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La frase di Minzolini che cambia storia (una breve storia di Tangentopoli vista da Craxi)

È questa: «La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria». Questo, secondo Minzolini, avrebbe cambiato i rapporti fra politica e magistratura, con una rottura mai sanata fino ad oggi. Inutile dire che sono tutte balle. Avviso, sono 2000 parole, quindi datevi (e datemi) cinque minuti di tempo, perché penso ne valga la pena.

Secondo il mio manuale di scienze politiche, la corruzione c’è in praticamente tutti i sistemi politici, ma in forme tutto sommato leggere (il cosiddetto ungere gli ingranaggi). Ma, come dire, è corruzione da buffet.

Per l’Italia il problema è diverso. La corruzione è sempre stata il sistema. Lo era ai tempi di Cesare, lo era alla fine dell’Ottocento (si veda lo scandalo della Banca Romana, fra un po’ faranno la serie televisiva sulla RAI, praticamente è una piccola Tangentopoli), lo era dopo la guerra e lo è tutt’oggi. In Italia la corruzione è sistema.

Quando la corruzione diventa sistema, come è avvenuto in Italia, i politici cominciano a chiedere percentuali sugli appalti, spesso miliardari. Non parliamo quindi di cifre modeste, parliamo di fiumi di miliardi che passano dalle tasche degli italiani (le tasse) alle tasche dei ladroni, che si comprano le ville ai Caraibi, a Cortina, a New York, comprano gioielli a mogli e amanti, mandano i figli a studiare nelle migliori università… ma sempre rubando i soldi delle nostre tasse.

Il sistema con cui avviene questa ruberia l’ho spiegato più volte su queste pagine (e io l’ho ripreso da un libro di Adriano Zampini, un faccendiere che fu arrestato e condannato nella Tangentopoli torinese, che poi avrebbe dato lo spunto al pool di Milano per la Tangentopoli milanese, che fece crollare la Prima Repubblica – in altre parole Zampini era quello che collegava i politici agli imprenditori, quello che metteva i soldi nelle scatole di cioccolatini e li portava dal corruttore al corrotto).

Il sistema, dunque: si fa un appalto, diciamo da cento miliardi, e lo vince l’impresa X (solitamente un insieme di imprese, altre volte invece le imprese facevano a turno, e decidevano fra di loro chi dovesse vincere). I partiti (tutti, pure i comunisti) chiedono, diciamo, un 5%, che poi verrà spartito in base ai voti. Mentre si fanno i lavori, l’impresa X comincia a far uscire documenti che dicono: ops, qui c’è un problema, qui è stato fatto un errore, servono altri soldi. I politici, quelli che dovrebbero controllare, dicono va bene, tanto pagano quei fessi di cittadini, e magari ci facciamo corrompere di nuovo. E così si gonfiano i prezzi (l’esempio principe è la metropolitana milanese, costata quanto svariate metropolitane europee messe assieme). Le imprese guadagnano il loro, i politici si beccano la tangente e il cittadino paga.

Quando c’è un sistema del genere, dice sempre il mio manuale, la politica è talmente marcia da non essere in grado di autocorreggersi, dove fanno carriera solo quelli che sono ricattabili (dice l’insospettabile Giuliano Ferrara). Voi pensate all’Inghilterra, dove un ministro si è dimesso perché il consorte aveva addebitato un porno sul conto del governo (e quindi sui contribuenti). Ecco, lì si dimettono per queste piccolezze, in Italia no, in Italia c’era il sistema, ed era ed è normale corrompere e farsi corrompere.

Ma se è normale per il sistema, non lo è per la legge, che condanna la corruzione (purtroppo bisogna farla una legge del genere, non si può depenalizzare la corruzione senza fare una figura di mer*a internazionale). E, ancora secondo il mio manuale, quando interviene la magistratura a simili livelli, è perché il sistema è proprio marcio e stramarcio. Come detto, in altri sistemi, il potere giudiziario non interviene perché la politica si pulisce da sé (o almeno fa in modo che la mer*a non tracimi).

Ma in Italia no. In Italia scoppia lo scandalo, perché parliamo di cifre enormi, di soldi che il Rio delle Amazzoni esonderebbe, c’è gente che ha rubato per decenni, parliamo di ministri, deputati, senatori, oltre che sindaci e amministratori vari. E ovviamente pure presidenti del Consiglio, come Bottino Craxi. Sfortunatamente il Parlamento era intervenuto, un paio d’anni prima, con un’amnistia, per salvare le corruzioni precedenti. Perché lo fecero? Perché, come ho già detto, c’era stata la Tangentopoli torinese, che proprio per questo non esplose del tutto.

Ma a Milano Tangentopoli arriva a Craxi, quindi alle altissime sfere, la gente è eccitata dalle stragi di mafia e altra robaccia, ha sete di giustizia e c’è chi ne approfitta. Ma ne parleremo tra poco.

Che succede a Craxi, in breve: confessano i tenutari dei suoi conti (tipo Tradati, che se non erro fu suo compagno di scuola). Craxi è nei guai fino al collo, lo sa e così si gioca il tutto per tutto: va in Parlamento, in tribunale, e accusa tutti gli altri politici, perché rubano pure loro. E lo sa pure il pool di Milano, lo sanno tutti. Craxi vuole metterli sotto scacco, minaccia e dice: “guardate che se cado io, vi trascino tutti con me, quindi facciamo un’altra bella amnistia, un altro bel colpo di spugna”.

Ma gli altri ladroni non escono allo scoperto, perché la gente è incazzata nera: se facessero un’altra amnistia proprio adesso, avremmo visto scene da Rivoluzione francese, con la gente che entra a Montecitorio a percuotere sonoramente i deputati (tranne la Lega Nord, che all’epoca portò le corde per impiccare in aula, e oggi difende Craxi, pensate).

Craxi, dunque, confessa perché vuole un’amnistia o qualcosa di simile. Ma è troppo sicuro di sé, sbaglia tempo e luogo, e con una confessione sulle spalle, Craxi è fottuto. FOTTUTO. Si è fregato con le sue mani,  fa un errore da fesso, non perché Di Pietro ce l’aveva con lui. Craxi non fu perseguitato, confessò in diretta tv, praticamente andò da Di Pietro e gli chiese di mettergli le manette, ci sono ancora i video in giro su YouTube (guardate un po’ chi era a presiedere la seduta, aiutino: è lo stesso che il 19 gennaio incontrerà la Fondazione Craxi). Quindi Craxi, politicamente suicida, fa i bagagli e va in latitanza. È vero, è l’unico che è stato condannato definitivamente, ma non è che lo riabilitiamo perché è l’unico ad avere confessato (o per presunti meriti e visioni riformiste – è come se oggi dovessero intitolare una strada a me perché ho avuto visioni da premio Nobel per l’economia, è come il Nobel per la pace a Obama, ecco, una celebrazione del nulla).

Intanto accade questo: Berlusconi, con le sue televisioni (i più vecchi ricorderanno Paolo Brosio fuori dal tribunale di Milano, inviato da Emilio Fede, pensate un po’), ci mette del suo per far bruciare la folla (in altre parole, è anche grazie a Berlusconi e alle sue tv che la gente fuori dallo Hotel Raphael tirò le monetine a Craxi). In questo modo Berlusconi comincia a far girare la sua anima candida, “io sono come voi, uno di voi, sono incazzato come voi”, passa questo messaggio che poi lo porterà a vincere le prime elezioni della Seconda Repubblica, addirittura chiederà a Di Pietro di entrare nel suo governo, ma il molisano declina.

Di Pietro declina perché, probabilmente, dalle carte e confessioni su cui c’è ancora il segreto istruttorio, egli sa che anche Silvio Berlusconi è invischiato in Tangentopoli (Zampini nomina Berlusconi per la costruzione del terzo anello di San Siro nel suo libro “Io corruttore” nel 1993, quindi prima della discesa in campo, quando nessuno poteva parlare di motivi politici). E quindi comincia il giro di demolizioni di Tangentopoli: Berlusconi, adesso che ha ottenuto la poltrona, manda Brosio a linciare Di Pietro (se non ricordo male, Brosio e Fede traumatizzarono la figlia di Di Pietro, all’epoca piccolissima, otto anni, mentre il padre veniva messo sotto torchio a giornate intere); poi, mentre il Paese è imbambolato coi mondiali di calcio, vara il decreto salvaladri. Il governo Berlusconi cadrà presto, ma l’opera di demolizione verrà continuata dai successivi governi, e soprattutto dal giusto processo varato da Minimo D’Alema (quindi è roba bipartisan).

Per esempio, si stabilisce che le confessioni rilasciate ai pm devono essere ripetute in aula o non sono valide. Ma quello che ha confessato ha pure sicuramente patteggiato, e magari ha ricominciato a fare gli affaracci suoi (ma con persone nuove). Considerate che la gente che è nei salotti buoni di politica e finanza oggi, stava in quegli stessi salotti pure ieri.

Quindi chi ha confessato vuole stare il più lontano possibile dai tribunali (e i pm non possono costringerlo a parlare).

Risultato: poniamo che prima di Tangentopoli in Parlamento ci fossero quaranta ladroni. Uno confessa (Craxi). Gli altri trentanove prima fanno finta di niente, un altro futuro ladrone (Berlusconi) ne approfitta e accusa il ladrone, facendone il capro espiatorio di tutta la faccenda, poi tutti i ladroni rimasti varano leggi che dissolvono Tangentopoli. Alla fine Craxi è l’unico ad avere pagato (in teoria, in pratica non vide mai il sole a scacchi perché si diede alla macchia), e fu usato da capro espiatorio proprio da quelli che oggi vogliono riabilitarlo, a cominciare da Berlusconi Silvio.

Con il tempo Craxi diventa buono per un altro scopo, specialmente dopo morto, ché “fa più audience”. Prima era il capro espiatorio su cui dirottare la rabbia dell’opinione pubblica, che altrimenti li avrebbe linciati tutti e invece linciò solo lui; poi diventa il personaggio chiave per dimostrare che c’è da decenni un conflitto fra politica e magistratura. Chiaro? Le stesse persone che prima volevano Craxi pendere da una forca, oggi si stracciano le vesti per riabilitarlo.

È una barzelletta che ci raccontano da anni, perché nel frattempo, come ho già detto, un altro ladrone si è sostituito al primo: Berlusconi, lo sapete meglio di me, sono decenni che si difende dai processi, e non nei processi, e sta facendo di tutto per rimanere fuori dai tribunali.

La riabilitazione di Craxi serve appunto a questo, a dire: “guardate che mica è solo Berlusconi, i giudici cattivi se la presero anche con Craxi”. Ma voi considerate che Craxi è ancora oggi visto per quello che è: un ladrone. Per cui il messaggio rischia di non passare. È per questo che da tempo ci stanno rincoglionendo con articoli di giornali, speciali televisivi, editoriali dei direttori del TG1 che “rileggono” la storia di Craxi. Pensate che pure io, fino a qualche tempo fa, credevo che Craxi fosse stato condannato in base al teorema “non poteva non sapere”.

Mentre poi, a leggere le sentenze dei tribunali (e delle corti d’appello e della Cassazione – Craxi è stato condannato in via definitiva a dieci anni complessivi, e altre condanne sarebbero arrivate, se non fosse morto prima), si nota che è limpido e cristallino e indiscutibile che Craxi fu condannato per il teorema “sapeva, eccome se sapeva”, cioè perché era colpevole e nient’altro. Anzi, vi dirò di più, Craxi in tribunale disse queste testuali parole: «io sono sempre stato al corrente della natura non regolare dei finanziamenti ai partiti e al mio partito» (al processo Cusani, nel 1993, per la precisione). Capito? Craxi disse proprio lui che sapeva, sapeva tutto. Altro che “Non poteva non sapere”, tutte balle inventate da Berlusconi e dai suoi leccacu*o.

Niente teoremi, niente vendette politiche: la giustizia condannò Craxi perché era colpevole ogni oltre ragionevole dubbio (aveva confessato).

Questa è la breve storia di Tangentopoli vista dal punto di vista di Craxi. Le cronache, le confessioni, le udienze, le sentenze sono tutte lì, a dimostrare che non dico cazzate. Al contrario di Minzolini, il quale, per ignoranza o, più probabilmente, per malafede e a fini politic, questa sera ha riscritto uno dei momenti più bui della storia italiana, e ha riscritto con falsità non suffragate da documenti. Minzolini ha tirato fuori teoremi politici, lui, non i magistrati di Mani Pulite.

Per questo voglio invitarvi ad inviare al direttore del TG1 dentifrici, collutori, mentine e altra roba per la bocca, per dare sollievo ad una lingua che stasera, dopo gli straordinari, sarà rimasta impregnata dal sapore del colon di Berlusconi.

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