L'Olandese volante
Spiacente, non riesco a farmi trattare da suddito
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dic13
[Pillole di storia italiana] L’Italia che vuole cambiare: la vigilia della contestazione
Autore: Tooby; Categoria: Storia;View CommentsLa scorsa settimana abbiamo trattato un solo anno, il 1964. Questa volta parleremo del triennio 1965-1967, ovvero la vigilia della contestazione del 1968.
Le nazionalizzazioni come antidoto alla crisi (e come causa dei mostri). La crisi economica, nel 1965, continua a farsi sentire, ma l’Italia, dopotutto, non è ancora messa male: le nazionalizzazioni avviate dal governo di Aldo Moro hanno infatti permesso di evitare il tracollo totale, e gli analisti hanno ancora fiducia nel Paese, soprattutto grazie alla lira, che si rivela una delle monete più stabili dell’epoca (il che significa che non c’è crisi di liquidità, ovvero i soldi non mancano). Moro, quindi, continua il suo programma di aiuti alle aziende (che però finiscono soprattutto per aiutare le grandi imprese, che si trasformano in piccole per l’occasione). Tuttavia, nel lungo periodo, questi aiuti avranno conseguenze dolorose che scontiamo ancora oggi: le aziende (pubbliche o a capitale misto o comunque dipendenti dallo Stato) diventeranno dei tasselli all’interno della lotta per le poltrone, ovvero quella spartizione degli incarichi cui è stato dato il nome di lottizzazione. Altra conseguenza sarà anche l’istituzione di quella tassa chiamata “tangente”, che i partiti politici cominciano a richiedere, visto che, con la crisi, anche i loro bilanci sono in sofferenza, poiché occorrerà ancora un decennio prima che venga “inventato” il finanziamento pubblico ai partiti.
Ancora crisi nella maggioranza: il governo Moro III. Nel 1966 iniziano le prime turbolenze per il governo Moro II. Un provvedimento per istituire delle scuole materne pubbliche (fino ad allora i bambini erano affidati alle scuole private cattoliche) viene bocciato alla Camera durante una votazione a scrutinio segreto. La spaccatura all’interno della DC è netta, e Moro decide di rassegnare le dimissioni. Il problema è che non c’è alcuna alternativa a Moro, cui viene nuovamente assegnato l’incarico per formare il suo terzo governo.
La voglia di un’Italia moderna e laica... Ma l’Italia sta cambiando, soprattutto i giovani, e nel 1966 iniziano le prime contestazioni studentesche (cui lo Stato, tuttavia, risponde con metodi piuttosto “medievali” ad opera dei cosiddetti “scelbini”). In politica, tuttavia, non mancano segnali che assecondino questa voglia di modernizzazione e di laicizzazione, anche se ancora piuttosto timidi (si eliminano, in sostanza, alcune “leggi” in vigore dalla caduta dell’Impero Romano ). L’Italia rimane un Paese di contraddizioni (basti pensare che il 98% degli italiani, nel censimento, si era dichiarato cattolico, mentre un terzo degli italiani votava comunista, ovvero era scomunicato - e, per la cronaca, la scomunica è a tutt’oggi valida ). Ma non mancano i gesti clamorosi: Franca Viola, una donna siciliana, rifiuta il matrimonio riparatore con l’uomo che l’aveva rapita e violentata, matrimonio che era, nell’ordinamento giuridico dell’epoca, una misura alternativa al carcere, ma per la donna rifiutare un matrimonio riparatore significava esporre se stessa e la propria famiglia a un forte disprezzo sociale, e quindi accettare la proposta era sostanzialmente un obbligo. Viola, invece, accettò la sua condizione di disonorata, e verrà ricevuta addirittura dal Presidente della Repubblica e dal Papa Paolo VI , anche se questa norma medievale non verrà abrogata che nel 1981.
…che non arriva mai. Ma chi è più in alto non ce la fa a modernizzare l’Italia: un po’ per mancanza di lungimiranza, un po’ per pressioni cattoliche, si vuole lasciare il Paese nella sua arretratezza sociale. Sempre nel 1966 manovre di palazzo bloccano una prima discussione sull’introduzione del divorzio. Si sta preparando il terreno per la contestazione, anche se il Sessantotto non sarà un Sessantasei per vari motivi: il Vietnam è ancora relativamente lontano, l’opinione pubblica è distratta da eventi come l’alluvione di Firenze, dove si vedono i giovani impegnati nel salvataggio delle innumerevoli opere d’arte presenti nella città. Infine, forse, manca ancora la miccia che faccia scattare la contestazione.
La scoperta dei poteri occulti. Si passa al 1967, che inizia con la scoperta dei fascicoli del SIFAR. Ricordate il Piano Solo, di cui abbiamo parlato la volta scorsa? Varie riviste tolgono il coperchio e scoprono che da molti anni i servizi segreti tengono sotto controllo senza alcuna ragione (che non sia politica) migliaia di cittadini, fra i quali moltissimi politici, magistrati e imprenditori. Sul caso Moro farà calare il velo del segreto di Stato, ma processi e inchieste varie portarono alla luce quell’azione che, alla vigilia del governo Moro II, avrebbe dovuto portare alla deportazione degli esponenti dell’opposizione in Sardegna e alla scalata al potere dei militari. Insomma, l’Italia scopre che, oltre ai poteri visibili, ne esistono altri che agiscono nell’ombra.
Le proteste studentesche: il dissenso contagia tutto. L’anno è convulso: continuano le proteste degli universitari, cui si aggiungono quelle degli studenti delle superiori, visto che in Parlamento si discute della riforma dell’università (in verità, si discute da anni). Qualcuno crede che queste manifestazioni siano delle cose “tipiche dei giovani”, come erano state sempre fatte, ma non tiene in debito conto il fatto che questa generazione di giovani è mediamente più istruita di quelle precedenti. Inizia a pensare con la propria testa, grazie ai media viene a conoscenza di cosa succede nel mondo là fuori, del Vietnam, delle proteste, dell’obiezione di coscienza, che in Italia è ancora reato, delle lotte contro la povertà di massa di Che Guevara, che verrà ucciso il 9 ottobre del 1967. Addirittura scoppia il dissenso anche in casa DC
Questa situazione caotica esploderà nel 1968, l’anno della contestazione.
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mar21View Comments
Post in due parti: nella prima c’è la storia di Alitalia, nella seconda le mie considerazioni, proiettate sulla situazione politica, sociale, economica e culturale italiana (considerazioni brevi, che spero di svolgere in un secondo post)
Nascita: Il 5 maggio 1947 l’Alitalia compie il suo primo volo, da Roma a Catania. Nasce una grande impresa, che oggi conta più di ventimila dipendenti. Ma Alitalia nasce già zoppa: come molte delle grandi imprese italiane, è posseduta dall’IRI, il che vuol dire che gode dell’assistenza dello Stato. Ma l’azienda non parte male: ha un buon presidente (Nicolò Carandini, liberale con eccellenti relazioni internazionali) e un amministratore delegato che ci capisce di aerei (Bruno Velani, ingegnere aeronautico e pilota militare).
Apice: In dieci anni Alitalia è amministrata abbastanza decentemente da permettere un grande sviluppo, che porterà gli aerei battenti la sua bandiera in tutto il mondo e a prezzi tutto sommato economici. Negli anni Sessanta raggiunge il milione di passeggeri. Nel 1968 è il terzo vettore europeo e il settimo nel mondo. Fattura 140 miliardi di lire, ha 10mila dipendenti e vola in 70 Paesi del mondo.
Ma all’alba degli anni Settanta, quei signori che ho citato sopra (il Presidente e l’AD) devono lasciare Alitalia, dopo vent’anni di grande servizio. Caso vuole che proprio in quel periodo comincia la deregolamentazione del mercato dell’aerotrasporto, l’inizio della concorrenza e la fine degli aiuti pubbllici. E Alitalia è ancora azienda pubblica, non ha alleati e, a causa della fine degli aiuti di Stato, ha le casse vuote.
La situazione al’estero e lo scandalo italiano: Ma perché questi problemi non accadono anche ad altre compagnie europee? Citerò un episodio: Alitalia era la compagnia al servizio dei politici. Se un parlamentare, poniamo, siciliano doveva essere a Roma per le otto, la sera prima telefonava in Alitalia e diceva che il giorno dopo gli sarebbe servito un volo alle sei: passeggeri, lui e i suoi tre collaboratori. Alitalia, azienda pubblica, in mano allo Stato, doveva farlo. Altrove, gli avrebbero riso in faccia, ma con Alitalia non è così. Spreco di denaro pubblico, visto che il volo l’hanno pagato i contribuenti. Ma non solo.
Il problema è anche e soprattutto strategico: mentre altrove si privatizza, si creano grandi piani industriali, in Italia o si fa troppo poco o si fa troppo. Gli amministratori sono manager professionisti, ma avendo studiato all’estero non sono in grado di dare ad Alitalia quello che l’azienda necessita, anche a causa di veti politici (Alitalia è ancora al 100% in mano al Tesoro).
Prime crisi, primi interventi: Nel 1996 arriva Cempella, che trova tremila miliardi di debiti, dieci anni di perdite e tensioni con i dipendenti. La situazione è critica, ma è ancora risolvibile. L’importante è che Alitalia cessi di essere azienda pubblica, e impari a convivere con il mercato (che in Italia non esisteva e non ancora esiste). Cempella compie un’opera tutto sommato encomiabile: tagli agli stipendi, e ingresso dei dipendenti nell’azionariato. Una manovra che è usata ancor oggi in Paesi più avanzati per assicurarsi la fedeltà dei dipendenti, consci che i loro guadagni dipendono dal loro lavoro. Ma l’Italia non è pronta per una simile svolta epocale come questa, e infatti la CGIL di Sergio Cofferati mette il veto, e l’opera di Cempella è già monca.
La prima (timida) privatizzazione: Ma non tutto è perduto: nel 1996 il governo di Romano Prodi (che a lungo è stato a capo dell’IRI) vara una timida privatizzazione. Il 21% viene diviso fra i dipendenti,mentre il 15% finisce sul mercato. Lo Stato è ancora saldamente al comando, ma l’azione ha un successo formidabile, ma viene commesso il primo errore: non completare la privatizzazione. Se l’avesse fatto in base al successo della prima tranche, se avesse continuato a privatizzare come era già avvenuto all’estero, lo Stato avrebbe incamerato quattrini e non saremmo oggi costretti a privatizzare svendendo.
L’azione dell’Unione Europea e il sonno del governo italiano: Ma Alitalia ha ancora tremila miliardi di debiti, e Cempella chiede all’azionista di ricapitalizzare. Ma l’azionista è lo Stato, e il piano va approvato dall’Unione Europea. A causa anche della pigrizia del Governo italiano, la UE assegna linee guida per la ricapitalizzazione: non possono servire a ripianare i debiti, ma solo per investire. Come farebbe un investitore privato. L’opposizione del governo avrebbe potuto cambiare la storia, visto che azioni simili erano state portate avanti (e vinte) da Air France e Iberia, ma Alitalia è lasciata sola. L’azienda fa ricorso e lo vince. Ma è ormai la fine del 2000, ed è troppo tardi.
Malpensa 2000: Ma la UE non aveva bocciato il piano solo per le condizioni industriali, ma per tutto un atteggiamento del governo in materia di trasporto aereo. Il problema è anche Malpensa 2000: la SEA vuole costruire un grande hub, concorrente di Francoforte e Parigi. L’Europa è entusiasta, ed eroga 400 miliardi di lire da ripagare in 15 anni per la costruzione dell’aeroporto. Ma la colpa è ancora una volta del governo: fra le condizioni imposte dall’Europa c’è la costruzione delle infrastrutture per permettere l’accesso a Malpensa. Per l’Italia è una grandissima occasione, visto che un hub porta ricchezza e prosperità: la Bocconi ha stimato 150mila posti di lavoro e dieci miliardi di euro di valore. Ma l’occasione è clamorosamente perduta.
L’esplosione delle low cost: Intanto nascono le low cost, che cominciano ad offrire, a prezzi irrisori, viaggi a media e corta percorrenza. Mentre le altre compagnie di bandiera comprendono di non poter competere senza abbassare la qualità (cosa impossibile per una compagnia di punta), puntano ai voli a lunga percorrenza, dove le low cost non possono competere. E Alitalia che fa? Sbaglia tutto e punta a competere con le low cost sul breve e medio (non dimentichiamo che ci sono ancora i politici che, come tanto tempo fa, volano -gratis- in prima classe con Alitalia, e che non possono ridursi a volare con le scomodissime -per loro- low cost). Risultato: altre perdite. E quando Alitalia si accorge dell’errore, il treno dei voli a lunga percorrenza è perduto.
Malpensa 2000, il governo dorme ancora: La colpa? Ancora di un governo incapace: Prodi, che è sempre stato presidente dell’IRI, è per questo in grado di manipolare il management di Alitalia, e commette la prima sciocchezza, ovvero Alitalia chiederà un aumento degli slot su Linate, invece di prenotare quelli su Malpensa. Poi ancora il governo “dimentica” di costruire le infrastrutture necessarie, e la costruzione dello hub va a rilento. Le compagnie estere rifiutano di trasferirsi da Linate a Malpensa, e hanno ragione: chi vorrebbe andare in un aeroporto nel deserto? Gli unici a astenersi sono, guarda caso, Air France e KLM.
L’alleanza (tentata) con KLM: E proprio con KLM Alitalia decide di aprire le trattative: Cempella vuole allearsi con gli olandesi, e questo porterebbe alla costituzione della prima compagnia aerea europea. Un grande risultato, un grande accordo, che offre la possibilità, per il governo, di uscire dalla compagnia, far quattrini e lasciare che sia Alitalia ad autoregolamentarsi per essere un’azienda sana e forte. Ma il governo compie ancora passi falsi, stavolta anche con la Giunta del Comune di Milano. Malpensa 2000, pilastro dell’accordo con KLM, è sempre più lontano, pur essendoci un accordo sulla carta che definire favoloso è dire poco.
Cronaca di una guerra intestina: E nel 1998 cade il governo Prodi e il nuovo governo D’Alema ne combina di cotte e di crude. Uno scontro fra il ministro dei trasporti Treu e quello dell’ambiente Ronchi stronca la partenza di Malpensa 2000, mentre il Governo non si oppone alle decisione dell’Unione Europea, evidentemente pressata dagli altri governi, tedeschi e inglesi in primis. Un giorno prima del trasferimento da Linate a Malpensa, Treu blocca tutto. L’inizio della fine.
KLM se ne va: KLM decide che ne ha piene le scatole dell’immobilismo del Palazzo italiano, tanto che preferisce pagare una penale di 250 milioni di euro e rischiare di fallire, piuttosto che avere a che fare con gente del genere! Troppe ingerenze, troppe guerre fratricide interne a tutti i livelli. Il 20 aprile del 1999 KLM se ne va e finisce fra le braccia di Air France, mentre Alitalia è sola e deve gestire tre hub, Fiumicino, Linate e ovviamente Malpensa.
L’11 settembre e le nuove crisi: Arriva poi l’11 settembre 2001 e la crisi per tutte le compagnie aeree. Cempella, dopo cinque anni di amministrazione e di successi intravisti e non conseguiti, lascia Alitalia. Al suo posto, Giuliano Amato chiama Francesco Mengozzi, manager professionista, ma che non è addentro al sistema dell’aerotrasporto. Completamente inadatto all’incarico, lascia dopo mille giorni, dopo avere ridimensionato l’azienda per far fronte alle perdite. Ma non è sufficiente.
“Dovete privatizzare!”: Il nuovo capo del governo, Silvio Berlusconi, con lo stile che gli si confà, chiama esperti americani, i quali sono indecisi se ridere o disperarsi: in poche parole, dicono al governo italiano di essere un ingenuo frescone per non dire totale babbeo. Una sola cosa da fare, prima di subito. Privatizzare. Ancora una volta, dopo tanti anni, la parola d’ordine è sempre la stessa: privatizzare. Mentre all’estero i governi aiutano le compagnie aeree in modo discreto, se le aiutano, in Italia Alitalia è l’azienda al servizio delle forze politiche, e per questo non può essere privatizzata. Le forze politiche dimenticano che Alitalia deve essere al servizio del pubblico. I politici dimenticano ancora una volta i cittadini.
Promesse non mantenute: Air France, unica altra azienda ancora in mano allo Stato, oltre Alitalia, viene privatizzata nel 2003 e si allea con KLM. Il governo Berlusconi annuncia a sua volta la privatizzazione, ma non dice né come né quando. I sindacati, altra delle numerose corporazioni medievali presenti in Italia, si oppone, e Berlusconi si arrende. Alitalia rimane in mano allo Stato, e va così alla giornata.
L’era Cimoli, gli stipendi scandalo e una seconda (timida) privatizzazione: Il 6 maggio 2003 Berlusconi chiama Giancarlo Cimoli: l’azienda perde, in quel momento, un milione di euro al giorno. Cimoli presenta un nuovo piano di tagli, ma contemporaneamente si autoaumenta lo stipendio fino a tre milioni di euro all’anno, sei volte lo stipendio del suo omologo di Air France, azienda che però non è in profondo rosso come Alitalia. In compenso, Alitalia dimentica di rinnovare la concessione per i voli da e verso la Sardegna, che finiscono ad Air One e Meridiana. Il Tesoro privatizza timidamente ancora un po’, e scende al 49%, abbastanza per mantenere ancora il controllo, troppo per salvare Alitalia. Dopo aver racimolato dieci milioni di euro di stipendio, nel 2006 Cimoli se ne va, pretendendo una buonuscita di otto milioni, e il governo Berlusconi lo permette.
Dal buco nero non si può più uscire: Nel 2004 Air France e KLM si fondono, e affermano di essere ben lieti di unirsi ad Alitalia in futuro, ma prima essa deve essere risanata e privatizzata. Alitalia subisce ancora tagli. Il governo decide di vendere: Alitalia è perduta. Ma il peggio non è ancora finito. Dopo un primo tentativo di vendita, condotto dal nuovo governo Prodi, i potenziali acquirenti comprendono che l’invito a proporre del governo punta troppo in alto per il reale valore dell’azienda, e lasciano. La strada dell’asta viene abbandonata, e si punta alla vendita trattando con un solo partner. Viene scelto Air France-KLM, insieme a Lehman Brothers, sotto la guida di Mengozzi (ve lo ricordate?). Ma ancora una volta, cade il governo. Intanto Alitalia decide di abbandonare Malpensa dall’estate 2008: un fulmine a ciel sereno, che non permette alla SEA, che gestisce l’aeroporto, di correre ai ripari. Malpensa rischia la chiusura, e l’economia del Nord, in un momento di crisi come questo, rischia l’implosione. La SEA ricorre contro Malpensa e chiede ad Alitalia un risarcimento di 1,2 miliardi di euro.
La tragedia di Alitalia è il simbolo di una storia, quella italiana, ormai fuori dal mondo. Mentre in tutto l’Occidente nasce l’economia di mercato, in Italia le corporazioni di modello medioevale lo fermano. Mentre in Occidente si lascia che siano i privati a offrire determinati servizi (ad esempio questo), magari con incentivi di Stato, in Italia lo Stato, invece di garantire semplicemente diritti e sicurezza, si comporta in modo paternalistico, nazionalizzando e mai privatizzando. Le aziende chiave del Paese non vengono assegnate in base alle competenze, come avverrebbe in regime di mercato, ma lottizzate, in modo da soddisfare questo o quel partito. La storia di Alitalia ne mostra le conseguenze: manager incapaci di fronteggiare la crisi, per incapacità propria o per veti politici, l’azienda che si arrende perché, a lungo protetta dallo Stato dalla concorrenza, con la deregulation e il progresso si ritrova senza gli anticorpi necessari per fronteggiare la concorrenza.
Le corporazioni italiane, da Confindustria ai sindacati, dai notai ai farmacisti, i governi, di destra e sinistra, decisamente fuori da un mondo cambiato rispetto ai politici che li guidano, ancora fermi agli anni Settanta, oltre a vere e proprie demolizioni dello Stato di diritto grazie a leggi a favore di questa o quella persona, bloccano lo sviluppo di una solida economia di mercato.
In Italia sono ancora presenti monopoli legali o di fatto, legati a quell’azienda o a quella corporazione, privilegi, non solo all’interno della classe politica, e una giustizia troppo lenta per un processo economico che oggi è velocissimo. Tutte queste caratteristiche, unite all’atteggiamento paternalistico dello Stato, erano proprie dello Stato assoluto, e l’economia di mercato non poteva svilupparsi in un ambiente simile, portando alla nascita dello Stato liberale.
L’Italia è arretrata, governata male da persone completamente lontane dalle reali necessità del Paese, che oggi è immerso in una realtà completamente diversa.
A me tutto questo ricorda drammaticamente qualcosa, senza ovviamente dimenticare esempi più recenti di malgoverno
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gen29
Politica, affari e processi
Autore: Tooby; Categoria: Politica;View CommentsTotò Cuffaro, ex presidente della regione Sicilia, ha bisogno di un posto in Parlamento: rischia di finire in carcere per avere aiutato i mafiosi. Con una condanna a cinque anni sulle spalle, vorrebbe rappresentare il popolo italiano. Con questa legge elettorale ce la farebbe, perché deputati e senatori vengono decisi non dai cittadini, ma dai partiti. Ma deve farcela presto, perché non può arrivare alla condanna in secondo e magari in terzo grado, o sarà tutto inutile. E quando festeggiava con i cannoli, lo faceva perché senza l’aggravante mafiosa può candidarsi al Parlamento (altrimenti non avrebbe potuto). E tutto quadra.
Silvio Berlusconi ha sulle spalle un processo per corruzione che dovrebbe concludersi ad aprile, quando vorrebbe che si tenessero le elezioni. Ha sempre parlato di giustizia ad orologeria: adesso vuole una sentenza in concomitanza delle elezioni. Se verrà assolto, griderà contro i magistrati rossi che lo avevano ingiustamente accusato, e dirà che bisogna riformare la giustizia (come voleva la P2, loggia massonica di cui faceva parte). Se verrà condannato, griderà contro i magistrati rossi che ce l’hanno con lui, e dirà che bisogna riformare la giustizia (sempre come voleva la P2 etc, etc). In entrambi i casi, non andrà in carcere perché è un parlamentare, ma potrà sfruttare l’occasione del processo per cercare consensi, strumentalizzando la magistratura. E tutto quadra.
Entro giugno bisognerà nominare 600 dirigenti delle più grandi aziende italiane (Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, Tirrenia, Alitalia, RAI e altre). Il cuore dell’economia italiana che tutti vorrebbero controllare. E tutto quadra.
Ecco tutti i problemi che andare al voto subito risolverebbe. All’Italia servono soluzioni per aumentare i salari per i dipendenti (che in sei anni sono aumentati dell’0,3%, contro un’inflazione del 2% all’anno), servono liberalizzazioni, servono manovre che rendano la finanza pubblica sana e in grado di sostenere la crescita, visto che abbiamo un debito pubblico altissimo e visto che crescerà, poiché la BCE alzerà i tassi di interesse. E serve una legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere, e che dia una maggioranza stabile, che sia in grado di dare un indirizzo al Paese. Questa legge elettorale non fa né l’uno né l’altro, visto che si rischia di avere al Senato una situazione sempre in bilico, probabilmente con il centrodestra ad avere una maggioranza risicata.
Ma tutto questo, paradossalmente, è una questione di contorno. I problemi all’ordine del giorno del Palazzo sono altri: i problemi del Paese verranno dopo. Forse.
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gen24
La chiamavano: Ca[su|us]alità
Autore: Tooby; Categoria: Politica;View CommentsIl governo italiano rischia di cadere a poche settimane dall’inizio del “rito” che porterà al rinnovo dei consigli di amministrazione e delle direzioni delle più grandi imprese in mano al Ministero del Tesoro.
Si parla di azienducole del calibro di Alitalia, Eni, Enel, Terna, Tirrenia, Finmeccanica , ovviamente la RAI. Questa cosa mi ricorda il fatto che Mastella, che ha causato la crisi di questo governo, ha fatto o cercato di fare la stessa cosa con le aziende sanitarie campane: imporre dirigenti a lui vicini. E lo stesso vogliono fare a Roma, fra Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Madama. Cavolo, sono tutti uguali.
Il governo tecnico, d’altro canto, accontenterebbe tutti: grande coalizione, poltrone spartite fra tutti, magari si riesce ad arrivare anche al fatidico giorno di ottobre in cui deputati e senatori matureranno la pensione.
L’Italia ha bisogno di un governo che lavori, che faccia riforme, che riduca il debito, perché la BCE minaccia di aumentare i tassi di interesse per controllare (come da Trattato) l’inflazione, facendo schizzare il debito pubblico italiano a livelli stratosferici. E un debito alto, una finanza pubblica malsana strozzano la crescita e aumentano la povertà (ho l’esame di macroeconomia fra qualche giorno: se in una pausa dallo studio guardo i telegiornali, ripenso a come interpretare i dati macroeconomici che vedo e mi viene quasi da piangere). I politici non se ne preoccupano, perché sono cose che ricadono nel lungo periodo, quando loro non ci saranno più e i loro figli saranno sistemati grazie all’aiuto di papà/mammà. Il resto del Paese si arrangerà.
D’altronde poco importa. A giugno, qualunque governo ci sarà, le aziende di bandiera italiane avranno nuovi dirigenti, i partiti che li avranno segnalati saranno soddisfatti. A ottobre, magari, si raggiungono i fatidici due anni, sei mesi e un giorno di legislatura, che assegnerà la pensione a tutti i parlamentari.
L’unica speranza, per come la vedo io, è il referendum: sapevate che in caso di elezioni anticipate esso viene sospeso? Che si andrebbe al voto di nuovo con il porcellum, l’antidemocratica legge elettorale che il suo creatore stesso, Roberto Calderoli, ha definito una porcata. Una legge basata sul proporzionale, che sovverte la volontà italiana che nel 1993 aveva chiesto un sistema maggioritario.
Poi se capiterà di ritrovarci come l’Argentina di qualche anno fa, per strada, a battere i mestoli sulle pentole per protestare contro i politici che ci hanno portato al falllimento…
Ma la speranza è l’ultima a morire…
- Che la Lombardia...
... sia messa male, molto male, lo dico anche io che, tutto sommato, ci vivo da pochi anni. Ma che lo dica anche Umberto Bossi, che la Lombardia la governa da decenni insieme a quel Formigoni di cui vogliono (probabilmente in modo illegale) la rielezione, mi sa veramente tanto di presa in giro. La Lega, insieme ad una destra incapace, è il primo responsabile di questo fallimento ultradecennale, e si spera che prima o poi vengano puniti dalle urne.
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