Ma quale informazione?

Ho l’abitudine, quando posso, di vedere quanti più telegiornali è possibile. Mi piace confrontarli e vedere quanto fanno cagare. Ma oggi proprio si è scaduto nel ridicolo.

Gianni Riotta è il direttore del TG1; è subentrato a Clemente J. Mimun, il quale, dato il risultato delle ultime elezioni politiche, ha dovuto trasferirsi su Canale 5, dove è diventato direttore del TG5. Informazione lottizzata, mi viene da dire: cambia il partito al potere, cambia il direttore del telegiornale. Ma in questo Paese non è una novità: è così da cinquant’anni.

Gianni Riotta avrebbe dovuto essere il cambiamento: si è laureato in giornalismo alla Columbia University, mica all’università per corrispondenza di Honolulu. Avrebbe dovuto portare una ventata di novità anglosassone nel martoriato panorama italiano: basti pensare che l’informazione americana (che pure è in parte addomesticata) offre un panorama infinito di possibilità, e ognuno può contare, solo pensando alla tv, a centinaia di telegiornali fra cui scegliere.

Gianni Riotta ha portato il cambiamento: ha inserito nuove tecniche di giornalismo (nuove per l’Italia, vecchie per gli States). Peccato che non ne abbia variato i contenuti. Il suo telegiornale è un terrificante mix di messaggi subliminali e disinformazione. La nuova nota politica è identica al “panino” presente in precedenza, con i politici di vari spiegamenti che spiegano il proprio pensiero in due righe: in questo modo, in trenta secondi si riassumono le idee di una decina di politici, intervallati e conditi dai commenti del giornalista responsabile del servizio e, perché no, del direttore stesso.

Ma oggi si è sfociato nel ridicolo: tutti i telegiornali che ho visto (persino Studio Aperto!) avevano aperto con le notizie drammatiche dei blocchi e delle proteste e delle cariche della polizia a Pianura, per l’emergenza rifiuti. Ancora adesso i giornali online aprono con questa notizia

Il TG1 no: il TG1, quello che è il telegiornale più importante e seguito d’Italia, ha aperto con le parole (parziali e senza contraddittorio) del papa, che ha chiesto una moratoria internazionale dell’aborto e di riflesso l’abolizione della Legge sull’aborto italiana (sì, proprio quella legge che ha azzerato gli aborti clandestini e le morti di parto di innumerevoli donne, e che a mio avviso è fra le più equilibrate del mondo). Solo poi si è passato all’emergenza rifiuti, che ha richiesto un vertice di governo di emergenza, che preoccupa persino l’Unione Europea, e che sta distruggendo Napoli e la Campania intera. Una notizia di importanza evidentemente secondaria. L’importante, infatti, è inviare il messaggio: l’aborto è male (anche se salva la vita di milioni di donne, che altrimenti abortirebbero ugualmente in modo clandestino e morendo nell’operazione), mentre i problemi del Paese vanno nascosti sotto il tappeto.

Si consideri, infine, il fatto che la chiesa (mi riferisco all’alto clero che si trova in Vaticano, che viaggia in Mercedes con la scorta, che possiede banche e compagnie aeree, non ai preti veri, quelli che stanno in mezzo alla gente, in mezzo ai malati, agli affamati, etc) sia diventata un’istituzione politica e finanziaria, attaccata al potere. Il tutto pagato con i soldi degli italiani. Non è un caso se in altri Paesi (europei e non) la voce politica della chiesa conta meno che niente: non c’è potere da difendere. Ma questa è un’altra storia.

L’informazione corre su internet: ognuno di noi può costruirsi il proprio notiziario, leggere notizie da una pluralità di punti di vista, informarsi davvero e crearsi il proprio punto di vista, senza che nessuno gli dica cosa pensare. L’informazione televisiva è a senso unico e parziale, volta a far passare quell’unico messaggio, perché le cose non devono cambiare, e tutto deve rimanere com’è: «pecore siete e pecore dovete rimanere». Woodrow Wilson diceva che un’opinione pubblica informata è la migliore garanzia per un governo che faccia davvero l’interesse dei cittadini: non è certo un caso se Hitler e Mussolini si impadronirono dei mass media per consolidare il proprio potere. Disinformando l’opinione pubblica si spingono le persone a non pensare: così chi si impegna a governare facendo il proprio interesse continuerà a farlo, nei secoli dei secoli. Almeno finché, a furia di reprimere, non si finisce come nella rivoluzione francese.

Oggi l’informazione può essere costruita dalle persone così come le persone stesse vogliono. E in alcuni casi, può essere la persona stessa a scrivere le notizie.