Bruciare il totem dei precari, costruire quello della dignità

Questa nuova stabilità va compensata con una nuova disciplina del licenziamento: la due tutele previste dall’articolo 18 sul licenziamento ingiusto devono trasformarsi in una sola, valida per tutti. I licenziamenti per giusta causa vanno resi più trasparenti, ma più rapidi: se passi la giornata di lavoro su Facebook, nonostante i richiami del titolare a non farlo, devi essere mandato via. Punto. Oggi invece troppa gente viene reintegrata dal giudice del lavoro per qualche cavillo imbecille, lasciando così occupato un posto che potrebbe essere preso da qualcuno con un po’ più di senso del dovere.

Bisogna poi prendere in considerazione che le aziende vanno in crisi, è normale, e spesso non per scelta fraudolenta o per sbagli del titolare: immaginate, per esempio, un pastificio che rischia di andare a gambe all’aria perché le condizioni meteorologiche hanno causato un cattivo raccolto del grano, facendone esplodere il prezzo. Il titolare si potrebbe perciò trovare davanti a due scelte: o licenzia due dei dieci operai-panettieri adesso o aspetta di fallire e mandarli per strada tutti e dieci, più sé stesso. E secondo voi per lo Stato (cioè noi), che dovrà farsi carico del fallimento dell’azienda, è più facile gestire due posti di lavoro persi o undici? Detto altrimenti, se lo Stato ha in cassa 1000 di ammortizzatori sociali, è meglio se dà 500 a due persone o 90 a undici? La risposta mi pare ovvia: meglio due con reddito di “emergenza” che undici morti d’inedia.

Riforma del mercato del lavoro deve essere anche riforma degli ammortizzatori sociali: che ne facciamo di questi due licenziati? Si può prevedere, ad esempio, che il titolare del panificio versi loro tot mensilità per compensare il licenziamento, e lo Stato integri tale importo in modo tale da garantire loro un certo reddito minimo, a patto che questi due licenziati si impegnino in corsi di formazione, al fine di non diventare lavoratori obsoleti, e ad accettare i lavori che vengono loro eventualmente offerti (chiaramente in linea con le capacità acquisite: certo non possiamo mandare un’archeologa di 50 chili a fare la manovale per costruire una piramide, però un posto da scriba, da segretaria, in attesa di tempi migliori, non lo butterei via).

Si potrebbe poi, sempre a mero titolo di esempio, prevedere che lo stipendio dei nuovi lavoratori a tempo indeterminato sia pagato per una parte e per un tot di mensilità dallo Stato, e il resto dall’azienda, in modo da favorirne l’espansione (anche per questo l’articolo 18 va riformato: blocca l’espansione delle aziende). Così il lavoratore riceve prezzo pieno, ma l’azienda per un po’ lo paga a metà prezzo ed può espandere fatturato e utili, mentre lo Stato ci guadagna in minori tensioni sociali e maggiore PIL. È un win-win-win. Per farlo, però, bisogna buttare via la cassa integrazione, altro residuo archeologico degli anni Settanta, per sostituirlo con forme di assistenza più moderne ed efficienti, come già è in altri Paesi più civili.

Un contributo importante può venire dalle liberalizzazioni. Si liberalizzano le parafarmacie? Kaboom, si aprono nuove parafarmacie e i farmacisti laureati senza diritti dinastici non stanno più a spasso. Ancora: uno dei due lavoratori di cui sopra, per esempio, potrebbe seguire un corso per diventare tassista, mentre lo Stato liberalizza il settore, per esempio regalando una licenza a chi ne ha già una, e che costui potrebbe vendere o portare in società con il lavoratore di cui sopra, al fine di espandere il giro d’affari e fare più soldi. Le liberalizzazioni, va ricordato, se fatte per bene generano lavoro, minori costi e ricchezza maggiormente diffusa, poiché le rendite e i privilegi di cui oggi godono le caste vengono spalmati su più persone.

Mi fermo qui perché è quasi Natale, ma come potete vedere le strade sono tante (non le ho neppure elencate tutte), e “riformare” difficilmente significherà fare peggio dello schifo di adesso: bisogna riformare il mercato del lavoro, per cui non fate i gattopardi, bruciamo i totem del passato, e costruiamone di nuovi per un futuro con meno schiavi moderni.

(Sarebbe ragionevole, ma in Italia le cose ragionevoli affondano nelle cassiate. Per cui prendete questo post come una favola di Natale).

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