Vasco Rossi e il bavaglio

Come probabilmente sapete, forse anche grazie al pareggio della squadra di calcio brasiliana del Vasco de Gama, lo hashtag #vascomerda è nella classifica delle parole più citate nella Twittersfera mondiale (non italiana, mondiale – immagine a destra). Di solito odio gli hashtag che terminano in “merda”, perché sottintendono un odio sciocco (i vari juvemerda, intermerda, milanmerda, mi pare troppo per un semplice sport, son cose da malati), ma stavolta è una perfetta summa della situazione.

Anche i fatti dovrebbero essere noti: Vasco Rossi ha sporto denuncia per la pagina a lui dedicata sul sito satirico Nonciclopedia, un sito che usa la medesima piattaforma di Wikipedia e che permette a ogni essere munito di pc e connessione a internet di modificarne le pagine.

La denuncia ha comportato un’indagine della polizia postale, la quale ha cominciato a convocare gli amministratori del sito, i quali, giustamente, dopo un po’ si sono rotti di essere chiamati a rispondere di qualcosa di cui non sono responsabili e probabilmente spaventati da una possibile causa giudiziaria da parte di questo sovrastimato cantante.

La cosa non è andata giù alle persone che girano in rete le quali avevano sempre riso con Nonciclopedia, anche quelle che di quelle pagine, di quelle pasquinate, erano magari protagonisti e bersagli. Vasco Rossi, invece, ha detto “Io no”. Sicché ora è partito l’effetto Streisand, dunque ora tutti possono leggere la pagina incriminata (aggiornata al 2009, purtroppo) grazie ad Archive.org e riderne, mentre l’immagine del rocker decadente viene demolita anche da chi prima lo ammirava (e Ligabue gode, magari – di entrambi, come di qualsiasi altro cantante/gruppo, apprezzo solo qualche canzone).

Mi spingo però a fare, con Gilioli, un passo ulteriore: oggi Vasco Rossi con una “semplice” denuncia ha costretto un sito molto amato alla chiusura; domani potrebbe entrare in vigore il famigerato comma 29, il bavaglio ai blog. Al Vasco Rossi di turno non servirà neppure pagare un avvocato, basterà chiedere una rettifica per costringere questo o quel blog a scrivere ciò che gli pare a lui, compreso il falso. Vasco Rossi potrebbe chiedermi di rettificare il “sovrastimato cantante” di cui sopra, di conseguenza avrò due scelte:

  1. rettificare e quindi abolire a livello personale il diritto costituzionalmente garantito (articolo 21) di esprimere la propria opinione con qualunque mezzo possibile;
  2. non rettificare, dovere pagare un avvocato, fare il contraddittorio presso l’AGCom e magari pure impugnarne la decisione a me sfavorevole, aspettando anni per vedere il mio diritto costituzionale pienamente garantito.

Sostituite Vasco Rossi con chi volete: ogni potente (dal cantante al politico) potrebbero impormi una rettifica, ovvero di dichiarare il falso (col cassio, venderò cara la pelle).1 Negli anni su queste pagine come su Twitter avrò sbugiardato centinaia di persone.

E questo potrebbe capitare a chiunque, e siamo pochini ad avere un gruppo editoriale quotato in borsa a coprirci le spalle.

Io capisco i richiami alla prudenza, ma va ricordato che tutti i governi mirano al controllo di internet, compresi quelli democratici, perché non sanno né possono controllarlo, e il comma 29, scritto malissimo (volutamente?), va proprio in quella direzione.

Oggi è una sciocchezza come Vasco Rossi, ma domani? Davvero vogliamo giocarci ciò che resta della democrazia italiana?


  1. Spiego meglio: se scrivessi che Vasco Rossi quotidianamente sgozza degli scoiattoli e non avessi prove per dimostrarlo, se Vasco Rossi mi chiedesse di rettificare, io lo farei. Ma se Vasco Rossi mi scrivesse “non è vero che sono sovrastimato, ho venduto milioni di dischi, le ragazzine mi venerano come un dio (true story), per cui rettifica”, mi chiederebbe di venir meno ad una mia sacrosanta opinione. []
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