Tooby, L'Olandese volante

Spiacente, non riesco a farmi trattare da suddito

  • gen
    29

    PIL americano in crescita, ma…

    Autore: Tooby; Categoria: Economia;

    Una bella sorpresa, oggi, è stata quella sul PIL degli Stati Uniti, balzato di oltre il 5% nell’ultimo trimestre del 2009 e piuttosto sopra le attese. Ma non troppo: a segnalare che non c’è troppa eccitazione a riguardo è il fatto che le borse non stanno reagendo come ci si aspetterebbe. Al momento, infatti, stanno abbandonando i massimi di giornata, favoriti dai dati macro tutti superiori alle attese.

    Qual è il problema? Il problema è che in questo momento non ci interessa il PIL. Il PIL sale perché la discesa si sta stabilizzando, le imprese hanno smaltito le scorte e ne hanno prodotte di nuove (sapete com’è, un mese fa era Natale…). E quindi il PIL sale, nessuna sorpresa.

    Il dato che invece ci interessa è quello sulla disoccupazione: essa, infatti, reagisce più lentamente rispetto al ciclo economico. E ancora, non è un caso se i minimi di giornata sui mercati sono stati toccati dopo le 11, al rilascio dei dati sulla disoccupazione nell’eurozona.

    Il punto è il seguente: le imprese, per ricostituire le scorte, stanno sfruttando al massimo la capacità produttiva esistente, con i lavoratori ancora in servizio o con altri assunti a tempo determinato o part-time, i quali, ancora timorosi per il futuro precario, potrebbero non spendere per consumare, bensì per pagare debiti o mettere da parte per i momenti difficili. Dunque una volta ricostituite le scorte, queste potranno essere vendute a qualcuno o rimarranno dentro i magazzini a prendere la polvere? Se la disoccupazione cala (meglio, se gli occupati aumentano) è una buona possibilità che tutto riparta, e questo significherebbe ripresa vera. Altrimenti rischiamo di essere punto e a capo.

    Un’ultima puntualizzazione: perché ho scritto “meglio, se gli occupati aumentano”? Perché bisogna gettare uno sguardo oltre le statistiche. Il tasso di disoccupazione non guarda alla forza lavoro che non sta cercando un impiego (gli scoraggiati). In Italia la statistica non guarda neppure ai cassintegrati. Paradossalmente, se fossimo tutti in cassa integrazione, il tasso di disoccupazione sarebbe dello 0%.

    Conclusioni: la ripresa c’è, è indubbio, ma non è ancora stabile (per sapere quanto è stabile bisognerà aspettare aprile, con il dato del primo trimestre 2010. I mercati lo sanno e lo segnalano: da quando ho cominciato a scrivere (17:05) ad ora (17:20) l’indice FTSE MIB ha perso ben oltre mezzo punto e quasi uno dai massimi delle 16:30, cosa alquanto anomala, se si considera che oggi pomeriggio è stato un tripudio di dati favorevoli. Osservo inoltre che gli ETF che seguo (ad esempio quelli che replicano con leva 2 o -2 l’indice FTSE MIB) stanno abbondantemente sottoperformando.

    Insomma, non c’è da adagiarsi sugli allori, come vorrebbe fare il ministro Sacconi, che si aggrappa ad una statistica (quella sulla disoccupazione, appunto) che non considera affatto grandi masse di disperati. In questo momento il lavoro va protetto e favorito per potere approfittare della scia positiva. Altrimenti rischiamo di perdere il treno. E stavolta, dopo un decennio da ultimi in classifica, sarebbe l’ultimo prima di molti anni.



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  • nov
    22

    Scudo fiscale all’americana

    Autore: Tooby; Categoria: Economia;

    Tanto per ribadire il concetto, riporto di seguito la traduzione di un estratto dall’ultimo numero di BusinessWeek (pagina 7, qui l’originale):

    Improvvisamente un’impellente necessità di confessarsi sembra aver colpito alcuni cittadini americani. Il 17 novembre l’IRS [l'Agenzia delle Entrate USA, ndt] ha comunicato che più di 14700 evasori fiscali che detenevano fondi in conti bancari nei paradisi fiscali hanno fatto mea culpa negli ultimi mesi, pagando tasse arretrate e multe [mio grassetto, ndt] Ovviamente non si tratta di una misteriosa crisi di coscienza. Piuttosto, i colpevoli hanno avuto paura delle dolorose ammende e delle possibili condanne alla galera in cui potevano incappare. E le possibilità di essere pizzicati dal fisco si sono impennate da quando in agosto la banca svizzera UBS, ammettendo di avere sbagliato nell’aiutare i propri clienti ad evadere, ha accettato di fare i nomi di oltre 4500 persone. Quando la notizia è giunta all’orecchio dei preoccupati clienti [evasori, ndt], questi si sono costituiti in massa.

    Ricordiamo un po’ come funziona lo scudo fiscale all’italiana. Paghi un decimo delle tasse che hai evaso, senza pagare multe, senza andare in prigione e addirittura senza rivelare il tuo nome e da dove provengono quei soldi, senza fare distinzione fra quelli che ti sei fatto dare in nero, quelli che hai ricavato con il traffico di droga o quelli che hai guadagnato vendendo o facendo prostituire dei bambini. Siamo l’unico Paese occidentale che chiama scudo fiscale il riciclaggio di denaro sporco, perché lo stesso meccanismo americano è legge anche altrove, e mi sembra il minimo. È falso, falso, falso quando i soliti destrorsi dicono che la stessa cosa la fanno anche all’estero.

    In molti avevamo detto che questo scudo era una porcata ben differente da quello americano, inglese o francese, ma si sa, in Italia se dici che il governo sbaglia come minimo sei uno che mangia un paio di bambini a colazione prima di baciare la foto di Marx e tirare qualche molotov. E mentre fanno casini, mafiosi ed evasori ritornano a delinquere lindi e profumati.

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  • nov
    9

    Another “break” in the wall

    Autore: Leoman3000; Categoria: Pensieri, Politica, Sociale, Storia;

    (da Sciccherie)

    Vent’anni. Tanto è trascorso dal 9 novembre del 1989. Cadevano ufficialmente divisioni sociali, contrasti politici, tabù. Le macerie del Muro di Berlino portavano via con loro quasi tutti gli screzi del post-conflitto mondiale. L’Unione Sovietica si apriva finalmente al mondo, dopo dispotismi, oscurità, rivoluzioni e domini. E sarebbe durata ancora poco con quel nome, tornando “Russia” a seguito di un periodo di transizione (durante la quale sorse la CSI) e liberandosi di quella bandiera rossa con falce e martello che tinse i colori dell’Europa dell’Est. Non a caso, spiragli si aprirono subito dopo in Paesi come Polonia (con Solidarnosc), Albania, Ungheria o Romania (dove le insurrezioni sfociarono nella tragica fine dei dittatori il successivo Natale). Ciò che non è successo in Cina, con la repressione popolare (anch’essa ancora ombrata) di Piazza Tiananmen cominciata nel precedente aprile.

    Quel Muro non divideva semplicemente una città; divideva due teorie, due generi, due dottrine. La cosiddetta “Cortina di Ferro” spezzava fisicamente l’Europa in due realtà: una parte in mano all’Ovest, influenzata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti (ossia coloro che, insieme al regime di Stalin, si spartirono la Germania), l’altra erede di una simbologia portata al socialismo estremo. Il tricolore tedesco dell’est, quello della parte definita “democratica”, contrapposta all’occidentalizzata “federale”, al suo centro, presentava compasso e mazzetta. Medesimo destino era accaduto da una quarantina d’anni a Berlino, spartita tra le quattro potenze e resa capitale di un sofferente oriente. Contrapposta a Bonn, centro strategicamente piazzato nella regione più industrializzata della Germania Ovest.

    Era il 1961 quando il fil di ferro fu sostituito da pareti di cemento. Chiunque tentasse di scavalcare quel confine, circuendo i severi checkpoint, in concreto rischiava la vita. Poche le speranze di sopravvivere ai colpi. Erano profughi; scappavano dalla povertà e da leggi troppo severe per un popolo cresciuto sfavorito, almeno rispetto ai “cugini”. Gli stessi che, in fin dei conti, nessuna differenza etnica, religiosa o culturale nutrivano con i conterranei. Non esisteva compassione nelle guardie di frontiera, nemmeno su bambini e anziani: qualsiasi figura in movimento doveva essere mirata, senza pietà. Chi cercava asilo superando chilometri in mare o impervie catene montuose, forse, correva meno pericoli.

    Poi la distensione, con la fine anche di embarghi e luoghi comuni. L’abbattimento del filo spinato, che segnava il confine tra i due blocchi, garantì l’apertura dei cancelli doganali e, di conseguenza, quel muro che divideva un qualcosa di unico, spezzando case e storie umane, non serviva più. Bastò una dichiarazione del Ministro della Propaganda della scioglienda DDR (la Germania Est) per dare il via ad una festa spontanea, ad una “riunione” tanto cercata e definitivamente trovata. Gli abbracci tra sconosciuti e fratelli nello stesso tempo, la birra offerta a chiunque, le picconate in cima all’inquietante barriera nei pressi della Porta di Brandeburgo e il crollo di interi murales dipinti sul solo versante di ponente sono e saranno i simboli di un evento imprescindibile per la memoria collettiva.

    Momenti da brivido. Chissà se il mondo avrà possibilità di vedere abbattute altre separazioni. Tra Messico e USA, ad esempio, oppure quella meno celebre di Nicosia in Cipro, isola contesa tra turchi e discendenti greci, o ancora un’altra posta al confine tra territori spagnoli ed Africa. “Ultimi ma non ultimi”, per quanto inquietanti e nel contempo rappresentativi, sono gli alti blocchi che separano Israele da Palestina o le canne di bambù poste lungo il 38° parallelo, atte a spezzare in due la Corea.

    Oggi, con estrema probabilità, molti sapranno e dunque ricorderanno ciò che è gravitato attorno a quei mattoni. Fino a qualche giorno fa, evidentemente, pochi conservavano davvero quelle immagini.

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  • ott
    7

    Casi e casi

    Autore: Tooby; Categoria: Politica;

    Richard Nixon è passato alla storia (a parte varie vicende “tipiche” di tutte le presidenze) particolarmente per due motivi: la frase “God bless America” e il Watergate.

    Nel corso di quest’ultima vicenda, Nixon, l’uomo più potente del pianeta in quel momento, regolarmente eletto direttamente dal popolo americano, in un disperato tentativo di difesa tentò di trincerarsi dietro il privilegio dell’esecutivo (privilegio che prevedeva che il presidente e il suo staff non fossero obbligati a rispondere alle richieste della magistratura), pur di non consegnare i nastri che lo avrebbero inchiodato.

    Il 24 luglio 1974 la Corte Suprema ordinò a Nixon di consegnare quelle registrazioni. All’unanimità. Non esisteva, per i supremi giudici, che qualcuno ignorasse la legge per un proprio interesse, sfruttando un privilegio concesso solo quando era nell’interesse del potere esecutivo (quindi dell’ufficio e non della persona del presidente) non rispondere alla magistratura. Ma non era quello il caso: quei nastri erano la prova principale di un processo e nessuno, tanto meno il presidente, poteva resistere alla richiesta. Quel giorno per Nixon era arrivata la fine e di lì a pochi giorni avrebbe rassegnato le dimissioni, primo e unico presidente della storia americana.

    La Corte decise all’unanimità, segnatevi questa locuzione.

    Fra poche ore i giudici della Corte Costituzionale italiana potrebbero decidere di un caso simile, che riguarda il capo dell’esecutivo, capo neppure eletto direttamente, che ha inventato una legge per introdurre quel medesimo privilegio nel nostro ordinamento e non per fare l’interesse del Paese, bensì per salvare sé stesso dai numerosi processi che lo riguardano, con accuse ben più infamanti di quelle di cui era stato accusato Nixon.

    Non c’è verso, nessuno può sottrarsi alla legge in un Paese civile, per nessun motivo al mondo. Qua stiamo con il fiato sospeso perché la corte potrebbe essere spaccata sulla decisione: eppure una bocciatura del lodo senza unanimità sarebbe comunque una sconfitta per lo Stato di diritto.

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  • set
    14

    Se qualcuno se l’è presa per gli articoli scritti da la Repubblica e da l’Unità, ha preferito volare basso chiedendo solo un paio di milioni.

    Giampaolo e Antonio Angelucci (recentemente coinvolti nella Sanitopoli abruzzese e vari altri scandali, Angelucci figlio è finito anche agli arresti domiciliari, revocati poco tempo dopo) han fatto causa (ovviamente civile, perché farla penale e perderla significa suicidarsi, mentre una causa civile, alla meglio, può impiegare decenni per giungere a sentenza) a Wikimedia Italia per venti (20, due zero) milioni di euro per qualcosa che è stato scritto su Wikipedia. Qualcosa che, detto fra noi, non è neanche offensivo, ma vabbé, magari sono io un insensibile. Evidentemente qualcuno ha i nervi a fior di pelle (o non vuole pagare gli avvocati per non fare nulla, chissà).

    Fatto sta che Wikimedia Italia non c’entra niente con Wikipedia, si limita a promuovere il marchio e basta: è come se un giorno comprassi della Nutella avariata e invece di fare causa alla Ferrero facessi causa a Mediaset che ne ha trasmesso la pubblicità.

    Se proprio gli Angelucci volevano far causa a qualche pezzo grosso, dovevano farla a Wikimedia Foundation, che gestisce materialmente Wikipedia (e gli altri progetti). Ma non l’hanno fatto, perché WMF (e quindi il foro competente, San Francisco) ha sede in Paese leggermente più civile di noi (e, a parte la temerarietà della causa, WMF ci mette solo i server, l’elettricità, qualche tecnico che ogni tanto avvita qualche bullone, ma che non scrive sull’enciclopedia in quanto tale).

    Oppure (in realtà l’unica via sensata) potevano far causa alla persona che materialmente ha inserito le informazioni ritenute offensive (in questo caso una denuncia contro ignoti, richiesta dei log a WMF, abbinamento dell’indirizzo IP alla persona fisica e infine individuare, eventualmente, la persona che all’interno del nucleo familiare ha modificato la voce in oggetto).  Ma anche in questo caso, probabilmente, si sarebbe finito in un nulla di fatto, senza dimenticare che un accanimento contro un singolo sarebbe stato controproducente.

    Quindi gli Angelucci hanno ben deciso di tirare in ballo un’associazione (in particolare il suo presidente, non avendo WMI personalità giuridica), in un’azione che definire temeraria, a mio avviso, è dire poco: in questo modo da un lato risolvi il problema della giurisdizione (perché solo in Italia fra i Paesi occidentali si può provare una cosa del genere), dall’altro il problema dell’immagine (perché non te la prendi con un povero tapino, ma con un’associazione, poi magari sarà l’associazione a fare la parte del cattivo e a tirare in ballo il poveraccio di cui sopra).

    Nel mezzo c’è una questione culturale: non si è capito come funziona Wikipedia e il web in particolare (e quindi si spera che il giudice chiamato sia in grado di comprendere la differenza fra Mediaset e Ferrero, fra quelli che fanno pubblicità e quelli che producono il prodotto avariato, fra WMI e WMF/utente). Ma soprattutto il motivo per il quale l’Italia è 73ma nella classifica della libertà di stampa insieme alle isole Tonga, unico Paese dell’Europa unita ad essere parzialmente libero, in particolare proprio per cause come questa, con cifre stratosferiche in gioco per ridurre a più miti consigli chi osa scrivere qualcosa di sgradito (anche se vero, provato e riprovato). Perché lo sappiamo tutti: anche vincendo la causa, gli Angelucci difficilmente vedranno i venti milioni di euro richiesti.

    Wikipedia e gli altri progetti Wikimedia vengono scritti da persone come te per persone come te: aiutaci a difenderli parlandone sul tuo blog, sui social network che frequenti e, se vuoi, anche con una donazione.

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