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I pochi, fondamentali errori di Veltroni

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(Vignetta di OxyBlue, rilasciata sotto CC-BY-ND)

La vignetta forse riassume i due errori (dal quale sono derivati gli altri) che, secondo me, hanno portato Walter Veltroni alla sua fine: l’aver promosso un’opposizione troppo morbida contro Berlusconi (non riuscendo a dire agli elettori quale fosse la differenza fra PD e PdL e perché votare democratico) e l’assurda opposizione a Di Pietro, che invece gli elettori hanno premiato nella sua inflessibilità contro i provvedimenti disastrosi adottati da questa maggioranza.

Da un lato non ha conquistato gli elettori in bilico fra PD e PdL, lasciando senza risposta la domanda “Perché votare PD?” (e il marketing insegna che questo è un errore gravissimo) e permettendo che tutte le percezioni negative sul passato del PD emergessero (le balle su Prodi, il fatto di essere post-comunisti, etc). Dall’altro si è alienato la fiducia di chi sa che Berlusconi è un cancro di questo Paese, e che vedeva nel PD l’unico partito in grado di arginare la sua conquista della penisola, i quali sono passati a votare Di Pietro, magari più per mancanza di alternative che per altro.

Veltroni è stato, poi, troppo buono: come ho detto più volte, non c’è nulla di male ad avere un partito con posizioni e idee diverse, checché ne dicano i giornalisti, Cicchitto, Capezzone, Gasparri e gli altri appartenenti al partito del pensiero unico. Il male non è stato avere persone che la pensavano diversamente (i parlamentari sono costituzionalmente obbligati ad agire senza vincolo, tranne l’interesse del Paese), ma è stato sopportare e non portare allo scoperto chi, invece, remava contro, conducendo una battaglia di logoramento sotterranea.

Questi, in estrema sintesi, gli errori, diciamo, “ideologici” di Veltroni.

Adesso si attendono le decisioni di sabato dell’Assemblea Nazionale (forse il parlamentino con più membri, secondo solo al Parlamento cinese, forse). Non credo che dare la leadership a Franceschini, numero due di Veltroni, possa essere una soluzione: occorre una svolta, far capire che il PD c’è, che esiste e soprattutto far capire cos’è. Fatelo emergere D’Alema e con lui tutti i sabotatori interni, tipo quel Latorre che va in soccorso del so avversario a LA7. Lo slogan deve essere: “siamo un partito dalle tante anime, ma tutti crediamo in questo progetto”.

Continuare la lotta sotterranea per il potere fino a ottobre, fino al congresso, significa perdere anche le elezioni europee di giugno, sprecare quattro mesi e poi altri quattro. E lasciare che Berlusconi e il partito del pensiero unico facciano i loro comodi.

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