L'Olandese volante

Spiacente, non riesco a farmi trattare da suddito

  • mar
    10

    Le buste e i carri armati

    Autore: Tooby; Categoria: Politica;

    Ricapitolando, ancora, in breve: diverse liste del PdL e del centrodestra (ma pure molte altre liste minori, che però non possiedono tre televisioni e qualche centinaio di ruffiani a far rumore) vengono presentate presso la cancelleria di vari tribunali, alcune in ritardo rispetto ai tempi, altre con firme sospette. Il governo interviene con un decreto legge pesantemente incostituzionale, che però non serve a nulla (da un lato in Lombardia la magistratura riammette una lista senza badare al decreto, dall’altra in Lazio ne respinge una perché il decreto non si applica e ne respinge un’altra ancora, sempre nel Lazio, perché nonostante il decreto non ci sono i requisiti per l’ammissione).

    Insomma, per i polli della libertà è disfatta totale: non solo non sono in grado di presentare correttamente delle liste, ma sono pure incapaci di fare un golpe – pur essendo essi stessi al potere -, visto che il de-cretino non ha neppure funzionato. In altre parole i dirigenti del PdL hanno fatto una di quelle figure che la Storia (specialmente quella del varietà) difficilmente dimenticherà.

    Cosa fanno poi questi fascistelli? Non fanno mea culpa (perché hanno fatto tutto loro, loro hanno combinato pasticci con le firme, loro sono andati a farsi un panino, eccetera, sono loro che dovrebbero scusarsi con i propri elettori per la propria sciatteria), ma se la prendono con la “sinistra” che non vuole “elezioni democratiche” perché non vuole che partecipi il PdL. Ma la “sinistra” non ha mai detto o fatto nulla del genere: se il PdL voleva partecipare alle elezioni, doveva candidarsi. La “sinistra” non gli ha impedito un bel niente: il PdL, semplicemente, alla presentazione della lista non c’era, non si è candidato. Punto, lapidate Milioni o chi per lui, ma non rompete le balle a noi.

    Adesso che la magistratura applicando la Legge li ha respinti (tra l’altro per la sola lista PdL del Lazio, tutte le altre si sono salvate da sole, come avevo ben detto), ecco arrivare l’appello alla piazza, una grande manifestazione per il diritto di voto (quindi per il nulla, visto che al momento il diritto di voto ce l’abbiamo ancora tutti).

    È chiaro che questa manifestazione non avrà alcun effetto pratico: si vuole mobilitare la massa al fine di giustificare nuovi strappi alle regole. Ad esempio un decreto che salvi le liste punto e basta, non tentando di interpretare le regole, bensì prescindendo recisamente da esse; o un ingiustificato rinvio delle elezioni perché una delle squadre non s’è presentata in tempo (cosa che normalmente significa sconfitta a tavolino, ma col PD non si può mai dire), eccetera eccetera.

    Insomma, sarà una manifestazione per dire “qua comandiamo noi, a prescindere dalle regole”. E se non siete d’accordo vi meniamo contro i nostri sostenitori. Sono tutte chiacchiere, si badi bene, ma basta la minaccia affinché il notaio dello Stato e l’opposizione molliccia si arrendano per salvaguardare la pace.

    Senza però capire che qui, a furia di minacce, concessioni, D’Alema e “tanto se la firmo me la rimandano uguale”, questa fotocopia sbiadita dei fascisti (perché pure Mussolini, nonostante rispetto a un Hitler o a uno Stalin fosse un simpaticone, li avrebbe presi per incapaci totali, tranquilli) si sta mangiando l’Italia a spizzichi e bocconi. E mica da oggi: sono almeno dieci anni che tolgono un filo alla volta, e senza neanche accorgercene siamo già mezzi nudi. La cosa inedita, stavolta, è che l’illegalità è più che palese, non è un sospetto, un dubbio o un’eccezione, tanto che non si può fare di peggio se non mostrando i muscoli, ovvero una massa inferocita contro non si sa bene cosa, visto che, l’avesse fatto il PD, i sostenitori democratici avrebbero inseguito Bersani fino in Siberia randelli alla mano, mica Berlusconi.

    Per questo non può passare l’idea della ragione attraverso la voce del popolo sovrano (che poi non è “il popolo sovrano”: il popolo è tale solo attraverso la Costituzione che questi vogliono usare come carta igienica, non è il popolo in quanto accrocchio, io e i miei amici in un pub non siamo un popolo, anche se siamo centomila – e tra l’altro il “popolo” che andrà in piazza sarà solo una turba di lobotomizzati televisivi che mi fa credere che il suffragio universale non sia una cosa che possiamo permetterci, perché siamo troppo indietro nella scala evolutiva); questo atto di forza non sarà l’ultimo, ma solo il nuovo limite che queste barzellette che vogliono chiamarsi “statisti” cercheranno di oltrepassare la prossima volta.

    L’opposizione democratica (e apartitica) deve farsi sentire pacificamente come sempre a prescindere da tutto e non deve permettere ulteriori strappi alla Carta Costituzionale. Non un Aventino, bensì un muro: non si tirino fuori “le riforme di cui questo Paese ha bisogno richiede la collaborazione e blablabla”, perché questi topi di fogna ritornati alla luce dopo settant’anni non faranno mai neppure una riformicchia decente (suvvia, non sono neanche capaci di presentare delle liste elettorali, vogliamo fargli cambiare la Costituzione? Io ho pure dei dubbi che qualcuno da quelle parti non sappia neanche leggere…).

    Io mi appello non tanto alla sinistra, bensì alla destra, a chi condivide la mia idea di destra, la stessa idea di Montanelli, quella della legalità, del rispetto della Legge sopra ogni cosa, la destra che ha incarnato lo spirito illuminista della Rivoluzione francese. Siamo dei dannati liberali, non degli schifosi fascisti.

    La Rissa mandi pure i carri armati per le strade, io ho buste a sufficienza.



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  • mar
    7

    Il de-cretino: considerazioni a margine

    Autore: Leoman3000; Categoria: Politica, Sociale;

    (da Sciccherie)

    Senza perdere troppo tempo con spiegazioni dottrinali e giurisprudenziali (se n’è già occupato ieri ottimamente Tooby, che ha scritto sul punto uno dei post politici migliori degli ultimi 150 anni – quasi cit. -), in questa occasione sarebbe difficile non schierarsi apertamente contro quanto ordito dal Consiglio dei Ministri venerdì sera. Solo chi è stato totalmente insufflato, tanto da approvare ogni parola di chi amministra lo Stato, potrebbe dichiararsi soddisfatto dell’operato del Governo nel frangente.

    Il percorso è sintetizzabile in appena due punti. 1) Alcuni rappresentanti del PdL, partito di maggioranza, hanno combinato qualche casino di troppo (firme mancanti e ritardi) per loro negligenza; 2) I vertici del PdL, non riuscendo a fermare i “casotti” in maniera regolare (ovvero ai sensi di quanto previsto dalla Legge), hanno pensato bene di promulgare un “decreto interpretativo ministeriale”, quindi un atto di estrema urgenza (perché?), per tentare di salvare, stavolta inequivocabilmente, i proverbiali capra e cavoli. Tutto questo con il beneplacito, praticamente silente, di una Presidenza della Repubblica che se ne lava le mani.

    Quanto sopra scritto non è sovversione, né polemica. In pratica, per evitare una esplicita figura di merda, è stato necessario un atto di imperio (sic). Che, di fatto, potrebbe pure essere impugnato per possibile antinomia costituzionale (si legga cosa è scritto nell’art. 72 della Carta; sarebbe qualche minuto ben speso). Tra l’altro, la creazione del decreto è avvenuta in un cortissimo lasso di tempo e inaudita altera parte (cioè senza considerare minimamente le proteste dei giorni scorsi delle opposizioni alla c.d. “leggina” – altra cazzata, perché non esistono deontologicamente “leggi piccole” o “grandi” – ). Ovviamente, la mossa è stata ponderata nel nome della democrazia.

    Perché, secondo le logiche più opportune, “democrazia” può essere anche l’emanazione di un vero e proprio editto, pur di conseguire fini interessati. Come se in cima alla piramide sociale si trovasse un Dominus di romana memoria, capace di ricercare soluzioni a proprio vantaggio, dando viceversa l’illusione di svolgere un servizio utile alla Nazione. Infatti, se da un lato si è materializzato, in alcune zone dello Stivale, il concreto rischio di esclusione della principale lista votata (una lesione al diritto di voto, dovuta però alla mancata diligenza degli addetti ai lavori), dall’altro è stato giocato un jolly in barba a delle norme previgenti (una lesione legislativa e della sovranità popolare), che, inoltre, forma un “due pesi e due misure” nei confronti di fazioni minori escluse in altre competizioni per medesimi motivi. Semplice immaginare cosa sarebbe potuto accadere se, al posto del PdL, ci fossero state esponenze di centro-sinistra.

    Oltretutto, c’è da chiedersi cosa vi sia da interpretare, in soldoni, in “le candidature devono essere presentate perentoriamente entro le ore 12 del trentesimo giorno che precede le elezioni”. Il termine più ostico da comprendere sarebbe “perentoriamente”, ma per sfogliare un vocabolario non serve un titolo di studio. Ergo, per rendere più chiara la nuova disciplina, il provvedimento ammette che le carte possono essere presentate anche successivamente. L’importante è che, 30 giorni prima della tornata, un impiegato fosse lì a mezzogiorno con i fascicoli opportuni. Quel che conta, dunque, è l’ “intenzione”.

    Per qualcuno, la recente “lettura normativa” è stata un colpo basso: d’altronde, sono state cambiate le regole del gioco nel corso dello stesso. Si è parlato persino di golpe, abuso di potere, oligarchia, dittatura. Sembrerà strano, ma, al contrario, potrebbe formare una potenziale anarchia. Per analogia, chiunque potrebbe superare un esame o un concorso per la sola presenza, senza tener conto dell’esito del dialogo con l’esaminatore. Oppure, secondo l’ennesimo generatore di Metilparaben (sarcastico, ma non troppo), “i gol si considerano realizzati, a prescindere dall’effettiva entrata della palla in porta, a condizione che il centravanti si trovi all’interno dell’area di rigore entro il novantesimo più recupero”.

    C’è chi riderà, c’è chi si muoverà. C’è pure chi, recandosi comunque alle urne fra qualche settimana, se ne frega di tutto. Ed ha preferito godersi, sdraiato sul divano, Fiorentina – Juventus o Roma – Milan. A proposito di “calcio”.

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  • mar
    7

    Non potete togliere il diritto di votare chi voglio che mi rappresenti. Questo è il motivo per il quale negli ultimi giorni si sta demolendo lo Stato di diritto con un decreto che di fatto sospende parte della Costituzione, con la controfirma di Giorgio Vittorio Emanuele Napolitano III, che poi si è pure divertito a prenderci in giro sul sito del Quirinale, in una sbroccata che poteva veramente evitare.

    Il punto è un altro: se l’elettore (onesto) medio del PdL fosse in grado di pensare dopo questo pasticcio il PdL non lo voterebbe più, perché non vorrebbe farsi rappresentare da incapaci che non sanno neanche guardare un orologio. Gente del genere potrebbe mai guidare una Regione? Potrei mai affidare i miei figli a gente che va a farsi un panino mentre doveva stare in una certa stanza a fare il suo dovere, un compito che avrebbe potuto assolvere un qualsiasi mammifero?

    Leggendo gli ultimi sondaggi, noto che, per fortuna, la popolarità del governo crolla e il PdL perde punti, meno male, significa che qualcuno la pensa come me. Se il mio partito di riferimento non rispettasse la scadenza nella presentazione delle liste o se addirittura presentasse firme false o commettesse altri reati come è successo in Lombardia e Lazio, io il mio voto glielo toglierei e non ci sarebbe alcun decreto salva liste che mi farebbe cambiare idea. E non mi strapperei i capelli se venissero esclusi, perché io non voglio essere rappresentato da cretini, incapaci o addirittura criminali: ma vi pare che chi non riesce neanche a presentare delle liste possa governare una Regione? Basta guardare Formigoni per avere la risposta, visto che non governa da quindici anni.

    Solita chiosa: in un Paese civile nella medesima situazione i dirigenti del partito si sarebbero scusati e si sarebbero dimessi, andando poi in Africa (ma sul serio, mica a parole come Veltroni). Poi voglio vedere se riprovano a fare di nuovo gli stessi pasticci. Fosse successo in Giappone, il dirigente colpevole si sarebbe sdraiato a terra durante la conferenza stampa di dimissioni, chiedendo scusa e ripetendo alle telecamere  “sono un cogl**ne”. E solo così e con nuovi dirigenti quel partito si sarebbe riguadagnato il mio voto. Non a queste elezioni, però: alle prossime.

    Poi voglio vedere se avranno il coraggio di fare altre scemenze la prossima volta.

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  • mar
    6

    Trova le differenze

    Autore: Tooby; Categoria: Politica;

    È uscito il testo del decreto legge. E leggiamo, tenendo sotto mano il testo della legge 108/1968. Va subito osservato, però, che tutti i commi usano la locuzione “si interpretano”, evitando formalmente di parlare di modifica.

    • La legge dice che bisogna essere nella cancelleria del Tribunale, il decreto legge afferma che basta essere in tribunale, anche al bar va bene. Questo può essere provato con ogni mezzo idoneo, ma è compreso lo scontrino del panino? (questo comma è per la lista PdL del Lazio);
    • La legge dice che le firme devono essere corredate da certi dati, il decreto legge dice che va bene anche senza, le irregolarità formali (qualunque cosa significhi, visto che in legge la forma è sostanza) non contano (questo comma serve a Formigoni);
    • Il comma 3 del dl non mi pare cambiare granché, a parte, se ho ben capito, prevedere l’impossibilità da parte dell’ufficio elettorale di agire in autotutela in caso di errori, rendendo necessario il ricorso al giudice amministrativo (questo comma mi sconvolge per motivi che non sto a spiegarvi – ringrazio Simone nei commenti per il link che mi ha fornito e che vi consiglio);
    • Il comma 4 allunga il termine per la presentazione delle liste fino a lunedì 8 marzo alle 20, in contrasto con quanto previsto dalla legge (che prevede le ore 12 del ventinovesimo giorno prima dell’elezione, ovvero il 27 febbraio);
    • L’articolo 2 e 3 sono “tecnici”.

    Visto che vado un po’ di fretta, fatemi sapere se rilevate errori in questa mia interpretazione. E ditemi pure se, secondo voi, questo decreto legge modifica o interpreta soltanto una legge precedente.

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  • mar
    6

    Con questo articolo vorrei dare il mio contributo per inquadrare il decreto interpretativo varato ieri notte dal governo all’interno della situazione giuridica italiana. I riferimenti principali sono la Costituzione e la legge 400/1988.

    La legge 400 del 23 agosto 1988 fu varata per riordinare le competenze del governo, in applicazione dell’articolo 95 ultimo comma della Costituzione. L’articolo 15, al comma 2 lettera b della legge 400, afferma:

    [Il Governo non può, mediante decreto-legge] provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione

    L’articolo 72 comma 4 della Costituzione prevede a sua volta che:

    La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi

    Questo significa che per alcune materie c’è una riserva di legge formale, ovvero solo il Parlamento può intervenire con una legge ordinaria, mentre il Governo è escluso. Fra queste materie vi è appunto la legislazione in materia elettorale.

    Il decreto legge ha medesima forza rispetto alla legge 400 e può dunque derogarla anche implicitamente. In più la Costituzione, norma sovraordinata rispetto alla legge 400, permette, in casi straordinari di necessità e urgenza, l’intervento del Governo tramite decreto legge. La questione può apparire dunque controversa, ma i nodi vengono presto sciolti.

    Due osservazioni vanno fatte: in primo luogo non sembra essere questo il caso straordinario di necessità e urgenza. Il pasticcio delle liste è dovuto ad un (sinora presunto) mancato rispetto della legge, sul quale è competente prima il tribunale, poi la corte d’appello, quindi il Tribunale Amministrativo Regionale e infine il Consiglio di Stato, dunque esistono, per così dire, addirittura quattro gradi di giudizio per garantire che tutto sia regolare. Non si tratta dunque di un caso di calamità naturale (che necessita di regole proprie e straordinarie) o di un vuoto legislativo da colmare per motivi di impellente interesse pubblico. La legge c’è, funziona e non c’è alcuna emergenza. La legge stesse prevede la possibilità che alcuni partiti, come sempre accade in occasione di qualche elezione, abbiano commesso alcune irregolarità, e indica chi e come deve gestire questa delicata situazione. L’unica differenza è che questa volta il pasticcio è stato creato dal primo partito d’Italia, ovvero dal partito al governo, che sta usando lo schema del decreto legge per fini, per così dire, “privati”: non di emergenza pubblica si tratta, bensì di emergenza privata. Non vi è dubbio che, nel caso in cui il pasticcio fosse stato fatto da altre liste, soprattutto minori, non vi sarebbero state ragioni per intervenire, e questa non è tanto una previsione, quanto la normalità: ad ogni elezione sono tantissime le liste escluse per irregolarità, ma non fanno rumore perché sono piccole, e soprattutto non sono al governo. Per questo il sapore di forzatura è evidente.

    In secondo luogo, la legge 400 non fa altro che specificare il governo non può andare contro le previsioni della Costituzione, ricordando (e non tanto imponendo) che il governo non può intervenire con decretazione d’urgenza in materia elettorale. Per questo il riferimento alla legge 400 non è altro che un rimando esplicito alla Costituzione, ed è questa che risulta essere violata.

    L’obiezione a questa eccezione è che il decreto non cambia la sostanza della legge, ma indica ai magistrati come interpretarla (da cui, appunto, la locuzione “decreto interpretativo”). Non sono riuscito a trovare il testo del decreto, quindi farò riferimento alle più recenti notizie della stampa, eventualmente intervenendo poi in caso di errori. Dato che la legge impone il termine perentorio delle ore 12 del ventinovesimo giorno precedente alle elezioni come minuto ultimo per presentare le candidature, un decreto legge che permetta le presentazione delle stesse entro le ore 16 di dieci giorni dopo appare indubbiamente una modifica e non un’interpretazione della legge. Lo stesso dicasi per l’eventuale aggiunta del termine di 24 ore per sanare le cosiddette “irregolarità formali”: esso non è previsto dalla legge, dunque non c’è alcuna difficoltà per i magistrati competenti nell’interpretare la disposizione, da cui si desume la norma «entro le ore 12 del ventinovesimo giorno prima delle elezioni tutto deve essere in ordine». Il decreto dunque non interpreta, bensì modifica la legge che poi i magistrati dovranno interpretare. Un’interpretazione si avrebbe, ad esempio, se il decreto specificasse se il minuto 00 della dodicesima ora del trentesimo giorno debba essere compreso o escluso. In questo caso, infatti, il decreto non modificherebbe la legge, bensì indicherebbe come interpretarlo, ed è evidente che il testo del decreto non fa nulla di tutto questo.

    Appare dunque palese che almeno un forte dubbio di incostituzionalità ha fondamento, di conseguenza il decreto legge è passibile di annullamento, e con essa l’eventuale elezione di Roberto Formigoni e Renata Polverini, senza dimenticare che, anche in caso di sconfitta di questi due candidati l’intera elezione potrebbe essere invalidata, come già avvenuto negli anni passati in Molise. Il decreto, addirittura, si configura come un riconoscimento implicito del fatto che le liste Formigoni e Polverini siano irregolari, visto che, in caso contrario, basterebbe il ricorso alle vie ordinarie per ottenerne la riammissione e non quelle straordinarie (quale, appunto, il decreto). Per questo motivo il momento più delicato della vita democratica (ovvero le elezioni) si sta tenendo sulla cima di un castello di carte.

    Nel disperato tentativo di ristabilire con la forza una situazione non legale, il Governo ha creato un vulnus e un precedente davvero pericoloso per la democrazia in Italia, poiché passa il messaggio che la Legge non è certa bensì passibile di modifiche secondo l’umore del giorno. Tutto il contrario di ciò che si aspetterebbe in uno Stato di diritto, dove la Legge è una, dura, ma certa a garanzia della libertà di tutti i cittadini.

    [Per Diritto di Critica]

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  • mar
    5

    Ogni tanto un update sulla situazione economica ci sta bene. Cominciamo con due domande e due risposte secche:

    1. La recessione è finita? Sì, il PIL dei maggiori Paesi del mondo è ritornato positivo ormai da mesi (anche se in massima parte fittiziamente, grazie alla questione scorte);
    2. La crisi è finita? No.

    La spiegazione è più articolata. Ho già detto in altri post che una crisi finisce quando la disoccupazione ritorna verso il suo livello naturale (quindi risale dopo una crisi), e questo non sta succedendo. Date un’occhiata a questo grafico: esso mostra l’andamento della disoccupazione rispetto al suo picco precedente a partire dal 1948.

    Intanto notiamo quanto è grave questa crisi: in nessun altro caso (fra quelli considerati) la disoccupazione è stata tanto forte. In secondo luogo, e questa è la cosa più importante, è che nonostante tutto la nostra linea continua ad andare verso il basso.

    Quando dicevano che la crisi è finita si riferivano al fatto che la curva, pur continuando a scendere, lo fa più lentamente. A dimostrazione del fatto che siamo ancora in sofferenza c’è il dato di oggi sui nuovi occupati: pur essendo migliore delle attese esso è ancora negativo, il che significa che ancora dopo 26 mesi l’economia statunitense continua a distruggere posti di lavoro. E se c’è ancora gente che perde il lavoro questo non può significare che la crisi sia finita. Il ritorno ai livelli precedenti alla crisi, per quel che mi riguarda, non avverrà prima della seconda metà del 2011 o giù di lì (la crisi finirà prima, ovviamente).

    Vanno poi considerate altre variabili per poter dire che il peggio è passato: gli Stati riusciranno a resistere ancora un annetto a questa sofferenza? In Europa tiene banco il caso Grecia. La crisi di questo Paese non è tanto dovuta alla sua debolezza, quanto al fatto che, dopo avere falsificato i conti, esso non gode di grande credibilità, dunque gli investitori percepiscono un più elevato rischio di fallimento e pertanto chiedono maggiori rendimenti sui titoli del debito. Di conseguenza la Grecia è costretta a pagare di più per rimanere a galla.

    Ma non basta: allungando l’orizzonte temporale, si nota subito che pagare tanto sul debito diventa una cosa insostenibile, dunque il Paese deve ridurre il suo debito. Come? Una volta si svalutava la moneta, ma la moneta greca (l’Euro) è fuori dalla competenze del governo greco (l’ipotesi di uscita dalla moneta unica è irrealistica, in quanto cura peggiore del male). Bisogna svalutare in altro modo, ovvero aumentando le tasse e tagliando le spese, in particolare gli stipendi pubblici e in generale la spesa previdenziale. Ed è ciò che la Grecia sta facendo. L’esperienza (anche recente, vedi l’Irlanda) insegna che questa è una manovra dolorosa, ma che può dare i suoi frutti. Al contrario sarebbe il fallimento. Dunque tutto dipenderà da quanto forte sarà l’opposizione in Grecia e quanto le manovre del governo verranno annacquate dopo le normali contrattazioni. Ma per ora la direzione è giusta e questo sta dando fiducia ai mercati.

    Ma non solo Grecia: altri Paesi ancora la vedono nera. Uno è la Spagna, dove il governo di Zapatero deve ancora ritrovare il modo di far ripartire il motore. Un altro (non l’avreste mai detto) è la Gran Bretagna, dove per ora pesa la possibilità che dopo le elezioni di giugno esca fuori un Parlamento bloccato e quindi con un governo inefficace.

    Infine c’è l’Italia. Le differenze rispetto ai Paesi elencati in precedenza sono evidenti e ne ho già parlato tanto. In primo luogo il debito, semplicemente enorme; poi il fatto che la crescita sia debolissima da un decennio (non da pochi mesi come negli altri Paesi); ancora, un governo che non sa dove andare a parare e ha fatto dell’immobilismo la propria filosofia anticrisi. In Italia, va ricordato, il consumo interno è debolissimo (gli italiani, in media, sono poveri, mettiamoci l’anima in pace, siamo dei pezzenti), e infatti il nostro Paese è un esportatore. Le economie verso cui ci rivolgevamo per piazzare i nostri prodotti, però, impiegheranno tempo per tornare a richiederli (anche perché sono prodotti per così dire “di lusso”). Altri Paesi ripartiranno in fretta, e anch’essi sono Paesi esportatori che saranno pronti ad approfittare dei mercati che noi lasceremo sguarniti, e anzi potrebbero approfittare della debolezza delle imprese nostrane per entrare nel nostro mercato (cosa complicata, gli italiani non mangerebbero mai una pizza con finta mozzarella, giustamente).

    Il nostro Paese ha bisogno di innovazione, perché non si può basare l’economia su vino e mozzarelle all’infinito. Tuttavia per aversi innovazione occorre innanzitutto competizione e concorrenza, ma ciò si scontra con la tradizione corporativista dell’economia italiana (in soldoni: il problema sono le caste che vogliono mantenere privilegi insensati); e serve un governo che investa nei mercati di domani (e qui, se permettete, voglio ricordare la vicenda NokiaSiemensNetwork, perché io in questa chiusura ci vedo la resa dell’Italia di domani e del governo di oggi). Invece, al massimo, si investe in ponti sullo stretto e obbrobri e speculazioni edilizie (vuoi perché il premier è un palazzinaro, vuoi perché ha amici palazzinari, non importa). Ma soprattutto all’economia servono regole certe: la Rivoluzione francese e tutto ciò che è annesso e connesso è nata proprio dalla richiesta della borghesia di avere delle accidenti di leggi che non cambiassero in base all’umore del sovrano. Tutto il contrario di quanto succede in Italia (dove abbiamo leggi ad personam, ad aziendam o ad aziendas, fra poco ne avremo una pure ad listas, quindi figuriamoci). Ecco, servirebbe una classe politica che ci tiri fuori dall’età moderna (se non dal Medioevo): in fondo sono passati solo due secoli, mica tanto, con comodo, mi raccomando, progresso non è solo mica andare in auto invece che a cavallo…

    Invece ci si azzuffa su leggi elettorali che non vengono rispettate, su leggi per salvare il capo dal carcere e iperuraniche grandi riforme, fatti salvi annunci trionfali poi rivelatisi bufale (qualcuno ha detto scudo fiscale?). Tremonti da quante settimane non si fa vedere in giro? Non che sia una gran perdita, per carità, qualche cassata in meno per noi, ma in fondo è pur sempre ministro di un’economia che non va più (più o meno da quando c’è lui, sarà una coincidenza o porta semplicemente sfiga?). Prima prendiamo coscienza del fatto che no, non va niente bene, prima potremo finalmente rialzarci.

    Occhio quindi che se la parte distruttiva della crisi sta per finire, la fase della ricostruzione deve ancora arrivare. In Italia, in fondo, l’aspettiamo da solo dieci anni…

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