La Stampa si lamenta del fatto che la giunta comunale del sindaco Appendino sta facendo un lavoro scadente. E chiede aiuto al resto del Paese. E 1,50 euro a settimana per sostenere il giornalismo di qualità.

E il direttore de La Stampa si appella a un Paese che comunque, a sua volta, sta facendo un lavoro scadente.

Post insolitamente breve, eh? E invece…

Il problema è che anche il resto del Paese cui si appella il direttore de La Stampa fa, di regola, un lavoro scadente, e non da oggi. Come Centimetri. Come La Stampa. Come qualche altro mio ex-collaboratore. Come qualche mio committente. Come gente che conosco per motivi personali.

Giusto un paio di ore fa ho visto un autore fermarsi (in senso metaforico) appena un centimetro prima di arrivare al traguardo del “lavoro decente” (segnalato da apposita icona nel CMS che utilizziamo). Mi sono cadute le braccia: quanto devi essere mediocre per fare una cosa del genere?

Questa “cultura della mediocrità” da che vivo c’è sempre stata, ma da qualche anno sta dilagando. E io non riesco a comprendere il perché: io mi sento incapace di essere mediocre. Io cerco di essere almeno “sufficiente”, è più forte di me.

Ma soprattutto, non riesco ad essere complice. E forse per questo non sarò mai direttore di un giornale o di un’azienda che fa infografiche. O sindaco di una grande città. O ministro.

Perché io sono allergico ai lavori che stanno sotto la sufficienza  (In relazione agli standard della persona che è autrice di quel lavoro. Una tirocinante ha un livello di sufficienza inferiore rispetto ad un lavoratore esperto). Perché se non fai un lavoro quantomeno decente, io ti rompo le scatole finché non lo fai. E te le rompo anche se mi stai simpatico.

E qui casca l’asino, ovvero io. Chi rompe le scatole non fa carriera in ambienti, come quello italiano, dove non è il merito a farti avanzare, ma la simpatia (Alias per tante cose, come la raccomandazione) . E questo spiega perché si spiraleggia al ribasso, in questo Paese.

E poi, ovviamente, il mediocre si lamenta con te. Si appiglia, per esempio, alla tua sintassi o al cavillo burocratico che giustifica il suo lavoro mediocre. O “a quella volta in cui anche tu…” che non c’entra niente. O al tempo che non basta quando, porca miseria, sei stato su Facebook due ore oggi, e stasera quattro ore di Netflix, e tu glielo fai notare e lui dice “che palle…”.

O l’Europa, i poteri forti, o Dio che ha fatto piovere quando non hai l’ombrello e chissenefrega se il cielo e le previsioni del tempo promettevano di bagnarti la testa.

Lo vedo a ogni livello della mia esistenza. Lo vedo mentre rende miserabile la vita della gente che incontro, che forse non si impicca solo perché riesce a rimanere psicologicamente a galla grazie ai momentanei boost di piacere che danno un video divertente su Facebook, un panino al Mc Donald’s o il litigare su questioni trascurabili come le opinioni-a-prescindere-dai-fatti.

Più che la mediocrità, forse è questo a guidarci: il desiderio di avere piacere a breve termine, in conseguenza del quale un tizio a caso fa un lavoro di mer*a per non “sprecare tempo” e tornare su Facebook a cazzeggiare. Ma non basta, a spiegare perché questo Paese sprofonda più di altri. La gente cazzeggia anche all’estero, in fondo: inseguono il piacere subito, e diventano sempre più dipendenti dalla dopamina.

Questo è quello che fanno i cosiddetti “turbocapitalisti”, i figli di Milton Friedman e Gordon Gekko, che spremono le aziende per fare soldi subito invece di farli con costanza nel lungo periodo.

E forse io sono immune a questa logica anche perché in quel covo di turbocapitalisti che è la Bocconi mi hanno insegnato l’esatto contrario.

E invece vedo (e litigo con) gente che turbocapitalista non è, eppure fa la stessa cosa. Solo che invece dei dollari, usano il tempo come moneta. Spremono il tempo oggi a costo di non averne domani. Eppure il tempo è qualcosa che serve sempre, se non muori domani.

Ma tutto questo non basta a spiegare perché altri Paesi con cui ci confrontiamo non sprofondano nella mediocrità, nonostante siano pieni, anche loro, di mediocri.

E qui avevo scritto una frase che inconsciamente ricalcava, anche a livello di musicalità, un pezzetto di Io non mi sento italiano di Giorgio Gaber. Morto un anno prima della fondazione di Facebook.

Quindi c’è qualcosa di culturalmente genetico che non va. La dipendenza da dopamina sta solo peggiorando una situazione che va avanti da un bel pezzo.

Direi che questo sproloquio posso anche interromperlo e andare a fare qualcosa di meno mediocre altrove.

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