[Economics for dummies] Come spiegare gli swap (e il capitale nozionale) a Giulio Tremonti

Oggi il ministro dell’economia Giulio Tremonti (o Treconti o Tremorti) ha detto durante un’audizione al Senato che:

il capitale nozionale dei derivati, secondo uno studio americano, è pari a 12 volte il PIL del mondo

I giornali parlano genericamente di “volumi dei derivati”, giusto per non far capire di cosa stiamo parlando, anche se sono sicuro che Tremonti ha usato proprio la locuzione “capitale nozionale”, anche perché l’ha usata già un mese fa.

Il fatto è che, ascoltando queste parole, comunque vogliate chiamarla, l’attenzione dell’uomo della strada che ascolta le parole di tVemonti finisce sul numero e non sul concetto, pensando magari che “12 volte il PIL del mondo è un sacco di soldi, siamo con l’acqua alla gola, moriremo tutti, meno male che Giulio se n’è accorto, Lui ci salverà”.

Qualcuno leggermente più attento, oltre alla cifra, noterà la locuzione “capitale nozionale”, perché l’inghippo è tutto lì.

Detto in breve, il capitale nozionale è nulla. Non vale niente, non esiste. Io nella mia vasca da bagno ho un capitale nozionale di cento miliardi di euro in monete d’oro. Ma così come la fa intendere Tremonti significherebbe che per ogni euro reale ce ne sono 12 virtuali. Tutte balle.

Per spiegare meglio questa cosa usiamo gli swap.

Gli swap sono dei contratti di scambio (=swap), nati per coprire (match) un rischio (usati poi, come molti altri contratti derivati, da molti scellerati per fini speculativi o per arbitraggi). Non mi voglio perdere in chiacchiere, facciamo direttamente un esempio con gli swap sui tassi di interesse (ne esistono vari tipi, e vi sono anche opzioni e future sugli swap).

La FIAT ha molte attività a tasso variabile, ed è preoccupata perché, con la crisi economica, i tassi potrebbero scendere, e diminuire i suoi guadagni. Desidera quindi fissare un po’ delle sue attività ai tassi correnti.

L’ENI, al contrario, ha molte attività con un basso tasso fisso e crede che la crisi economica sarà breve: si ritroverà quindi con titoli che fanno guadagnare poco, che potrebbe non riuscire quindi a vendere, perché il mercato offrirà opportunità di guadagno migliori di cui non potrà approfittare. Vuole quindi convertire un po’ di queste attività a tasso fisso con attività a tasso variabile.

FIAT ed ENI hanno desideri contrari, dunque possono procedere allo scambio. Sottoscrivono quindi un plain vanilla swap (ovvero uno scambio semplice) alle seguenti condizioni:

  • I tassi scambiati sono un tasso fisso del 3% e uno variabile, corrispondente a un tasso BCE + 1% (il tasso BCE al momento è uguale al 2%);
  • Il capitale nozionale è, diciamo, un miliardo di euro;
  • I pagamenti sono annuali (per semplicità);
  • L’ultima condizione necessaria è la scadenza, che in questa sede però non ci interessa.

Dopo un anno il tasso BCE scende a 1%, e ENI e FIAT devono procedere allo scambio. Ma cosa si scambiano? I tassi di interesse. Come? In questo modo:

  • FIAT dà a ENI (BCE+1%=) 2% del capitale nozionale, ovvero 20 milioni di euro;
  • ENI dà a FIAT il 3% del capitale nozionale, ovvero 30 milioni di euro.

In definitiva lo scambio si riduce al passaggio di 10 milioni di euro da ENI a FIAT.

L’anno successivo il tasso sale al 3%, e avviene un nuovo scambio:

  • FIAT dà a ENI (BCE+1%=) 4% del capitale nozionale, ovvero 40 milioni di euro;
  • ENI dà a FIAT il 3% del capitale nozionale, ovvero sempre 30 milioni di euro.

Questa volta è FIAT a dover dare 10 milioni a ENI.

E così via fino alla scadenza del contratto. Che fine ha fatto quell’esorbitante capitale nozionale (1 000 000 000 di euro, quasi 2 mila miliardi del vecchio conio)? Non ha fatto nessuna fine, perché non c’è mai stato: serve solo come base per calcolare la quantità da scambiare, ma non viene mai versato da qualche parte.

È senza dubbio possibile che il capitale nozionale di tutti i contratti derivati assommi a 12 volte il PIL mondiale, ma è anche vero che l’unico rischio è relativo solo ad una piccola percentuale di quel capitale, e che stiamo parlando di migliaia e migliaia di istituzioni che hanno sottoscritto simili contratti, di capitale nozionale infinitamente più piccolo (il miliardo di cui sopra è un importo molto, molto elevato, di solito un contratto del genere riguarda qualche milione di euro). Uno studio del 2005 del Government Accounting Office degli Stati Uniti indicava che le perdite di credito delle banche relative ai derivati sono state pari allo 0,2% dell’esposizione di credito lorda: sono più rischiosi i prestiti che le banche erogano normalmente, che non i derivati.

Sia pure chiaro che vi sono derivati che non sono garantiti, che non servono a coprire il rischio disperdendolo, come i credit default swap, che anzi spesso amplificano le perdite.

Ora non so se Tremonti ignori la definizione di capitale nozionale o se abbia voluto sparare una cifra enorme per terrorizzare i cittadini che non conoscono queste cose (come l’azzecca-garbugli che sparava paroloni al semplice Renzo ne I promessi sposi). Però ho deciso di invitarlo per un bagno nella piscina olimpionica nozionale che ho nel mio giardino nozionale: magari si convince di aver detto l’ennesima cagata.