Tooby, L'Olandese volante
Cerco di dire cose sensate
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mag15
Termometro Finanziario: si può fare a meno dell’euro?
Autore: Tooby; Categoria: Economia;Aggiungi un commentoProve tecniche di crollo sui mercati finanziari nel corso dell’ultima settimana, con indici in altalena a seguito della superdomenica elettorale che ha interessato diversi Paesi europei. Gli occhi sono puntati ovviamente sulla Grecia: come ampiamente previsto, le elezioni nel Paese hanno dato luogo ad un Parlamento estremamente frammentato fra partiti europeisti filo-Troika (socialisti e Nuova Democrazia fino a ieri al governo), europeisti anti-Troika (la sinistra radicale di SYRIZA in grande spolvero) e antieuropeisti (fra i quali spiccano i neonazisti di Alba Dorata). Le consultazioni per la formazione di un governo che possa scongiurare le elezioni sono ad un punto morto, e il Paese potrebbe tornare alle urne già a giugno.
I problemi sono quelli noti, riassumibili nella formula”Atene non ha un euro per campare”, e ormai si fa sempre più concreta l’ipotesi che la Grecia decida di “risolvere” il problema uscendo dalla moneta unica e stampando dracme. Risolvere per modo di dire: la nuova moneta si svaluterebbe nel giro di secondi, diventando carta straccia; idem dire per il debito pubblico, divenuto non pagabile neppure ad averne la volontà; il Paese, senza più un briciolo di credibilità, non avrebbe più accesso ai mercati, e dovrebbe pagare stipendi e pensioni solo con le tasse, cosa abbastanza assurda ora, figuriamoci quando il Paese sprofonderà in una recessione che porterà via, secondo le stime, un quinto del PIL nel giro di un anno. A poco varrebbero gli effetti benefici della svalutazione della moneta, smolecolarizzati dalla realtà: un Paese che in sostanza produce solo feta, olive e Partenone (ovvero senza un settore industriale degno di questo nome) non ha un bel niente da esportare, mentre al contrario nel giro di due giorni pagherebbe il doppio tutto ciò che importa, a cominciare dal petrolio ed altri beni di non trascurabile importanza (cioè quasi tutto il necessario). L’uscita dall’euro, per la Grecia come per qualunque altro Paese, insomma, sarebbe roba da far impallidire l’austerità imposta dalla Germania e dalla Troika.
L’uscita della Grecia, inoltre, per quanto non dovrebbe essere il colpo mortale alla moneta unica (che nonostante tutto funziona ancora per lo scopo per cui è nata), non sarà scevra di conseguenze anche per il resto dell’Eurozona: se la Grecia (com’è ovvio che sarà) smetterà di pagare i propri debiti, a farne le spese saranno le banche e gli stessi Paesi che finora hanno erogato aiuti e finanziamenti ad Atene. In altre parole, il ripudio del debito pubblico ellenico si ripercuoterà sugli Stati e quindi sui cittadini europei. La soluzione più indolore sarebbe il ritorno della ragione in Grecia, con i politici locali pronti ad accettare il fatto che c’è un decennio di spese pazze e corrotte da pagare, ma pure nel resto dell’Europa, con un rilassamento delle regole fiscali a favore di un patto per la crescita europea, unico modo per risolvere davvero i problemi della zona euro. Si attendono, a riguardo, segnali dalla Francia, con il nuovo presidente Hollande pronto a mettere in discussione le decisioni di Merkozy, ma pure dalla Germania, dove le “piccole elezioni federali” tenutesi nel Nordreno-Westfalia, hanno portato alla batosta della CDU della cancelliera Merkel e dell’austerità proposta dal suo partito anche a livello regionale. La situazione è dunque ancora molto fluida e da seguire con la massima attenzione nei prossimi mesi.
Quanto alla prossima settimana, al deterioramento sul fronte politico si aggiungerà probabilmente anche quello economico, per l’Eurozona. Lunedì il dato più importante sarà la produzione industriale, prevista a +0,4% rispetto al mese precedente, e in ribasso rispetto all’ultima rilevazione (+0,8%); martedì sarà invece la volta del Prodotto Interno Lordo, e gli analisti si attendono il secondo trimestre di calo consecutivo (un -0,2% che si aggiungerebbe al -0,3% del trimestre precedente), che significherebbe recessione in senso tecnico per l’Europa. Sempre martedì conosceremo anche il PIL di Francia (previsto in territorio lievemente negativo), Germania (al contrario, lievemente positivo), ma soprattutto dei due osservati speciali dell’Eurozona, ovvero Spagna (attesa una contrazione dell’0,3% sul trimestre) e Italia (-0,6%).
Lunedì, inoltre, l’Italia rilascerà il dato sull’inflazione che dovrebbe rimanere stabile a +0,5% sul mese e +3,3% sull’anno; più tardi in mattinata andranno inoltre all’asta BTP a 3 e 10 anni, questi ultimi fondamentali in quanto ritenuti titoli “benchmark”, mentre martedì l’indice ZEW dovrebbe segnalare che il sentiment sulle condizioni economiche in Germania e nell’area euro va avvicinandosi verso la quota zero che indica pessimismo circa i prossimi sei mesi.
Sempre martedì, dall’altra sponda dell’Atlantico, conosceremo come stanno andando l’inflazione (prevista stabile) e le vendite al dettaglio (attese invece in forte calo a +0,2% rispetto al precedente +0,8%).
I dati di maggiore interesse rilasciati mercoledì riguarderanno gli USA: si comincia con le costruzioni di nuove case, importante per il cosiddetto “ripple effect”, ovvero che l’acquisto (ma anche la costruzione) di una nuova casa, oltre a essere indicatore di ottimismo, comporta anche l’acquisto di mobili e altri oggetti necessari per arredare la nuova abitazione. Ogni nuova casa, insomma, significa consumi aggiuntivi, che sono “l’olio” dell’economia. Più tardi conosceremo il dato sulla produzione industriale, prevista nuovamente in territorio positivo, dopo lo 0,0% dell’ultima rilevazione, a sottolineare che la ripresa USA, per quanto anemica, esiste e resiste ancora. Nel corso della sera europea, infine, verranno rilasciate le minute dell’ultimo meeting della Federal Reserve USA, utili a conoscere i pensieri dei banchieri centrali fra i più influenti circa l’evoluzione dell’economia statunitense.
Anche giovedì sarà una giornata dominata da dati americani: si inizierà con i jobless claims, ovvero con le nuove richieste di sussidi di disoccupazione, previste stabili a 365 mila, per poi passare al Philadelphia Fed Survey, indice che misura le condizioni del settore manifatturiero dell’area di Philadelphia ed è visto come importante indicatore di un settore fondamentale dell’economia USA.
La settimana terminerà senza dati di rilievo per gli USA, mentre l’Italia rilascerà il dato sui nuovi ordini all’industria (atteso, neanche a dirlo, ancora in territorio negativo).
Photo credits | Sailko [GFDL, CC-BY-SA-3.0 or CC-BY-2.5], via Wikimedia Commons
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mag10Aggiungi un commento
Visto il recente exploit delle sue liste nel corso delle ultime amministrative, Beppe Grillo si sente ancora più a suo agio a pontificare in termini populistici di quanto non lo fosse prima. Intervistato da Bloomberg, ha affermato che l’Italia dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di un’uscita dall’euro perché è “un cappio al collo”, aggiungendo che non abbiamo la possibilità di contrattare il nostro debito pubblico.Entrambe le ipotesi, per motivi che già conosciamo (uno e due), colpiranno le classi sociali più deboli, per non parlare del futuro del Paese. Va ribadito ciò che è stato detto: l’euro, per quello che serve, ha funzionato meglio della lira. Se sparisse, ci impoveriremmo di botto poiché ci ritroveremmo in mano della carta straccia al posto delle banconote, mentre le classi più agiate avranno già messo al sicuro tesoretti in altre valute, continuando a campare.
Questo è il destino del Paese nel caso in cui i partiti contrari all’euro dovessero continuare la loro marcia trionfale verso il Parlamento, mentre invece, ora più che mai, serve una politica in grado di correggere le storture dell’Unione Europea. Il problema, infatti, non è l’euro, ma il fatto che il governo delle politiche economiche (e quindi della moneta) è in mano a due decine di Paesi diversi (che possiamo, al massimo, raggruppare in due macroaree, quelli che stanno bene – sempre meno – e quelli che stanno male – e peggiorano – , ma il livello di schizofrenia non cala poi di molto).
Occorre maggiore integrazione europea. Occorre una politica economica comune che sia in grado di riconoscere che la stessa ricetta non può funzionare per tutti, che in molti Paesi europei l’austerità imposta dai tedeschi e dai sempre meno numerosi alleati primi della classe comporterà solo l’aggravarsi della recessione, rendendo sempre più difficile l’uscita dalla crisi, non solo per gli ultimi, ma pure per i teutonici, anche e soprattutto nel caso in cui qualche Paese uscisse dalla moneta unica. Occorre capire che è sì necessario che gli obiettivi nazionali di finanza pubblica convergano ad uno standard europeo, che i tagli alle spese servono, ma che comunque tutto questo non può essere sufficiente, né lo è (nonostante sia auspicabile, per quanto molto difficile) tagliare le tasse se non si programmano nuovi investimenti, perché l’Eurozona è debolissima anche dal punto di vista della domanda aggregata.
In molti Paesi questi problemi non sono risolvibili dentro i propri confini: serve una politica europea, un New Deal che faccia rialzare la testa ai Paesi strozzati da sé stessi (come la Grecia, ma pure gli altri maiali s’avviano al macello) per evitare che accada lo stesso anche nel resto della UE. Uscire dall’euro non servirà ad altro che aggiungere crisi a crisi: l’Italia, ad esempio, non può farcela a colmare quel buco nella domanda da sola perché il debito pubblico è già a dimensioni esagerate, e con un costo spaventoso (senza contare che gli ingranaggi del sistema Paese continuano ad essere bloccati dalla ruggine delle corporazioni, delle caste, dei sindacati, eccetera). Altri Paesi, le triple A, quelli che stanno meglio (per ora), sono riusciti a rimanere a galla proprio perché lo Stato è intervenuto a colmare quel buco espandendo la spesa pubblica di diversi punti rispetto al PIL, in molti casi molto più dell’Italia, dove anzi i cosiddetti stabilizzatori automatici sono stati tagliati.
Appare ovvio che ci siano Paesi che hanno beneficiato troppo dell’euro, tenendolo in ostaggio, a scapito di altri Paesi, che però ci hanno messo del proprio per finire in questo labirinto, rinviando riforme strutturali fondamentali, continuando a sprecare e non approfittando dei bassi tassi di interesse dell’ultimo decennio per investire. Appare quindi ovvio che il primo gruppo di Paesi debba aprire il portafogli e coprire gli scompensi, come pure che il secondo gruppo si dia una credibile regolata.
Cosa c’entra l’euro in tutto questo? Niente. La colpa non è della moneta, bensì dei governicchi che giungono ad accordicchi pazzoidi e che non sono neppure in grado di spiegare all’opinione pubblica europea che qui o si fa l’Europa o si muore.
In quest’ottica, non ci si può stupire del fatto che l’esasperazione produca mostri: in Grecia i neonazisti, in Francia i nazionalisti al 20%, in Italia il Movimento 5 Stelle subentra alla Lega Nord, con un programma che, sebbene più “allegro” e positivo degli altri partiti appena citati, resta fortemente populista ed estremamente lacunoso dal punto di vista economico.
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mag7
Termometro Finanziario: occhi puntati sulla superdomenica elettorale in Francia, Grecia e Germania
Autore: Tooby; Categoria: Economia, Senza categoria;Aggiungi un commentoTorna il segno meno sulle principali borse mondiali nella settimana conclusasi venerdì: gli indici sono ritornati sui minimi di aprile, e sembrano bene impostati a scendere al di sotto di tale livello, anche se molte sono le notizie da digerire, specialmente per quanto riguarda il weekend.
Tre elezioni hanno infatti segnato il panorama europeo, lasciando intuire che nei prossimi mesi parecchie cose sono destinate a cambiare: la vittoria di Hollande in Francia e la sconfitta della Merkel nello Schleswig-Holstein indeboliscono fortemente il legame fra Parigi e Berlino che aveva dominato la politica europea fino a ieri. L’esito di questo mutamento di equilibri sarà fondamentale per i destini dell’Europa: ormai da molto tempo gli analisti non fanno che far notare che l’attuale politica economica europea, imposta dalla coppia Merkozy, non ha risolto nulla né potrà risolvere nulla, poiché si basa su politiche estremamente procicliche, ovvero che aggiungono recessione a recessione.
La terza elezione è stata quella greca, (per ora) ultimo Paese ad essere stato “salvato” dall’Europa: il risultato di questa elezione è stato quello tipico di un Paese sull’orlo del collasso, ovvero elevata frammentazione. I due partiti maggiori, ovvero quelli che hanno “firmato” l’austerity che ha permesso lo stacco degli assegni che hanno tenuto a galla Atene, infatti, si ritroveranno costretti a basare il proprio governo di grande coalizione su una maggioranza risicatissima, ed esposta alle spinte centrifughe di partiti che invece hanno avversato le misure proposte dall’Unione Europea per salvare il Paese. Se il governo di coalizione dovesse fallire, la situazione sembra essere destinata ad aggravarsi, e in quel caso l’uscita dall’euro della Grecia non sarà più così improbabile, con conseguenze (per la Grecia e per l’Eurozona) gravi per non dire catastrofiche.
Dall’altro lato dell’Atlantico, il dato più interessante è stato quello del mercato del lavoro statunitense, che segnala, ancora una volta, che per molti americani l’economia non si sta riprendendo, a prescindere dalle statistiche: se infatti il tasso di disoccupazione è calato, è grazie all’aumentato numero di scoraggiati, ovvero di coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano neanche più, e che dunque non rientrano più nelle statistiche. Non si crea molto lavoro negli USA, e senza lavoro non può esserci che una ripresa economica molto fragile.
La prossima settimana, a parte l’indigestione di risultati elettorali appena citati, dovrebbe risultare abbastanza tranquilla dal punto di vista dei dati macroeconomici. Il lunedì va segnalato soltanto il dato sugli ordini agli industria in Germania, che per gli analisti dovrebbe segnalare un lieve miglioramento. Discorso simile per martedì, quando verrà rilasciato anche il dato tedesco sulla produzione industriale, che dovrebbe tornare in positivo rispetto all’ultimo rilevamento, mentre mercoledì conosceremo lo stato della bilancia commerciale di alcuni Paesi europei, fra cui Germania e Francia.
Maggiore movimento a partire da giovedì: in mattinata conosceremo la produzione industriale italiana, prevista ancora negativa, e quelle francesi e inglesi. Rimanendo oltre Manica, giovedì la Banca d’Inghilterra renderà note le proprie decisioni circa i tassi di interesse. Nel pomeriggio gli USA rilasceranno i consueti jobless claims (previsti sui medesimi livelli della settimana passata, a 366mila unità di nuovi richiedenti un sussidio), e il dato sulla bilancia commerciale.
Venerdì sarà importantissimo guardare verso Pechino, visti i molti dati che verranno rilasciati nella notte europea, ovvero i prezzi al consumo e alla produzione, le vendite al dettaglio e alla produzione industriale. Negli USA, invece, conosceremo il livello dei prezzi alla produzione e quello della fiducia dei consumatori.
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apr23
Termometro Finanziario: l’orso si prende una pausa aspettando le presidenziali francesi
Autore: Tooby; Categoria: Economia;Aggiungi un commentoLe borse europee hanno tentato di costruire un supporto dal quale tentare un rimbalzo nel corso dell’ottava scorsa, chiudendo sostanzialmente con poche variazioni dopo i ribassi anche paurosi della settimana precedente.
L’osservato speciale della prossima settimana sarà fin da subito la Francia, con i risultati del primo turno delle presidenziali che vedono, oltre la “vittoria” del candidato socialista François Hollande, la grande difficoltà del presidente uscente Nicholas Sarkozy e il grande spolvero della destra nazionalista di Marine Le Pen. Specie quest’ultimo risultato sarà cibo per i mercati: comunque andrà, infatti, sarà la politica economica europea a risentirne, visto che gli elettori francesi sembrano voler bocciare in ogni caso l’asse Merkozy che ha imposto una linea economica all’Europa (la linea della Germania nella fattispecie) che viene vista da gran parte degli analisti economici come fallimentare.
È indubbio che il candidato socialista, in caso di vittoria, chiederà la revisione del fiscal compact e una spinta a una BCE che badi non solo al controllo dell’inflazione, ma pure alla crescita economica e all’occupazione, ma i tedeschi continuano a non sentirci da quell’orecchio e a tenere in ostaggio un Mario Draghi con le armi sempre più spuntate. Ma anche se invece dovesse vincere Sarkozy, visto il 20% conquistato da Le Pen, i nazionalisti potrebbero trarne giovamento e ostacolare il cammino dell’Europa proprio mentre c’è bisogno di un’Unione ancora più forte.
Va ricordato, infatti, che se nessuno dei Paesi dell’area Euro ha ancora deciso di uscire dalla moneta unica (sia esso la Germania o la Grecia), significa che il costo della rottura dell’Unione Monetaria è ancora più alto rispetto a quello del rimanere dentro lo scudo europeo. E considerando i miliardi spesi o persi durante la crisi dell’Eurodebito, la fine dell’Euro come lo conosciamo oggi non è per nulla un risultato auspicabile, specie se ci si arrivasse per considerazioni populiste che diventeranno forti con il cronicizzarsi della crisi (ammesso che sia vero, come detto dal viceministro italiano Grilli, che la fase acuta è finita).
Passiamo alle notizie che potrebbero muovere i mercati nel corso della settimana entrante: il lunedì comincerà con il rilascio nella notte europea della stima flash dei sondaggi dei direttori degli acquisti cinesi: il dato, come tutti gli indici PMI, servirà a dare indicazioni circa il futuro della seconda economia del pianeta. Il dato precedente si era attestato sotto i 50 punti che segnalano espansione dell’economia, a 48,5. Più tardi in mattinata verrà rilasciato lo stesso dato per Francia, Germania e per l’intera Eurozona (tutti sotto la soglia dei 50, con esclusione del PMI relativo ai servizi, lievemente sopra), mentre in Italia verrà reso noto il livello della fiducia delle imprese, che dovrebbe rimanere sui livelli precedenti.
Martedì mattina in Europa conosceremo le retribuzioni contrattuali italiane (da tempo depresse), gli ordini all’industria dell’Eurozona (previsti in ripresa, ma comunque negativi) e infine la fiducia dei consumatori francesi. Negli Stati Uniti invece occhi puntati sull’indice Case/Shiller, che misura il prezzo delle abitazioni familiari in 20 aree metropolitane, e sulle vendite di nuove abitazioni, previste in lieve rialzo. Il mercato immobiliare, come ben sappiamo, è molto importante, poiché l’acquisto di una casa, oltre a essere segnale di fiducia verso il futuro da parte di una famiglia, porta con sé anche una spesa per consumi non indifferente, indirizzata verso mobilio, accessori per la casa e simili. Alle 16 ora italiana verrà infine reso noto il livello della fiducia dei consumatori calcolato dal Conference Board.
Mercoledì alle 9 è previsto un discorso di Mario Draghi, che ovviamente sarà seguitissimo dagli investitori. Poco dopo il Regno Unito renderà nota la stima preliminare della crescita del PIL nel primo trimestre dell’anno, prevista a +0,3% anno su anno rispetto al precedente +0,5%. Al pomeriggio, invece, gli occhi saranno puntati sugli ordini di beni durevoli USA, che dovrebbero continuare a segnalare un rallentamento dell’attività economica, ma soprattutto sulla Federal Reserve, che annuncerà le proprie decisioni sui tassi di interesse. Di conseguenza sarà fondamentale ascoltare le parole di Ben Bernanke, al fine di conoscere l’opinione della banca centrale USA circa la crescita economica: non va infatti dimenticato che negli ultimi anni gli USA hanno visto un ottimo primo trimestre dell’anno, seguito da momenti di forte debolezza nel resto dei dodici mesi. Se sarà così anche questa volta, è uno degli argomenti più caldi del dibattito economico.
Il dato più importante della giornata di giovedì dovrebbe essere quello più caro ai tedeschi, ovvero l’inflazione, che dovrebbe segnalare, nella sua stima preliminare, un rallentamento (da 0,3% a 0,1% sul mese). Fra gli altri dati della settimana spiccano le fiducie delle imprese italiane ed europee, entrambe previste stabili. Al pomeriggio usciranno le consuete statistiche sui nuovi sussidi di disoccupazione richiesti negli USA, che dovrebbero uscire in calo a 375 mila unità.
Ma sarà con buona probabilità la giornata di venerdì a portare movimenti nei mercati. Nella notte il Giappone renderà noti molti dati, fra cui il tasso di disoccupazione, le vendite al dettaglio, la produzione industriale e soprattutto il tasso di interesse della Bank of Japan. Al mattino conosceremo la fiducia dei consumatori tedeschi così come calcolata da GfK (prevista stabile), la spesa per consumi in Francia (che gli analisti vedono in contrazione) e le vendite al dettaglio in Italia. Ma è il pomeriggio a catalizzare l’attenzione: alle 14.30 verrà resa nota la prima stima del PIL statunitense per il primo trimestre, che dovrebbe attestarsi a +2,5% trimestre su trimestre (contro il +3% precedente). Più tardi verrà infine resa nota la fiducia dei consumatori USA calcolata dall’Università del Michigan.
Photo credits | Matthieu Riegler, Wikimedia Commons [CC-BY-3.0 or CC-BY-3.0], via Wikimedia Commons
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apr15
Termometro Finanziario: l’economia rallenta e torna la paura sui mercati
Autore: Tooby; Categoria: Economia;Aggiungi un commentoSettimana in correzione per le principali borse mondiali, specie nella giornata di venerdì: solo considerando il giorno finale dell’ottava Milano ha lasciato sul terreno il 3,43%, Francoforte il 2,36 %, mentre il Dow Jones statunitense l’1,05%.
Il venerdì nero è iniziato a causa dei dati sulla crescita del PIL cinese, che è cresciuto per l’ultimo trimestre “soltanto” del 8,1% annuo, contro l’8,3% previsto dagli analisti. Ormai da diverso tempo la Cina cresce a un ritmo meno serrato, a causa della debolezza dei tradizionali mercati di sbocco della dragone, ovvero Europa e USA, delle difficoltà del settore edilizio, e infine della politica monetaria restrittiva volta a contenere l’inflazione, la quale, se finisse, fuori controllo potrebbe acuire le tensioni sociali. Tuttavia alcuni dati macroeconomici, tra cui la produzione industriale, fanno intuire che i prossimi mesi potrebbero essere migliori.
Nel pomeriggio i dati sulla fiducia statunitense hanno continuato a deprimere i mercati, poiché hanno contribuito a sostenere lo scenario di crescita ancora molto moderata. È iniziata intanto la stagione delle trimestrali negli Stati Uniti: i primi dati sono indubbiamente incoraggianti rispetto alle aspettative, ma va considerato che le attese erano già state tagliate precedentemente.
Ma è sempre la crisi dell’eurodebito a tenere banco: le continue strette fiscali cui sono sottoposti vari Paesi europei (tra cui Spagna e Italia) porteranno con sempre maggiore probabilità molti paesi e l’intera Eurozona al collasso, se questa politica restrittiva non verrà controbilanciata da una credibile azione volta a sostenere la ripresa economica. Gli effetti dello LTRO già fanno sentire la propria debolezza, infatti già si parla di un terzo round di denaro fresco firmato Mario Draghi, il fondo salva-stati non è neppure lontanamente sufficiente, mentre continua ad erodersi la fiducia che i governi europei (tecnici compresi) siano in grado di trascinare i Paesi fuori dalla crisi. Siamo quindi in mezzo al guado e il torrente si fa impetuoso.
Per quanto riguarda l’agenda macroeconomica della prossima settimana, occhi puntati su alcune statistiche che aiuteranno a capire come è andata la crescita economica negli USA nel primo trimestre del 2012. A tal proposito lunedì pomeriggio verranno rilasciati i dati sulle vendite al dettaglio, fondamentale misura dei consumi, una delle componenti del PIL. Il dato dovrebbe segnalare una contrazione.
Martedì mattina conosceremo il dato dei prezzi al consumo in Europa e quello dell’indice tedesco ZEW, un sondaggio volto misurare l’”ottimismo” circa il futuro dell’attività economica, mentre nel pomeriggio conosceremo il dato sulla produzione industriale americana e sui nuovi cantieri residenziali.
Giovedì per quanto riguarda l’Europa, conosceremo gli ordini all’industria in Italia e nel pomeriggio la lettura dell’indice della fiducia dei consumatori nell’Eurozona. Ancora nel pomeriggio usciranno negli USA le consuete nuove richieste di sussidi di disoccupazione, dato fondamentale poiché gran parte della ripresa passa dal riassorbimento dei non impiegati “prodotti” dall’economia nel corso della crisi. Sempre giovedì pomeriggio occhi puntati sulle vendite di case esistenti e sull’indice della Federal Reserve di Philadelphia relativo all’attività economica nella regione.
Venerdì infine occhi puntati sulla Germania, in particolare ai prezzi alla produzione e all’indice IFO, che misura le aspettative sui prossimi sei mesi.
Photo credits | Hector Garcia [CC-BY-SA-2.0], via Wikimedia Commons
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feb12
Un articolo dal passato:
M’illumino di meno…Autore: Tooby; Categoria: Sideblog;Aggiungi un commento…sempre. Anche quest’anno arriva la giornata di “M’illumino di meno“, giornata del risparmio energetico e, quest’anno, anche delle energie rinnovabili. Promossa da Caterpillar (RadioDue), l’iniziativa propone di fare per quanto possibile a meno dell’energia elettrica (e magari di produrne un po’ da sé). Io ricordo e vi invito a partecipare. Dal canto mio praticamente partecipo tutto l’anno: i miei consumi sono ridotti al minimo (lampadine a risparmio energetico, pc e frigo sono gli unici che mangiano costantemente energia), nessun elettrodomestico resta mai in standby, la tv è addirittura staccata (non la guardo mai) e l’ENEL ormai mi manda una bolletta ogni quattro mesi (o me la manda per dirmi che non c’è niente da pagare, sprecando carta). Tuttavia stasera m’illuminerò ugualmente di candele (ahimè, non mi sono attrezzato per produrre energia).



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