Volevo provare ad accedere a SPID con PosteID e…

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Ho provato ad accedere a SPID, acronimo che da quanto ho capito significa “Servizio Pagamento Imposte Duepuntozzero”, e il sistema mi dice che posso scegliere, fra le altre cose, anche PosteID. Che bello, io ce l’ho, PosteID, posso accedere senza troppi sbattime… AHAHAHAHAHAHAHAHAH, sì, come no.

All’inizio tutto sembra andare per il meglio: inserisco nome utente e password e li riconosce. Mi arriva la OTP (One Time Password) via SMS sul cellulare e anche qui tutto ok. Solo che nella pagina successiva il sistema mi dice che i miei documenti di identificazione non sono validi e devo recarmi in un ufficio postale per aggiornarli e validarli.

E vabbé, solo questo? Ovviamente no.

Arrivo alle Poste, che sono vuote (è ora di pranzo). Intanto bisogna capire dove devo andare. Non devo capirlo io, devono capirlo gli impiegati, che mi mandano da uno sportello all’altro manco avessi la peste (mi ero appena fatto barba e doccia, per cui penso fossi presentabile). Alla fine mi mandano da una signora (l’impiegata postale più cordiale, simpatica e gentile mai incontrata, a parte mio suocero) nella stanza dei servizi clienti speciali. O servizi speciali clienti, non so, le etichette sulla porta erano diverse.

E qui comincia il dramma. La signora comincia a mettere i miei dati e sì, sono effettivamente nella loro anagrafe. Per procedere però devo firmare un foglio per permettere il trattamento dei dati personali: si tratta di un modello che la signora compila al PC con i miei dati. Poi si apre una finestra, quella per accettare il trattamento dei dati personali. Sono quattro caselle: di default c’è un NO nero su sfondo ROSSO.

La signora in automatico seleziona un rassicurante SÌ nero su sfondo verde per tutte le quattro caselle. Ovvero la signora vuole dare tutti i miei dati non solo alle Poste ma anche a tutti i partner d’affari delle Poste, fra i quali, suppongo, c’è anche “Enlarge Your Penis srl”. Dato che non ne ho bisogno (di altro spam, intendo), la fermo e le dico che solo una casella, la prima, è obbligatoria; lei insiste (sempre con gentilezza) che altrimenti non si può andare avanti; io le chiedo di provare lo stesso così, perché è un po’ illegale che sia obbligatorio dover ricevere spam di Poste Italiane.

E in effetti avevo ragione io. Solo che sul PC, fino alla fine della procedura, resterà questo avviso arancione che dice che il cliente non ha dato tutti i necessari sì alla privacy (il che è falso). Suppongo che tanti altri impiegati meno gentili tenteranno di “vendere” lo spam di Poste Italiane pur di togliere di mezzo questo avviso fastidioso.

Andiamo avanti. Sì, dicevo, effettivamente esisto per l’anagrafe di Poste Italiane, ma i dati non sono aggiornati (ovviamente, visto che negli ultimi cinque anni sarò andato in posta quattro volte, non era improbabile che secondo loro fossi deceduto).

La signora procede all’aggiornamento dei dati con la mia carta d’identità nuova di pacca, mi chiede altre informazioni, senza alcun problema, finché non mi chiede il mio mestiere. “Dipendente?”, azzarda lei. “Libero professionista”, dico io. La signora appoggia la testa sulla scrivania, dopodiché si mette a cercare dentro agli archivi. “Dov’è il mio codice ATECO? Chi ha preso il mio codice ATECOOOOH?”, ma sempre con simpatia. Mentre sto per dirle che me lo ricordo il mio codice ATECO, lei esce dallo stanzino. La sento mentre chiede a chiunque se hanno visto il suo codice ATECO. E io aspetto, seduto, immobile, rassegnato, ma divertito. Tipo un’economista all’inferno. La signora ritorna, mette un codice nel sistema, “Professionista senza albo”, non serve l’ATECO. Bene, fatto.

La signora mi chiede di provare ad accedere a PosteID dal suo PC (il che non è proprio proprio proprio il massimo della sicurezza, ma tanto avrei cambiato password comunque. E comunque a quel punto del dramma sono già sicuro che nessuno potrà accedere al mio SPID, neppure io). Faccio, ricevo lo stesso errore, ma è possibile che serva del tempo perché tutti i server si aggiornino. Poco male, ma la signora si fa venire lo scrupolo.

Mi spiega che oltre al database nuovo c’è anche un database vecchio, per cui procediamo ad aggiornare pure quello coi nuovi dati. I dati sono gli stessi, compresi quelli appena inseriti nella nuova anagrafe, però il numero di telefono è quello vecchio (mentre nella nuova anagrafe c’era già il nuovo). E qui penso ai miei cari amici e conoscenti nerd, che a leggere queste cose avranno avuto due infarti prismatici. Ma ok, è tutto finito.

E invece no. Dato che sono un correntista occasionale (ho solo la Postepay), bisogna probabilmente aggiornare l’anagrafe Postepay. L’anagrafe Postepay si aggiorna con un’interfaccia testuale (tipo DOS, se avete presente). In questo caso ci sono i miei dati vecchi, ma con il numero di telefono nuovo. Tre database con tre informazioni diverse per la stessa persona, nella stessa azienda. Non penso si intenda questo con Big Data, ma andiamo avanti.

Aggiorniamo il tutto, ma c’è un problema: il software usato nel 2006 (quando feci la prima Postepay) era diverso da quello usato oggi (se oggi usano questa specie di DOS all’epoca che usavano, tavolette di argilla?). Nel 2006 il form relativo al documento di identità aveva probabilmente solo due campi: numero del documento, ente che lo ha rilasciato. Adesso però erano tre: numero del documento, ente che lo ha rilasciato e località di rilascio. Il problema è che nel campo “ente” non puoi scrivere “Comune”, perché c’è spazio per solo due caratteri.

“NICOLAAAAAAH”, urla la signora (sempre con simpatia e gentilezza, ve lo giuro): alle mie spalle si materializza un baldo giovane, che vede la schermata, dice “01 (zerouno)” e se ne va.

Ma non è ancora finita: sono ormai nello stanzino da mezz’ora e la signora mi chiede se ho abilitato la Sicurezza Web. “Certo che sì”, dico io. “Certo che no”, dice lei, dopo aver controllato sul PC. In pratica ho rinnovato la carta Postepay nel 2015, per cui la Sicurezza Web che feci all’epoca (2011) non era più valida e bisogna rifare da capo. “Perché non me l’avete detto quando sono venuto a rinnovarla l’anno scorso, così facevamo tutto in una volta?”. “Boh”. Ottima risposta.

Dopo 45 minuti sono fuori dall’ufficio postale, con tutti e tre i database con gli stessi dati aggiornati e validi fino al 2025. Esco (sono le 14:15) e provo ad accedere a SPID. Stesso errore.

Sono le 17:15 e ricevo ancora lo stesso errore.

Morale della favola, nonostante la gentilezza degli impiegati, le Poste sono l’inferno.

Morale della favola 2, a giudicare da quanto gli impiegati postali han fatto fatica a interfacciarsi con il concetto mentale di “devo fare lo SPID” (figuriamoci procedere all’abilitazione) e a giudicare da che casino devono essere i database delle Poste, quello che ho visto era solamente il limbo.

Sì, posso chiedere l’abilitazione anche ad altri due soggetti oltre a Poste Italiane, ma, considerando che al momento lo SPID non mi serve e questi due soggetti vogliono tempo (per andare a Milano per il riconoscimento facciale) e cose che non ho (firma digitale e lettore di carta di servizi) o che non voglio dare (soldi per il riconoscimento da remoto), direi che aspetterò che le Poste decidano cosa fare dei miei dati.

A parte darli a Enlarge Your Penis srl, ovviamente.

P.S.: ho provato ad usare anche l’app delle Poste, PosteID, ma il risultato è lo stesso. Solo che i dati che ho ritrovato nel mio profilo erano diversi da quelli degli altri tre che ho aggiornato stamattina in posta. No, non c’erano i dati vecchi, c’erano proprio dati diversi, compilati in modo diverso (per esempio il campo “Via/Viale/Piazza” è separato dal campo “Nome della via”, mentre nelle tabelle che abbiamo aggiornato stamattina il campo “Via” li comprendeva entrambi). Pazzesco…

Inferno