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[Pillole di storia italiana]: le elezioni del 1948 e la prima legislatura repubblicana

La scorsa settimana ci siamo fermati all’entrata in vigore della Costituzione italiana. Oggi tratteremo delle elezioni del 1948, con le quali la democrazia italiana tenta di compiere i primi passi. (Ne approfitto per segnalarvi l’indice di questa rubrica presso questa pagina per chi volesse ricominciare da capo)

Verso le elezioni: la Democrazia Cristiana. Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, pressato dai gruppi industriali, dagli Stati Uniti e dalla Chiesa Cattolica, decise di porre fine all’unità antifascista che aveva caratterizzato l’Italia negli anni precedenti. Questo portò inevitabilmente alle prime elezioni basate sulla nuova Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948. Durante la campagna elettorale la Democrazia Cristiana si presentò agli elettori con un programma marcatamente anticomunista, garante della libertà, dei valori cattolici e dell’economia privata. Grazie a questo programma la DC ricevette anche gli aiuti degli Stati Uniti, che vedevano nell’Italia un Paese di confine fra il blocco occidentale e quello comunista. In Italia, infatti, c’era il maggiore partito comunista di tutta l’Europa occidentale. Questa campagna elettorale fece inevitabilmente convergere molti strati del Paese sulla DC: oltre agli ovvi ceti medi, i contadini, che temevano che una eventuale rivoluzione comunista togliesse loro la terra, mentre chi era in difficoltà temeva di perdere gli aiuti statunitensi; la borghesia e i risparmiatori, invece, erano stati rassicurati dalle manovre stabilizzatrici portate avanti da Einaudi (come abbiamo visto nella scorsa puntata). Decisivo fu anche l’aiuto della Chiesa cattolica, che utilizzò associazioni come l’Azione cattolica, anche se De Gasperi non vedeva totalmente di buon occhio quest’ingerenza che pure un terzo del partito (quello di sinistra, guidato da Giuseppe Dossetti) vedeva con favore.

Verso le elezioni: le sinistre. Le opposizioni di sinistra, il Partito Socialista Italiano e il Partito Comunista Italiano, si erano coalizzate in un cartello, il Fronte democratico popolare: essi infatti, nelle elezioni precedenti, assommavano una percentuale di voti superiore a quella della Democrazia Cristiana, e quindi si proponevano di diventare il primo partito. La loro campagna elettorale fu imperniata su un programma praticamente opposto a quello della DC: nazionalizzazioni, economia dirigista (ovvero programmata dal Governo), riforma agraria e, ovviamente, la lotta contro il padrone e l’alleanza con l’Unione Sovietica, rafforzata nel settembre 1947 dalla partecipazione alla costituzione del Cominform.

Le elezioni del 18 aprile. L’esito delle elezioni, come avrete intuito, premiò la DC, che raggiunse quasi la maggioranza assoluta dei voti, fermandosi al 48,5%. Subito dopo c’era il FDP, che prese appena il 31%, seguito dall’Unità socialista (US), contenente principalmente il PSDI di Saragat e altre forze di centrosinistra. Il governo, quindi, rimaneva, grazie all’alleanza con altre forze minori, fra le quali l’US, saldamente nelle mani di De Gasperi, che poté formare il suo quinto governo, entrato in carica il 23 maggio 1948. L’11 maggio 1948, intanto, il Parlamento eleggeva come Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che sarebbe rimasto in carica sette anni. Fu la prima prova di coesione che la maggioranza di De Gasperi dovette affrontare visto che l’ala democristiana di Dossetti non voleva eleggere il nome proposto dal premier, Carlo Sforza, già presidente della Consulta Nazionale nel 1945.

La NATO e il centrismo. La vittoria della DC e il crollo delle sinistre alienarono definitivamente l’Italia dalle influenze sovietiche, e nel 1949 l’Italia poté entrare nell’Alleanza Atlantica NATO insieme agli USA e ad altri Paesi dell’Europa Occidentale. Intanto iniziava a solidificarsi una situazione politica che avrebbe caratterizzato l’Italia fino agli anni Novanta. Da questo momento in poi, infatti, tutti i governi che si sarebbero succeduti in Italia avrebbero avuto al centro la medesima formazione, la DC. La DC, tuttavia, non era un insieme omogeneo di persone, ma vi erano correnti che si spostavano ora a destra, ora a sinistra, ed era De Gasperi a mediare fra le correnti, anche a costo di approvare politiche contrastanti, come vedremo dal prossimo paragrafo.

La politica economica. Il crollo delle sinistre offrì lo spunto per gli imprenditori per contrastare le ultime conquiste operaie, prima fra tutte gli aumenti salariali e l’organizzazione sindacale. La conseguente diminuzione del costo del lavoro rese competitive le aziende italiane sul piano internazionale, favorendo quindi le esportazioni. Portare i prodotti all’estero, tuttavia, era diventato un obbligo: le politiche economiche deflazionistiche (ovvero volte a far scendere i prezzi) poste in essere dal governo provocarono l’aumento del tasso di disoccupazione e quindi un crollo dei consumi. Non potendo quindi vendere in Italia, era necessario vendere all’estero. Per questo stesso motivo, molte imprese medio-piccole che non potevano affacciarsi sul mercato estero furono costrette a chiudere.

La crisi dell’estate ’48. Intanto la situazione politica italiana degenerava: il sostanziale peggioramento delle condizioni economiche e la rivincita del “padrone” provocarono forti reazioni nella base delle sinistre. Già da tempo, infatti, una parte del PCI voleva riprendere le armi per concludere la lotta partigiana e giungere alla Rivoluzione Comunista, ma Mosca non riteneva opportuno far scoppiare una guerra civile in Italia. Il clima, tuttavia, divenne molto più aspro e culminò il 14 luglio 1948, quando un qualunquista sparò a Palmiro Togliatti, segretario del PCI. La situazione precipita, il ministro Scelba decide di usare la linea dura contro qualunque manifestazione, mentre Stalin da Mosca ordina al PCI di fermare ogni vampata da guerra civile, poiché la presenza degli americani in Italia avrebbe fatto fallire qualunque tentativo di rivoluzione. Togliatti, intanto, viene sottoposto ad un intervento chirurgico, e alla sua ripresa riesce a ordinare ai suoi compagni di non prendere le armi. Grazie a questo intervento, i dirigenti del PCI riuscirono a riprendere il controllo della base, e la situazione ritornò alla normalità.

La fine del sindacato unitario: CGIL, CISL e UIL. La crisi dell’estate ’48, tuttavia, non fu senza conseguenze, e la più importante fu forse la fine dell’unità sindacale. Fino ad allora vi era stato un solo sindacato, la CGIL. A seguito della crisi, l’ala democristiana della CGIL decise di fuoriuscire e dare vita ad un nuovo sindacato, la CISL, i cui esponenti vedevano la CGIL agire come uno strumento politico delle sinistre. A seguito dell’attentato a Togliatti, infatti, la CGIL aveva proclamato uno sciopero generale che, a detta della CISL, poco aveva a che fare con la lotta sindacale, e per questo si decise per la scissione. Poco dopo repubblicani, socialdemocratici e alcuni socialisti formarono un terzo sindacato, la UIL, che non voleva essere né filo-comunista come la CGIL né troppo favorevole agli imprenditori come la CISL. Questa frattura all’interno dei sindacati rese la lotta operaia molto più debole e rafforzò gli imprenditori: basti pensare che nel 1955 le elezioni per le commissioni interne della FIAT furono vinte dalla CISL e dai sindacati gialli, al soldo della FIAT stessa.

La politica sociale. Nel tentativo di alleviare la crisi economica che, nonostante la politica economica stabilizzatrice, continuava a rendere gli italiani più poveri, la DC varò vari provvedimenti di politica sociale. Nel 1949 è la volta del Piano INA-Casa voluto da Amintore Fanfani, che prevedeva la costruzione di nuovi alloggi popolari e che favoriva l’edilizia ed aveva l’intenzione di assorbire nel progetto una grossa sacca di disoccupati. Nel 1950 è la volta della Cassa del Mezzogiorno, che avrebbe dovuto finanziare lo sviluppo economico del Sud Italia, e della riforma agraria, forse la più importante riforma del dopoguerra. Con questa riforma furono espropriati 750 000 ettari di terreno incolto, che furono distribuiti a 110 000 famiglie. Tuttavia le dimensioni del singolo appezzamento risultavano troppo esigue per permettere un’agricoltura che andasse oltre quella di sussistenza (non si sviluppò, insomma, un’agricoltura moderna e d’impresa). Una conseguenza, però, ci fu: i latifondisti meridionali subirono fortemente questa riforma, e finirono per avvicinarsi ai monarchici e ai neofascisti.

La politica sociale non fu però in grado di alleviare la crisi economica per grossa parte della popolazione (i disoccupati, infatti, continuavano ad aumentare). Questo provocò un’erosione del consenso nella DC nel corso delle elezioni amministrative del 1951 e del 1952 e il timore, da parte della coalizione di governo, di dover aprire il discorso delle alleanze con le sinistre. Nel 1953, infatti, sarebbero scaduti i cinque anni di legislatura previsti dalla Costituzione, e quindi si sarebbero tenute nuove elezioni.

Della legge truffa, della fine di De Gasperi e del miracolo economico, però, parleremo sabato prossimo. Non mancate! 😉

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