Una toppa alle scemenze di Scodinzolini: chiarezze sul sistema dei pentiti

Ieri sera Augusto Minzolini (detto Pinocchiet o Scodinzolini) è tornato all’attacco dicendo una marea di scemenze sul processo a Marcello Dell’Utri (o perché in mala fede o perché è un pessimo giornalista, fate voi).

Ho già dedicato un paio di post alla questione, spiegando innanzitutto che Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado SENZA la testimonianza di Gaspare Spatuzza (che è dunque un plus eventuale, non un testimone chiave, la pietra angolare del processo), che non è solo Spatuzza e non sono solo i pentiti che fanno emergere i legami fra Silvio Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra e infine che non c’è alcuna sorpresa riguardo la reticenza di Filippo e Giuseppe Graviano. In questo post tenterò di chiarire in cosa differiscono Spatuzza e i Graviano, e perché il primo potrebbe avere una credibilità maggiore dei secondi.

Scodinzolini, ieri sera, ha (volutamente?) confuso due definizioni fondamentali, quella di pentito e quella di dissociato:

  1. il pentito è una persona che confessa i suoi delitti e racconta tutto ciò che sa riguardo ai delitti commessi da altri;
  2. il dissociato è una persona che confessa i propri delitti, ma non parla di ciò che viene commesso da altri, né dà informazioni sul sistema di cui fa parte.

Detto questo, Spatuzza è un pentito (perché parla di fatti di altri, tradendo quindi Cosa Nostra), i Graviano sono dissociati, perché hanno ammesso le proprie responsabilità, ma sono rimasti uomini d’onore, senza tranciare i legami con la mafia. E per questo il primo ha parlato e i secondo no (o l’hanno smentito).

Per entrambe le categorie, la motivazione (a parte l’ipotesi di un reale pentimento, per me inverosimile, ma tant’è) è ottenere uno sconto della pena o almeno la fine del carcere duro cui i mafiosi sono sottoposti. Ma attenzione: questi “premi” non sono automatici (lo erano una volta, se non ricordo male, negli anni Settanta, ai tempi del terrorismo) e sono state stabilite varie tecniche per evitare le storture tipiche delle prime leggi sui pentiti (ovvero quelle degli anni Settanta, approfondite il caso Cesare Battisti per capire meglio).

Innanzitutto i magistrati sono in posizione di informazione asimmetrica: quando si siedono davanti ai pentiti per ascoltare le loro dichiarazioni spesso hanno in mano prove, indizi, testimonianze, intercettazioni di cui il pentito non è a conoscenza. Il pentito quindi o dice la verità, confermando ciò che il magistrato ha già in mano, o mente, e allora il magistrato si alza e se ne va, lasciando il mafioso in galera e buttando via la chiave.

In secondo luogo il pentito può conoscere cose che il magistrato ancora non sa, ed è questa la cosa più rilevante, ovviamente. Ascoltato il pentito, il magistrato si mette al lavoro per trovare prove, indizi, testimonianze, intercettazioni che confermino le parole del pentito. Se non le confermano o addirittura le smentiscono, il pentito perde credibilità.

Tutto questo, ovviamente, non viene deciso semplicemente durante l’indagine: non c’è quindi solo il filtro del magistrato, che decide a chi credere e a chi no, ma poi c’è tutto il filtro del processo. Notate quindi che il sistema ha un bel po’ di garanzie.

Ma, come se non bastasse tutto questo, il mafioso non può avere flashback improvvisi. Succede questo: un giorno Spatuzza decide di collaborare e lo dice al magistrato. Da quel momento in poi Spatuzza ha 180 giorni per vuotare tutto il sacco. Tutto tutto tutto. Passati quei 180 giorni, non potrà dire “ah, mi sono sbagliato” o “mi sono ricordato un’altra cosa”.  Quel che è fatto è fatto, e se dalle indagini e dai processi emerge che Spatuzza ha detto qualche scemenza, non c’è modo che possa correggersi: perde i benefici di pentito e torna in galera come normale mafioso.

La legge sui pentiti, come vedete, pone maree di garanzie (forse pure troppe, ma è un altro discorso) e nessuno, in nessun modo, può essere condannato solo per le parole dei pentiti, men che meno Dell’Utri (che ricordo ancora una volta è stato già condannato senza Spatuzza).

E veniamo quindi brevemente ai dissociati, ovvero ai Graviano. Queste fecce sono state arrestate, condannate e incarcerate con il giusto regime del carcere duro, il cosiddetto 41 bis. Siccome sono dei duri, sperano di potere avere un ammorbidimento delle condizioni carcerarie (chi ha visto Il Camorrista sa di cosa parlo), tornare in qualche modo in contatto con il mondo esterno (già ci sono riusciti, eludendo – chissà come – il regime del 41 bis) e magari gestire i propri traffici. Decidono quindi di confessare i propri delitti sperando di ottenere condizioni più morbide.

Ma, nella migliore condizione di Cosa Nostra, degli altri non parlano. I Graviano possono dirti di avere sciolto i bambini nell’acido senza battere ciglio, ma non ti diranno mai che hanno fatto affari con Tizio e Caio, per una questione d’onore.

Conclusione: assolutamente normale che i Graviano non abbiano parlato o abbiano negato. Filippo Graviano, in passato, ha anche negato di conoscere gli altri mafiosi con cui si trovava al momento dell’arresto, quindi figuratevi fin dove arriva il codice d’onore di questa gentaglia. Pure Riina, se ricordate, affermò in tribunale che la mafia non esiste (come ha fatto e continua a fare Dell’Utri, tra le altre cose). E gli esempi di questa reticenza sono decine e decine. Quindi di cosa ci vogliamo stupire?

Forse di una cosa sola: Giuseppe Graviano ha deciso di non parlare, ma ha detto che potrebbe farlo. Io la vedo come una strategia per mettere in tensione chi di dovere: o voi fate qualcosa per Cosa Nostra, per farci uscire da qui, oppure noi ci vendichiamo, vuotando il sacco. È una bella minaccia, perché hanno ben poco da perdere. Questo spiegherebbe, secondo me, il nervosismo di certa gente che ormai da decenni è reticente sui rapporti con la criminalità organizzata.

A pensar male si fa peccato, però…

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