La decrescita non è mai felice

La credenza che lo sviluppo sia insostenibile richiama la già demolita teoria malthusiana del rapporto fra popolazione e produzione agricola: Malthus riteneva che la popolazione crescesse molto più velocemente rispetto alla produzione di cibo, e che pertanto ci sarebbero state presto o tardi paurose carestie. In modo più specifico, Malthus riteneva che mentre la popolazione cresce in progressione geometrica (1, 2, 4, 8, 16, 32…), la produzione agricola cresce solo in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4, 5, 6…). La realtà, però, ci dice cose diverse: in Europa la popolazione dal 1800 al 1985 è aumentata di 3,5 volte, mentre la produzione di grano per ettaro è cresciuta di oltre 5 volte (e grossa parte di queste due crescite è avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale). Nel formulare la sua teoria, Malthus fece il grossolano errore di ritenere “superfisso” il livello di sviluppo umano, e così è avvenuto per chi ha applicato tale teoria ad altri ambiti, come quello del carbone prima, e del petrolio poi. L’uomo sarà anche un idiota, ma non gli manca l’ingegno.

Ciò che sappiamo dunque è che lo sviluppo tecnologico ha permesso la produzione di cibo sufficiente per sfamare tutta la popolazione mondiale. Il problema, semmai, è un altro, o meglio, altri: per esempio, mezzo pianeta è obeso e butta il cibo, l’altra metà muore di fame. Così a occhio, dal 1950 al 2005 la popolazione dei Paesi sviluppati è raddoppiata, ma il rendimento del grano è più che triplicato; nei Paesi in via di sviluppo i rendimenti sono ancora decisamente crescenti; ancora: per ragioni squisitamente politiche, in molti Paesi, fra cui l’Italia, le terre arabili sono sfruttate male (per esempio, fondereste un’azienda agricola in uno Stato africano dove ci sono tre colpi di Stato e un paio di guerre civili l’anno?). Le risorse, dunque, ci sarebbero pure, ma sono allocate “eticamente” male e sfruttate pure peggio, e il decrescere felice/infelice nel Paese obeso non vedo come possa essere d’aiuto al Paese denutrito: semmai, bisogna trovare modi per distribuire meglio il pane, non produrne di meno.

Tutto questo insieme di meccanismi piuttosto naturali lasciano intendere che la crescita non si arresterà per esaurimento delle risorse, perlomeno non così presto come vaticina qualcuno, ma è necessario porre qualche caveat.

Generalizzando, questo pianeta e questo sistema solare (se siete particolarmente ottimisti, anche l’universo) hanno abbastanza risorse per sostenere lo sviluppo dell’umanità, a patto che lo si faccia in modo sostenibile. Le fonti di energia sono virtualmente infinite (il sole probabilmente sopravviverà all’umanità), ma è necessario che lo sviluppo tecnologico continui; la Terra è capace di rigenerarsi, ma è necessario darle il riposo che le serve e non sfruttarne i frutti fino alla loro estinzione, e nel contempo sviluppare nuove tecnologie che ne permettano l’utilizzo, e non il consumo brutale.

Trovo piuttosto pauroso pensare alla fine dello sviluppo umano, perché è questo ciò che implica la decrescita. Basti dire che decrescita fa rima con disoccupazione. Serve sviluppo (il che significa anche profitto) perché, ad esempio, le aziende farmaceutiche trovino nuovi modi per curare infezioni batteriche che diventano man mano resistenti agli antibiotici, come serve sviluppo per trovare soluzioni tecnologiche che ci permettano di sfruttare e allocare più efficientemente le (tutto sommato abbondanti, ma comunque finite) risorse del pianeta.

La teoria della decrescita in non poche delle sue sfumature, insomma, oltre che ridicola, è mostruosa, poiché vorrebbe riportarci in situazioni in cui stavamo peggio, ed è ugualmente irresponsabile se messa a confronto con chi desidera uno sviluppo basato sullo sfruttamento intensivo del pianeta a fine (unico o prevalente) di profitto: si tratta di due visioni del mondo potenzialmente letali.

Molto più efficiente e razionale è, al contrario, continuare lo sviluppo, razionalizzarlo e renderlo sostenibile. È complicato, ma le alternative non sono per niente divertenti.

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3 Comments

  1. Il tuo pezzo al solito è molto interessante.

    Utilizzi come limite per lo sfruttamento di una risorsa la convenienza economica del processo. In realtà manca un fattore fondamentale, a mio modo di vedere obbligatorio da tenere in conto, ovvero la convenienza energetica: smetteremo di estrarre petrolio quando per estrarne un barile ne dovremmo spendere 0,9 e quel 0,1 barile che avanza non permetterà più di pagare tutto il resto (costi non energetici di estrazione, costi non energetici di trasporto, guadagno). Questo per mettere in evidenza che c’è comunque un limite fisico che deve essere rispettato, che integra quello economico. Quale dei due sia vincolante non si può stabilire, perché se domani gli stati uniti fanno una legge che finanzia con 100 dollari al barile l’estrazione del petrolio è ovvio che il limite è falsato.

    In ogni caso la decrescita non può essere felice e siamo d’accordo. Però il mondo è finito e anche se la nostra capacità di sfruttarlo aumenta, a meno che non si renda sostenibile (e oggi non lo è, anche se almeno alcuni ci stiamo provando) prima o poi (magari fra mille anni) la crescita dovrà esaurirsi.

    E’ vero che le albicocche sono rinnovabili, il problema è se sono sostenibili, ovvero se abbiamo campi sufficienti a coltivare albicocchi per schiacciarne i noccioli per far andare le macchine di tutti.

    Spero di non essere stato troppo talebano.

    Ciao

    1. Certo che no, hai detto cose di cui ho accennato nell’articolo: il limite fisico c’è, ma non giustifica la teoria della decrescita come certi la interpretano.

  2. Coltivare con a zappa? mamma mia!!

    Io la zappa la uso ancora, di tanto in tanto, ma ogni volta che sento questa cosa della decrescita, un pò non la capisco, e molto ci ragiono sopra, e spesso credo che il problema non sia la decrescita, ma come del resto dici tu, un miglior e più oculato uso dei beni e consumi.

    Si riveste di romanticismo una serie di lavori che in realtà portavano in passato alla morte prematura per fatica, a malattie mai curate per mancanza di soldi, allo schiavismo o caporalato, ovviamente quest’ultmo ancora presente, non solo al sud, ma anche al nord, lo chiamano precariato da agenzie interinali……………. spero ci capiamo.

    Per non parlare delle nuove tecnologie, dovrebbero essere meno inquinanti, invece prendono il tempo che trovano, un’esempio fra tutti, i pannelli fotovoltaici, non durano molti anni, e la loro riciclabilità rasenta lo 0%, eppure si pubblicizzano come miglior prodotto a basso impatto ambientale, e con detassazione nel 730.

    Si è fatto il g8 in Giappone anni fà, da cui ne usci un’accordo che tutti i produttori si impegnavano a creare materiali e beni di consumo riciclabili ed a bassissimo impatto ambientale (ricordo male?), ecco, mi pare che i tempi non siano ancora maturi per ciò e per la decrescita.

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