Tooby, L'Olandese volante

Spiacente, non riesco a farmi trattare da suddito

  • giu
    23

    Ieri si sono conclusi i ballottaggi. Alla fine, delle 50 province in mano al centrosinistra, 32 sono passate di mano. Sinceramente, pensavo peggio. Un commento scritto piuttosto di getto.

    Mi spiace per Dario Franceschini, ma questa non si può considerare una vittoria, perché le province che hanno resistito, lo hanno fatto per meriti propri e non per il Partito Democratico. A Milano Filippo Penati è stato protagonista di una grande rimonta, persa dopo un appassionante testa a testa e per soli quattromila voti, praticamente un nulla sul milione e oltre di votanti, ma si è presentato con il suo proprio simbolo e non con quello del PD, è andato a cercarsi i voti per strada spendendo sé stesso e non il partito, e questo dovrebbe dirla lunga.

    Non si può parlare di vittoria se si guarda alle roccaforti rosse che sono cadute, come Cremona e soprattutto Prato, dove l’incapacità dell’amministrazione locale di mettere mano alla questione cinese è stata fatale (e come ho già detto un libro aveva profetizzato tutto già quattro anni fa). Perdere milioni di voti non può far dire che “abbiamo vinto”. Altro discorso è il declino di Berlusconi, ma questo è veramente una questione diversa, che non c’azzecca (o c’azzecca poco) con le amministrative.

    Il centrodestra avanza (ed è più che fisiologico, si chiama alternanza), ma non sfonda: i colpacci a Torino e Firenze, giusto per dirne due, non ci sono stati. Caso a parte quello di Bologna: il candidato locale, Cazzola, è stato lasciato praticamente solo, e è stato pertanto travolto da Delbono. La Lega Nord ha parlato di vittoria grazie al referendum, ma a livello complessivo l’invito all’astensione gli si è ritorto contro (come a Milano, di nuovo, dove c’è stata quasi la sconfitta).

    Nella mia città si votava anche per il sindaco, e credo che questo giro elettorale sia la prova di quanto sostengo: il sindaco uscente del PD ha perso (pur avendo dimezzato il distacco dal primo turno), e a mio avviso il problema è stato aggrapparsi alla politica nazionale, più che ai successi conseguiti direttamente in città (che pure non sono pochi). Il sindaco aveva infatti invitato Minimo D’Alema qualche giorno fa, e Minimo non ha convinto nemmeno l’asfalto (e infatti i comunisti, i socialisti e i verdi, che facevano lista a parte al primo turno, si sono guardati bene dall’andare a votare). Tutto il contrario di Umberto Bossi, che è venuto qui il giorno prima di D’Alema, e ha fatto tremare pure gli alberi con le sue cazzate populiste

    Le amministrazioni locali hanno subìto (ingiustamente, a mio avviso) i contraccolpi della politica nazionale. Farò riferimento al PD: le vittorie sono indubbiamente da attribuirsi alla bontà dei candidati locali e al loro lavoro che non a quello del partito nazionale. Avanti di questa strada non si può continuare: il PD ha perso milioni di voti, resiste solo perché è una bella idea che viene trattata male da chi la tira per la giacchetta verso l’inciucio (Minimo D’Alema) o verso il centro cattolico (Paola Binetti). Il PD non può permettersi di essere qualcosa di vecchio: l’inciucio non ha mai portato a nulla di buono al centrosinistra (anzi, ha sempre favorito e talvolta resuscitato Silvio Berlusconi), mentre lo spostamento verso il centro gli farà perdere voti, come ha dimostrato Termometro Politico, registrando il crollo presso gli elettori laici senza guadagnarne (anzi perdendone) presso quelli cattolici. Il motivo è semplice: il centro è già occupato da altre forze, a cominciare dall’UdC, visto che anche dal PdL sono fuoriusciti molti centristi a causa degli scandali di corte, e questo non ha favorito i democratici. Il PD deve uscire fuori da queste logiche, altrimenti non vincerà mai. Non è la scelta fra essere socialisti o essere cattolici: la scelta è essere democratici.

    Una breve nota sul referendum: come da pronostici, purtroppo, sono falliti tutti e tre per il mancato raggiungimento del quorum. Le ragioni le avrete sentite ovunque, quindi mi limito ad un’analisi dello strumento. Si tratta, è vero, del peggior risultato referendario della storia, ma è anche vero che per la prima volta si è votato in estate (con una legge “ad referendum”, apposita).

    Una riforma dello strumento appare d’obbligo: bisogna alzare il numero delle firme necessarie per poterlo richiedere e abolire o almeno ridurre il quorum. Non è possibile che una parte (il NO) parta avvantaggiato: alle elezioni c’è sempre fra il 40 e il 20% degli elettori che non va a votare in modo regolare, e questa quota è un vantaggio per il NO. Il quorum è come un arbitro, ma quest’arbitro viene trattato come se fosse un giocatore: è un arbitro corrotto. Le scienze politiche ci insegnano che questo non è democratico, perché alle elezioni le parti devono arrivare nelle medesime condizioni e possibilità.

    Questo discorso prescinde dai referendum che si sono appena svolti: oggi chi fa parte del fronte del NO potrebbe favorire il SÌ al referendum di domani, qualunque esso sia. E credo non vi piacerà perdere per colpa di un arbitro corrotto. Pensateci.

    Ultima riforma che pare d’obbligo, se non altro per risparmiare una barca di quattrini: stabilire per legge che una volta l’anno si voti per tutto quello che si deve votare in quell’anno, referendum, politiche, europee, regionali e altre amministrative (fatti salvi, ovviamente, ballottaggi ed elezioni suppletive), senza fare ogni anno tre o quattro chiamate al voto in due mesi (che uno si rompe anche un po’ le scatole, oltre a spendere denari che potrebbero essere facilmente risparmiati). Si fa in tanti Paesi del mondo, perché non possiamo essere così furbi anche noi?



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  • giu
    21

    Sono sconvolto da come tanti partiti (a cominciare dall’Italia dei Valori – che delusione) stiano pensando solo ai primi due referendum, dimenticando completamente il terzo, il più condivisibile di tutti, da tutti, qualunque sia il colore politico: l’abolizione delle candidature multiple. Oggi, grazie al meccanismo che si cerca di abolire, non solo non scegliamo nulla (a causa delle liste bloccate), ma addirittura un terzo dei parlamentari viene scelto direttamente da cinque o sei persone, che hanno letteralmente potere di vita e di morte su questo o quel candidato, semplicemente scegliendo dove farsi eleggere.

    Il candidato deve essere legato al territorio: Silvio Berlusconi, ad esempio, è stato eletto in Molise, ma era candidato ovunque. E con lui molti altri capipartito e tenenti degli altri partiti, che una volta eletti, hanno scelto (loro, non noi) chi dovesse prendere il loro posto.

    Questa è una furbata da abbattere: non seppelliamo queste referendum insieme agli altri due, perché non ci azzeccano l’uno con gli altri. La scheda VERDE va ritirata e votata, almeno quella. Potete rifiutare le altre schede o votare no, il quorum si calcola singolarmente per ogni referendum, quindi se ne votate uno solo non aiutate gli altri.

    Sulla scheda VERDE apponete un convintissimo !

    Per una spiegazione semplice dei tre quesiti referendari, cliccate qui per leggere il mio articolo precedente. Leggete anche l’importantissima precisazione qui.

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  • giu
    20

    Ho seguito, negli ultimi giorni, due servizi sul referendum elettorale in onda sul TG1, sul TG2 e addirittura su TG Parlamento. Tre servizi incorretti, da precisare per evitare equivoci.

    Il messaggio che è passato è che i primi due referendum (scheda viola e scheda beige) comporteranno i medesimi effetti sia alla Camera che al Senato, ma non è così.

    Alla Camera il premio di maggioranza viene assegnato alla lista o alla coalizione di liste che prendono più voti in tutto il Paese.

    Al Senato, invece, avviene la medesima cosa, ma solo su base regionale. Dunque chi prende più voti in tutto il Paese non è detto abbia la maggioranza dei seggi al Senato (è avvenuto, ad esempio, nel 2006, quando il centrodestra prese più voti nel Paese, ma la seppure risicata maggioranza al Senato spettò alla coalizione di centrosinistra). Il calcolo è più complicato: ogni Regione elegge tot senatori, chi vince prende il 55% di quei senatori. Questo significa che in Lombardia può vincere una lista, in Sicilia può vincere un’altra, nel Lazio un’altra ancora.

    I servizi non rendono evidente questa differenza, che è pure fondamentale. Termometro Politico ha effettuato una simulazione con i dati delle ultime europee e il quadro è rassicurante quanto a tutela della Costituzione.

    Mentre alla Camera il PdL avrebbe il 55% (e aggiungendo Lega Nord e Unione di Centro raggiunge i due terzi), al Senato questo non avverrebbe, neppure aggrappandosi a Lega e UdC.

    Si tratta di una simulazione (le elezioni europee sono diverse e certi accorpamenti sono piuttosto brutali), ma rende bene l’idea sulla fondamentale differenza che passa fra due referendum che invece il servizio pubblico tratta come uguali. Le cose certamente cambierebbero in caso di ipotesi bicicletta, ovvero di partiti che si uniscono a creare una sola lista elettorale (PdL e Lega, PD e IdV). Ma in questo caso non cambierebbe molto rispetto al sistema vigente, visto che questi quattro partiti nel 2008 erano in coalizione, e questa volta si limiterebbero a porsi sotto lo stesso simbolo alle elezioni per poi separarsi immediatamente dopo. Come sempre.

    Torno a ribadire: i referendum non cambierebbero granché il sistema politico, una vittoria del sì costringerebbe la Lega Nord a farsi promotore di una nuova legge elettorale, con Silvio Berlusconi ancora una volta costretto a piegarsi per non perdere l’ombrello dell’immunità e per non mandare al diavolo le varie controriforme in cantiere. Una vittoria del no e dell’astensione, invece, verrebbe (forzatamente) interpretato come un’approvazione della legge porcata vigente.

    In ogni caso, cercate di votare sì all’ultimo quesito, scheda verde (anche senza ritirare la scheda elettorale degli altri due): l’impossibilità di candidarsi in più circoscrizioni, seppure non toglie di mezzo lo schifo delle liste bloccate, almeno eviterà che una grande fetta di parlamentari venga direttamente nominata dai capi di partito e da un piccolo numero di plurieletti.

    Per una semplice guida al referendum, fate riferimento alla prima parte di questo articolo.

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  • giu
    16

    No, questo post non sarà scritto in grugniti, semplicemente in modo essenziale per spiegare i tre referendum che voteremo fra pochi giorni.

    Basi, come si vota (con la matita umettata):

    • Se metti una X su , dici “si, voglio cambiare la legge”;
    • Se metti una X su NO, dici “no, le cose mi vanno bene come sono”;
    • Se ritiri la scheda e la restituisci bianca, dici “non ho un’opinione, ma voglio che il referendum sia valido e che sia fatta la volontà della maggioranza”;
    • Se non vai a votare pur avendone la possibilità, mi fai schifo, spiacente (scusate il POV).

    Fatta la premessa su come votare, passiamo al cosa.

    • Scheda viola: a chi lo diamo il premio di maggioranza nazionale alla Camera?
      • Se voti , dici: “voglio darlo solo alla lista (partito) che prende più voti degli altri in tutta Italia“;
      • se voti NO, dici: “voglio darlo non solo alla lista che va da sola, ma anche alle liste (partiti) che si mettono assieme in una coalizione e che prendono più voti degli altri in tutta Italia“;
    • Scheda beige scuro: a chi lo diamo il premio di maggioranza regionale al Senato?
      • Se voti , dici: “voglio darlo solo alla lista (partito) che prende più voti degli altri in una Regione“;
      • se voti NO, dici: “voglio darlo non solo alla lista che va da sola, ma anche alle liste (partiti) che si mettono assieme in una coalizione e che prendono più voti degli altri in una Regione“;
    • Scheda verde chiaro: i candidati possono presentarsi in una circoscrizione?
      • Se voti , dici: “voglio che ogni candidato si candidi in una sola circoscrizione, in un solo territorio e che solo lì possa essere eletto”;
      • se voti NO, dici: “voglio che ogni candidato (Tizio) possa candidarsi dove voglia (anche ovunque) e che possa poi scegliere in quale territorio possa essere eletto, mentre negli altri verrà eletto qualcun altro, a discrezione di Tizio”.

    Si vota domenica 21 giugno dalle 8 alle 22 e lunedì dalla 7 alle 15. Possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni.

    Esempio per i primi due referendum:

    • Se vince il : il partito A prende il 35% dei voti, il partito B prende il 30% e il partito C prende il 15%. Il premio di maggioranza (il 55% dei seggi) spetta al partito A;
    • Se vince il NO: i hanno preso le stesse percentuali, ma stavolta i partiti B e C si sono coalizzati e hanno preso il 45% (30+15), dunque è a loro che spetta il 55% dei seggi.
    • Attenzione! Se passasse il SÌ, i partiti B e C potrebbero anche coalizzarsi creando una lista unica, che chiameremo D. In questo caso il premio di maggioranza spetta alla lista D, ovvero alla coalizione formata da B e C. Questo è avvenuto, ad esempio con i radicali, che sono entrati in una lista unica con il Partito Democratico.

    Fin qui la spiegazione. Ora un mio commento.

    Qualcuno ha detto che il referendum sancirebbe il bipartitismo in Italia. Questo è falso: lo dissero anche dopo la riforma elettorale dei primi anni Novanta, ma così non è stato, anzi, i partiti sono pure aumentati. I partiti, infatti, si coalizzarono dietro dei cartelli (ricordate L’Ulivo e la Casa della Libertà?), delle liste uniche. All’epoca il sistema era addirittura uninominale, dunque i partiti non solo erano costretti a stare assieme, ma dovevano pure mettersi d’accordo per trovare un candidato legato al territorio in grado di vincere (gente autorevole, non esperti in lavori orali) e che piacesse ai vari alleati.

    Se passasse il referendum i partiti non farebbero altro che riproporre quei cartelli, con la differenza che, grazie alle liste bloccate, sarà più facile spartirsi i candidati. Con la vittoria del sì, insomma, cambierebbe davvero poco: ci saranno meno quadrati su cui mettere la ICS sulla scheda elettorale, in sostanza.

    Chi viene punito da questo referendum non sono i partiti piccoli in generale, bensì i partiti piccoli che non possono o non vogliono coalizzarsi, perché:

    1. c’è un’enorme distanza ideologica con tutti gli altri partiti che rende difficile se non impossibile trovare un programma condiviso;
    2. vogliono stare in mezzo per rubacchiare qualcosa un po’ di là e un po’ di qua, mentre le coalizioni di destra e sinistra li corteggiano (come l’Unione di Centro);
    3. non vogliono compromessi, vogliono mantenere la propria purezza ideologica (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Sinistra e Libertà – che tra l’altro hanno la stessa base ideologica, ma sono tre partiti diversi, che tristezza).

    L’ultimo referendum, il verde chiaro, credo che sia il più sacrosanto di tutti e dovrebbe essere condiviso da tutti (mi riferisco al sì). Brevemente, se passasse il SÌ, i partiti dovranno scegliere candidati legati al territorio, perché in questo modo i cittadini sapranno a chi rivolgersi e a chi assegnare la responsabilità se le cose vanno bene o vanno male. Esempio: Silvio Berlusconi era candidato in tutte le circoscrizioni, e come tale è stato eletto in tutte queste, ma doveva sceglierne una sola. Quanti mi sanno dire in quale circoscrizione è stato eletto? Ancora, quanti di voi sanno chi sono i deputati e i senatori che rappresentano la propria circoscrizione, la propria città?

    In questo modo, non essendo facile capire chi è stato eletto e dove, gli elettori vengono allontanati dagli eletti, mentre questi ultimi si avvicinano ai capi di partito, che li hanno nominati.

    Resta fermo un fatto. Questa legge elettorale è lo schifo assoluto e va cambiata.

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  • mag
    4

    Referendum for dummies

    Autore: Leoman3000; Categoria: Politica, Sociale;

    Si parla molto dei referendum del 21 giugno. La maggior parte dei politici ha già dichiarato il “si” ai tre quesiti; altri, ovviamente, il “no”. Tra i tanti, la Lega. Per ora è pacifico che la mobilitazione popolare riguarderà la pronuncia sulle modifiche alla legge elettorale. Perfetto. Ma cosa cambierà? Fermiamoci un attimo: quanti in realtà conoscono la risposta?

    A prescindere che questo referendum costituisce una deroga (nonché un pericoloso precedente in ottica futura), in quanto la legge prevede che la proposizione di domande di tal genere venga posta tra il 15 aprile e il 15 giugno (art. 34 della L. 352/70), una sparuta minoranza andrà a leggere i caratteri minimi che precedono il “SI” e il “NO” presenti sulla scheda e che, comunque, scendono molto in dettagli incomprensibili ai più.

    Fornisco – per la cronaca – un estratto della prima domanda, per “chiarire”: Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, titolato “Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei Deputati”, limitatamente alle seguenti parti:
    art. 14-bis, comma 1: “I partiti o i gruppi politici organizzati possono effettuare il collegamento in una coalizione delle liste da essi rispettivamente presentate. Le dichiarazioni di collegamento debbono essere reciproche.” [...]
    .

    L’italiano medio potrebbe non sapere cosa sia un D.P.R., cosa siano modificazioni ed integrazioni; come sia strutturata una qualsiasi legge, insomma. Deducibile (e chiaro) che si tratta di abrogazioni: quindi SI = eliminazione di parte della legge; NO = mantenimento del testo così come è.

    Per quanto riguarda i quesiti nella loro integrità, i primi due (schede verde e bianca) si basano sul premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento. Per chiarire la situazione, allo stato, la coalizione che prende più voti alla Camera ha un numero di onorevoli di “bonus” rispetto alle altre; stessa cosa avviene in Senato, ma su base proporzionale regionale. Non solo, ora una coalizione può avere propri rappresentanti in Parlamento se supera il 4% dei consensi sui voti in ambito nazionale: in pratica, se un partito X della “coalizione X” prende l’1%, può aver diritto a schierare onorevoli e senatori; se un partito Y, invece, corre da solo e ha l’1% dei voti, non potrà entrare nelle Camere.

    Se fosse abrogata parte della legge, vi sarà un nuovo scenario: solo il partito che prenderà più voti usufruirà del premio di maggioranza e tutti i partiti, tralasciando quindi le coalizioni, saranno soggetti alla soglia di sbarramento al 4%. In Senato, invece, il limite passerà all’8%.

    Il terzo quesito (scheda rossa), in caso affermativo, cancellerebbe le “candidature multiple”: ora un politico può schierarsi in tutti i territori nazionali, decidendo il “destino” per gli altri membri della sua lista. Se passasse il “SI”, al contrario, i vari Berlusconi, Franceschini o Casini saranno presenti solo in una tra Lombardia, Puglia, Basilicata (ad esempio)

    Quorum permettendo. Se la “metà” degli aventi diritto non vota, la disciplina ora vigente, logicamente, rimane.

    Considerando che non è facile riassumere la materia ai minimi termini, si spera che essa sia un tantino più comprensibile… Strano: politici, giornali e diretti interessati non ne parlano troppo spesso.

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  • Cinguettii del 07-09-2010
    • Mocciosetti di ottant’anni in gita al Quirinale http://goo.gl/fb/PYKVW #politica #berlusconi #bossi #costituzione ->
    • «Lo studio della liquidità dei mercati finanziari è utile anche per trovare un[a] ragazza/o» Azz. ->
    • Mentre il mondo pensa all'exit strategy dalla crisi economica, Berlusconi è alle prese con l'exit strategy da Fini ->
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