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Referendum sull’acqua: perché Travaglio ha detto il falso

Silhouetted DommeVisto che Travaglio è entrato nel mio campo e ha detto cose inesatte o false, per onestà intellettuale devo togliermi la cintura (ovvero dire dove e perché Travaglio ha sbagliato).

Compariamo ciò che ha detto Travaglio nel Passaparola di ieri con ciò che dicono la Legge e la Corte Costituzionale sui referendum per l’acqua (a meno di dimenticanze il resto è esatto, e anzi lo ringrazio per aver dato correttamente altre cose vere, tipo che il referendum scheda rossa non riguarda solo l’acqua). Le Leggi e le sentenze della Consulta le trovate qui, quo e qua, sicché potete verificare da voi chi ha ragione (se ci sono problemi, vi do una mano a districarvi nel dedalo delle norme).

abrogare questa norma che prevede l’obbligatorietà della gestione privata dei servizi idrici almeno per quanto riguarda il pacchetto di maggioranza delle società che li gestiscono […] debbano essere i privati a avere la maggioranza nelle società che gestiscono acquedotti e affini, il pubblico può partecipare ma in minoranza, quindi la regola è che la maggioranza la debbono sempre avere dei soggetti con finalità ovviamente di lucro, profitto dei privati, o con società completamente private o con società miste pubblico – private dove però il pubblico è minoritario [la musica continua con questo tono, inutile riportare tutto, ndTooby]

Non è obbligatorio dare l’acqua ai privati. La Legge, al comma 5, prevede che l’acqua può (non deve) essere affidata ai privati; prevede inoltre al comma 2a che essa possa essere affidata genericamente a società «in qualunque forma», senza specificare se pubbliche, private o miste, mentre al comma 2b prevede che possa essere affidate a società miste in cui il privato ha una partecipazione del 40%, che è minore di 50. Non c’è una sola riga in tutta la legge che pari di simile obbligo, quanto di una facoltà per i Comuni. Stranamente poche righe dopo Travaglio dice:

potranno continuare a gestire servizi idrici, soltanto se si trasformeranno in società miste con un capitale privato di almeno il 40%

È lecito ritenere che Travaglio ha una relazione complicata con la matematica (40 è minore di 50, e per la cronaca, le società 60 pubblico, 40 privato sono il caso frequente, e in ogni caso quasi tutte hanno almeno la maggioranza pubblica – Publiacqua Firenze 60-40; Nuove Acque Arezzo, 54-46; Acqualatina 51-49 [troppo, il pubblico poteva e non doveva cedere così tanto]; Amga Udine [che, tra l’altro, “agisce” come socio privato in altre società come Carniacque] 61-39: insomma in entrambi i casi abbiamo gestioni con soci privati in minoranza sia virtuose che disastrose).

(Degno di nota è il caso assurd0 di Girgenti Acque, società che ha come socio di riferimento – non trovo in che percentuale – la Acoset, società totalmente pubblica della provincia di Catania – dall’altra parte della Sicilia, che gestisce a sua volta l’acqua in un bel caos, a quanto leggo. La gestione di Girgenti Acque è pessima stando a quel che si dice in rete, ma le tariffe, le più alte d’Italia, sono decise dai Comuni. Di chi è la colpa? Solo del pubblico o solo del privato? Io direi di entrambi. Quest’acqua, se permettete, mi puzza di brutto, e soprattutto dal lato pubblico [grazie a slocum67 per il prezioso aiuto]).

Andiamo avanti:

chi vota sì cancella questa norma e cioè consente che possano continuare a essere delle società a capitale interamente pubblico o a maggioranza di capitale pubblico a gestire i servizi che ci portano l’acqua in casa

Posto che, per quanto detto sopra, le società pubbliche o a maggioranza pubblica potranno gestire l’acqua, è falso che la vittoria del sì comporti che la gestione dell’acqua resti pubblica. Se vince il sì, infatti, si applicheranno norme europee che comportano obbligo di gara aperta a tutti, quindi anche a società pubbliche, private o miste. Scrive la Corte Costituzionale (sentenza 24/2011):

Nel caso in esame, all’abrogazione dell’art. 23-bis [quello che il referendum scheda rossa vuole abrogare, ndTooby], da un lato, non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo; dall’altro, conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria (come si è visto, meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum) relativa alle regole concorrenziali minime in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici di rilevanza economica [fra cui l’acqua, grassetto mio, ndTooby]

Travaglio prosegue poi dicendo che l’acqua è di tutti e quindi dev’essere gestita dal pubblico (cosa che condivido, ma non come adesso: al momento l’acqua è gestita da parenti, amici e trombati della casta, sia nel pubblico che nel privato. La gara europea dovrebbe evitare una cosa del genere. Insomma, il sì sembra proprio un voto per la casta o meglio la cosca che Travaglio vuole combattere). Poi parla delle disastrose gestioni in giro per l’Italia, fatta da società con soci privati, ma attenzione: come ho detto sopra, molte di queste società prevedono che il socio privato sia in minoranza, ovvero l’acqua è gestita (disastrosamente) da società a maggioranza a capitale pubblico, proprio come dice di volere Travaglio!

E passiamo al referendum scheda gialla:

nel Codice dell’ambiente all’Art. 154, Decreto Legislativo 2006, al comma 1 quello che si vorrebbe abrogare è stabilito come devono essere calcolate le tariffe che noi cittadini paghiamo sulla bolletta per il servizio idrico

Questo è tecnicamente falso: quel comma fa solo un riassunto dei principi da usare. La tariffa per l’acqua (compreso il 7%) è stabilita dal decreto ministeriale 1 agosto 1996 che porta la firma di Antonio Di Pietro, e questo decreto non viene abrogato dal referendum.

Che la norma che si vuole abrogare, quella che consente ai gestori di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% per remunerare il capitale investito senza alcun collegamento a qualunque logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio

Nota: la parola “profitto” usata in questo caso è un errore da penna rossa. Come spiego meglio sotto, il 7% comprende anche gli interessi passivi e il rischio d’impresa, non è quindi profitto, non tutto (stando nel settore, il profitto dei privati dopo aver remunerato il capitale è intorno 1%). Lo userò nel prosieguo perché se no rischiamo di non capirci.

Qui Travaglio dice una cosa vera e una falsa. Quella vera è che il “profitto” dell’eventuale privato non solo non ha alcuna logica, ma è pure esagerato. Qui parliamo di un “profitto” garantito del 7%, ed è una cosa che non ti dà nemmeno un Paese sull’orlo della bancarotta come il Portogallo. Il 7% sarebbe un “profitto” garantito esagerato per i privati, ma come detto sopra, tolto il servizio del capitale, rimane intorno all’1%. Il referendum, comunque, lo elimina? Non esplicitamente (la Consulta, sentenza 26/2011, ha detto che l’effetto giuridico è incerto), perché, come detto, il 7% è scritto da un’altra parte. Nell’incertezza giuridica conta la pragmaticità aziendale, per questo, a meno di una sentenza o di un’interpretazione autentica, il 7% si potrà eventualmente far rientrare dalla finestra, perché serve a…

La cosa falsa (o meglio, detta malissimo) è che la norma sia fatta a uso e consumo del privato. Questo è falso: il 7% rappresenta *anche* la remunerazione per gli investimenti fatti dal socio pubblico. Spiego meglio, semplificando: se il pubblico (il Comune) gestisce l’acqua, e si deve fare un investimento di 100 milioni, vuol dire che il Comune deve tirar fuori 100 milioni. Dove li trova? Tre possibilità: alzare le tasse (ma potrebbe non essere sufficiente, o non lo si vuole o non lo si può fare); ricorrere alle banche oppure al mercato (ad esempio, ma non solo, andando dai risparmiatori, i cittadini stessi).

Tolta la prima possibilità, restano le altre due (che può essere riassunta in altro modo: fare i debiti). Come tutti sanno, contrarre un debito significa dover pagare degli interessi. Come si pagano attualmente questi interessi? Facile: con quel 7% di cui sopra.

Che succede se lo eliminiamo? Due le conseguenze: primo, fare ricorso al mercato diventa pressoché impossibile; secondo, il pagamento del debito verrà fatto con le tasse (che un italiano su tre evade, per cui ci sarà chi avrà acqua gratis), in altre parole i soldi delle nostre tasse finiranno nelle casse delle banche. Se però il pagamento va fatto con le tasse, possono esservi due casi: uno, il Comune può alzare le tasse (o tagliare dei servizi come gli asili o l’assistenza agli anziani) e pagare le banche; due, il Comune non può alzarle e non può fare investimenti.

In altre parole il sì, considerando solo il lato brutto della medaglia (un profitto dell’1%), getta via il bambino con l’acqua sporca, togliendo ai Comuni la possibilità di meglio gestire gli investimenti per l’acqua pubblica, per noi.

Questo SÌ sulla scheda gialla, perdonate, mi pare oltremodo dannoso (quello sulla scheda rossa non conta granché, alla fin fine).

E adesso squartatemi pure.

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