Zuckerberg conferma: sei un idiota, stacci (su Facebook)

Nel post precedente dicevo che Facebook sta tentando (a parole) di fare due cose incompatibili tra loro: migliorare il mondo mettendo in connessione le persone (fisiche e giuridiche) e fare un sacco di soldi.

In un’intervista a Vox Mark Zuckerberg dice un paio di cose meravigliose, che confermano l’idea che il capo di Facebook consideri gran parte del resto dell’umanità un branco di idioti (parole sue, come sappiamo).

La prima è una candida ammissione del fatto che Facebook non funziona, e che serviranno anni prima di risolvere tutte i problemi del social network.

Ma allora perché dovremmo usare un servizio che non funziona, per sua stessa ammissione?

Perché Zuckerberg sa che non c’è alternativa: su quell’altro social network semisconosciuto non ci sono le foto in bikini delle amiche di tua moglie, capish?

L’altra cosa meravigliosa è un capolavoro di perversione che sottolinea la genialità malvagia di Zuckerberg nella sua semplicità.

In sintesi, “ci servono i dati pubblicitari perché solo così possiamo raggiungere l’obiettivo di connettere miliardi di persone. Se facessimo pagare il servizio, non riusciremmo a connettere il mondo, perché ci sarebbero un sacco di poveri che non avrebbero voce su Facebook”.

Applausi sinceri, davvero.

L’obiettivo di Facebook è fare soldi. Se l’obiettivo fosse il bene dell’umanità, Facebook potrebbe campare di donazioni. Ha tutti i dati che servono per guadagnare quanto basta, e molto di più, senza doverli rivendere, perdendone il controllo.

Invece no. Facebook deve fargli guadagnare montagne di quattrini. La beneficenza poi la farà lui (da morto). Per questo Zuckerberg dice che la pubblicità serve a pagare i server di Facebook: cosa dovrebbe dire, che Facebook gli serve per comprare un’isola alle Hawaii?

Avete presente le “pubblicità” di Wikipedia a tutto schermo con il faccione di Jimbo Wales? Ecco, Zuckerberg aspira ad essere visto come il Jimbo Wales del club dei miliardari: uno che fa il bene dell’umanità, ma che non si abbassa a chiedere l’elemosina.

Non vuole certo essere visto come il geniale squalo str**** che è.

C’è un modo per capire da che lato pende la bilancia, se vince la volontà di connettere il mondo o quella di fare montagne di soldi. Questo modo è il newsfeed.

La grana vince sul “bene dell’umanità”…

Se i post sulla home page di Facebook sono in ordine cronologico, Facebook favorisce in maniera (quasi) neutrale le interazioni sul social network. Se i post vengono mostrati in base ad un algoritmo ignoto, Facebook agisce pro domo sua, dando priorità ai post a pagamento e a quelli con maggiore engagement (che quindi aumentano il tempo che una persona trascorre sui social network, permettendo maggiore precisione nella raccolta dei dati).

Com’è noto Facebook1 ha scelto il newsfeed algoritmico, spiegando, come al solito, che è per il nostro bene, per farci vedere cose a cui siamo interessati.

Cazzate, ovviamente.

I post a pagamento premiano chi ha più soldi, per cui va bene connettere due miliardi di povery, ma se hai soldi da darmi, che vadano al diavolo gli straccioni!

I post con maggiore engagement, invece, sono quelli che attirano più interazioni, più commenti. Almeno la metà delle volte, ciò significa che l’amico di qualche amico ha detto qualche grande scemenza e il mio amico gli sta facendo notare che è una grande scemenza, sperando inutilmente di convincerlo.

Il risultato? Magari il mio amico ha postato su Facebook qualche bell’articolo che io potrei essere interessato a leggere, ma Facebook non me lo fa vedere perché 1) è su una piattaforma esterna, 2) il mio amico non paga per farlo vedere e 3) l’algoritmo di Facebook è convinto che io stia tutto il giorno dietro uno schermo coi popcorn in mano a godermi i flame altrui2 .

Molto utile, questo newsfeed algoritmico.

Quindi, Zuckerberg continua a cercare di rendere presentabile un mostro inutile, ben sapendo (grazie ai dati raccolti da Facebook) che la gente è credulona; che, a meno di utilizzare alcuni strumenti, Facebook ci inseguirà anche fuori dai social network; e che comunque non c’è alternativa a Facebook.

Statece.

…e questo non vale solo per Facebook. Però…

“E Google, allora?”

Il discorso è lo stesso, ma con una differenza: Google, a mio avviso, restituisce qualcosa. Per esempio, (oltre al suo scopo) io trovo inutili le API di Facebook, perché mi sembra che siano costruite con l’unico fine di interagire coi social network di FB. Ça van sans dire, sono API che portano i dati tornano all’ovile di Zuck: i tuoi clienti diventano miei clienti, i tuoi soldi diventano in gran parte i miei soldi.

Con le API di Google, al contrario, io posso interagire con i miei dati, con quelli del resto del mondo e con il mondo reale. È un mostro, ma meno inutile.

Insomma, entrambe le aziende (come molte altre) fanno soldi raccogliendo e scambiando i nostri dati per soldi. Per questa ragione la navigazione su internet dovrebbe essere fatta in maniera consapevole, in ogni caso.

Ma mentre Google prospera soprattutto sui dati stessi, Facebook prospera sull’assunto che una metà abbondante dell’umanità è idiota e l’altra metà scarsa vuole “redimere” l’altra metà.

Inutilmente, perché la discussione su Facebook è strutturata per soffiare sul carbone ardente, e quindi per alimentare la polarizzazione.

Se ti metti a discutere con un cretino, alla fine la gente non noterà la differenza fra te e lui.

Tuttavia a Facebook conviene alimentare questa idiozia, il che, in ultima analisi, rende il mondo un posto peggiore. I cretini abbassano la discussione al loro livello e vincono grazie all’esperienza.

Mi piacerebbe che l’umanità, a un certo punto, riesca a provare che Zuckerberg si sbaglia.

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  1. Come altri social, tipo Twitter, che da quando ha tolto di mezzo il newsfeed in ordine cronologico è diventato molto meno utile. []
  2. Purtroppo, temo che nella maggior parte dei casi, le persone lo facciano davvero, e Zuckerberg lo sa. []