Site icon Tooby

In fondo è solo un essere umano – parte I

[lang_it]

Ho ritenuto opportuno spezzare questo articolo in due parti, poiché complessivamente occupava 1600 parole e non volevo affannarvi troppo la lettura, perché questo articolo merita davvero e desidero che ve lo godiate. 😀 La seconda parte la trovate a questo indirizzo.

In molti ritengono Silvio Berlusconi un semidio. Qualcuno lo vede anche più in alto. Ma in fondo Silvio Berlusconi è un essere umano, anzi, forse anche troppo essere umano, con troppi difetti che ne offuscheranno la gloria in futuro (semmai dovesse fare qualcosa di decente, sia ben chiaro, cosa tutt’altro che certa). In questi giorni ce lo mostra perché non può fare danni al governo (eggià, è in vacanza, lui, mentre in Spagna i ministri tornano dalle vacanze per affrontare la crisi, mica se ne stanno alle Maldive come Frattini).

Uno di questi difetti di Silvio è l’ira, unita alla mania di protagonismo. Dev’essere il primo, lui. Il più grande, lui. Deve essere ovunque, lui. Come un dio, insomma. Onnipotente e onnisciente.

Il Partito Democratico aprirà domani una festa (mi censuro, ma avrei un sacco di testate da dare a Veltroni, ma lo farò in sede più appropriata, in un altro articolo). Fra gli invitati non c’è Silvio Berlusconi. «Ma come! – ha detto il nostro eroe – Io sono Silvio Berlusconi! Invitano Bossi e non invitano me?».

E subito il nostro trama vendette sopraffine e va all’attacco: «La sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni». Infatti Silvio, non sei il solo: anche io sono deluso da Veltroni: ma perché non si è opposto abbastanza a te e alle tue stramaledette leggi personali.

In questa intervista, Berlusconi le spara grosse, grossissime. Vediamole in ordine.

«La sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante»: sì, è sconcertante perché la cd sudditanza è inesistente. Berlusconi bolla come giustizialisti tutti coloro che chiedono che vi sia una giustizia in Italia. Chiedono che il premier non si faccia leggi a proprio uso e consumo, leggi che verranno poi usate anche da altri criminali nella sua stessa posizione. Chiedono che la Costituzione sia rispettata, e che le alte cariche dello Stato siano processabili come avviene in qualunque altro Paese civile. Chiedono che la corruzione sia combattuta come in ogni Paese degno. Questo non è giustizialismo, perché il CSM, la Cassazione, la Consulta, tutti questi organi, che pure in vario modo sono sotto il controllo dei politici (Berlusconi compreso), sono preposti ad assicurare che la legge regni sovrana. Ma la questione è diversa: per Berlusconi è giustizialista chi vuole giustizia. Se chiedere giustizia significa essere giustizialista, allora, per tutti gli dei indiani, io sono un giustizialista. E lo sono molti delusi del PD, che saranno costretti a votare per Di Pietro, che non capirà un cazzo di niente in tutto il resto (come il PD del resto), ma almeno chiede giustizia per tutti: non è il meglio, ma è il meno peggio.

Veltroni ha tentato di «vendere un prodotto vecchio, già fuori mercato, puntando solo su una confezione nuova e accattivante»: Berlusconi, dopo 15 anni a fare sempre le stesse cose (ovvero, i cazzi suoi), non solo sarà fuori mercato, ma sarà pure avariato. Sfortunatamente la garanzia è già scaduta. Grazie a una legge ad personam, presumo.

«Si tratta di mettere in pratica molte delle idee di Giovanni Falcone: separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati, indirizzo dell’azione penale superando l’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati»: pensate che fortuna che ho avuto. Ho finito di leggere un paio di giorni fa un libro scritto da Giovanni Falcone stesso qualche mese prima di morire: io queste cose che dice Berlusconi non le ho lette. Ho letto dell’altro, però. Ho letto che «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande» e ho letto di quattordici cavalli da portare al hotel Plaza di Milano (pagina 117 nella mia edizione del 1995, per chi volesse verificare). Falcone non fa nomi, perché l’inchiesta non si è ancora conclusa. Ma di cavalli in albergo parlerà Paolo Borsellino il 19 maggio 1992, due mesi prima di morire (qui una trascrizione, qui un video purtroppo non integrale): «La conversazione (fra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, nda) inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo (Borsellino sorride, ndr). Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo». Poi il giornalista (nella trascrizione) chiede quale sia l’albergo, e Borsellino risponde: «Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Plaza di Milano» (che, per la cronaca, dovrebbe essere a due passi dal Duomo). Questo nel video non c’è (ma nello stesso si nota lo stacco dovuto al montaggio in corrispondenza della frase), e comunque è un elemento di contorno. Aggiungiamo poi che per Berlusconi Vittorio Mangano, mafioso condannato, fra l’altro, per traffico di droga, è un eroe perché non lo accusò (ma è lo stesso Falcone, nel libro appena citato, a spiegare perché Mangano non parlò, ma riprenderò l’argomento in articoli futuri). Insomma, non direi che Berlusconi possa nemmeno tentare di nominare Falcone (mi spiace, Silvio, ma Falcone è stato ucciso dalla mafia, e questo basta a renderlo milioni di volte superiore a te).

L’articolo continua qui osservazioni ancora più divertenti!^_^

[/lang_it]

Exit mobile version