L'Olandese volante

Spiacente, non riesco a farmi trattare da suddito

  • mar
    7

    Il de-cretino: considerazioni a margine

    Autore: Leoman3000; Categoria: Politica, Sociale;

    (da Sciccherie)

    Senza perdere troppo tempo con spiegazioni dottrinali e giurisprudenziali (se n’è già occupato ieri ottimamente Tooby, che ha scritto sul punto uno dei post politici migliori degli ultimi 150 anni – quasi cit. -), in questa occasione sarebbe difficile non schierarsi apertamente contro quanto ordito dal Consiglio dei Ministri venerdì sera. Solo chi è stato totalmente insufflato, tanto da approvare ogni parola di chi amministra lo Stato, potrebbe dichiararsi soddisfatto dell’operato del Governo nel frangente.

    Il percorso è sintetizzabile in appena due punti. 1) Alcuni rappresentanti del PdL, partito di maggioranza, hanno combinato qualche casino di troppo (firme mancanti e ritardi) per loro negligenza; 2) I vertici del PdL, non riuscendo a fermare i “casotti” in maniera regolare (ovvero ai sensi di quanto previsto dalla Legge), hanno pensato bene di promulgare un “decreto interpretativo ministeriale”, quindi un atto di estrema urgenza (perché?), per tentare di salvare, stavolta inequivocabilmente, i proverbiali capra e cavoli. Tutto questo con il beneplacito, praticamente silente, di una Presidenza della Repubblica che se ne lava le mani.

    Quanto sopra scritto non è sovversione, né polemica. In pratica, per evitare una esplicita figura di merda, è stato necessario un atto di imperio (sic). Che, di fatto, potrebbe pure essere impugnato per possibile antinomia costituzionale (si legga cosa è scritto nell’art. 72 della Carta; sarebbe qualche minuto ben speso). Tra l’altro, la creazione del decreto è avvenuta in un cortissimo lasso di tempo e inaudita altera parte (cioè senza considerare minimamente le proteste dei giorni scorsi delle opposizioni alla c.d. “leggina” – altra cazzata, perché non esistono deontologicamente “leggi piccole” o “grandi” – ). Ovviamente, la mossa è stata ponderata nel nome della democrazia.

    Perché, secondo le logiche più opportune, “democrazia” può essere anche l’emanazione di un vero e proprio editto, pur di conseguire fini interessati. Come se in cima alla piramide sociale si trovasse un Dominus di romana memoria, capace di ricercare soluzioni a proprio vantaggio, dando viceversa l’illusione di svolgere un servizio utile alla Nazione. Infatti, se da un lato si è materializzato, in alcune zone dello Stivale, il concreto rischio di esclusione della principale lista votata (una lesione al diritto di voto, dovuta però alla mancata diligenza degli addetti ai lavori), dall’altro è stato giocato un jolly in barba a delle norme previgenti (una lesione legislativa e della sovranità popolare), che, inoltre, forma un “due pesi e due misure” nei confronti di fazioni minori escluse in altre competizioni per medesimi motivi. Semplice immaginare cosa sarebbe potuto accadere se, al posto del PdL, ci fossero state esponenze di centro-sinistra.

    Oltretutto, c’è da chiedersi cosa vi sia da interpretare, in soldoni, in “le candidature devono essere presentate perentoriamente entro le ore 12 del trentesimo giorno che precede le elezioni”. Il termine più ostico da comprendere sarebbe “perentoriamente”, ma per sfogliare un vocabolario non serve un titolo di studio. Ergo, per rendere più chiara la nuova disciplina, il provvedimento ammette che le carte possono essere presentate anche successivamente. L’importante è che, 30 giorni prima della tornata, un impiegato fosse lì a mezzogiorno con i fascicoli opportuni. Quel che conta, dunque, è l’ “intenzione”.

    Per qualcuno, la recente “lettura normativa” è stata un colpo basso: d’altronde, sono state cambiate le regole del gioco nel corso dello stesso. Si è parlato persino di golpe, abuso di potere, oligarchia, dittatura. Sembrerà strano, ma, al contrario, potrebbe formare una potenziale anarchia. Per analogia, chiunque potrebbe superare un esame o un concorso per la sola presenza, senza tener conto dell’esito del dialogo con l’esaminatore. Oppure, secondo l’ennesimo generatore di Metilparaben (sarcastico, ma non troppo), “i gol si considerano realizzati, a prescindere dall’effettiva entrata della palla in porta, a condizione che il centravanti si trovi all’interno dell’area di rigore entro il novantesimo più recupero”.

    C’è chi riderà, c’è chi si muoverà. C’è pure chi, recandosi comunque alle urne fra qualche settimana, se ne frega di tutto. Ed ha preferito godersi, sdraiato sul divano, Fiorentina – Juventus o Roma – Milan. A proposito di “calcio”.



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  • mar
    6

    Quando questa storia è cominciata…

    Autore: Tooby; Categoria: Sideblog;

    dissi da subito che alla fine un modo per riammettere le liste del PdL si sarebbe trovato. Io però pensavo a forzature messe in atto all’interno delle vie ordinarie, ovvero cercando cavillini o pressioni politiche per avere ragione al TAR o al Consiglio di Stato. La degenerazione degli eventi di ieri sera non erano un’eventualità che avevo preso in considerazione proprio perché si sarebbe oltrepassato un limite sinora mai visto, ovvero la sospensione de facto della Costituzione (finora, infatti, tutte le leggi porcata sono state approvate rimanendo all’interno del tessuto elastico della nostra Carta). Questa forzatura, enorme, sta a significare che il PdL non avrebbe avuto chance di avere ragione in tribunale, e che dunque la situazione illegale viene resa legale per decreto. Tipico di un Paese dove la democrazia sta morendo.

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  • mar
    6

    Con questo articolo vorrei dare il mio contributo per inquadrare il decreto interpretativo varato ieri notte dal governo all’interno della situazione giuridica italiana. I riferimenti principali sono la Costituzione e la legge 400/1988.

    La legge 400 del 23 agosto 1988 fu varata per riordinare le competenze del governo, in applicazione dell’articolo 95 ultimo comma della Costituzione. L’articolo 15, al comma 2 lettera b della legge 400, afferma:

    [Il Governo non può, mediante decreto-legge] provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione

    L’articolo 72 comma 4 della Costituzione prevede a sua volta che:

    La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi

    Questo significa che per alcune materie c’è una riserva di legge formale, ovvero solo il Parlamento può intervenire con una legge ordinaria, mentre il Governo è escluso. Fra queste materie vi è appunto la legislazione in materia elettorale.

    Il decreto legge ha medesima forza rispetto alla legge 400 e può dunque derogarla anche implicitamente. In più la Costituzione, norma sovraordinata rispetto alla legge 400, permette, in casi straordinari di necessità e urgenza, l’intervento del Governo tramite decreto legge. La questione può apparire dunque controversa, ma i nodi vengono presto sciolti.

    Due osservazioni vanno fatte: in primo luogo non sembra essere questo il caso straordinario di necessità e urgenza. Il pasticcio delle liste è dovuto ad un (sinora presunto) mancato rispetto della legge, sul quale è competente prima il tribunale, poi la corte d’appello, quindi il Tribunale Amministrativo Regionale e infine il Consiglio di Stato, dunque esistono, per così dire, addirittura quattro gradi di giudizio per garantire che tutto sia regolare. Non si tratta dunque di un caso di calamità naturale (che necessita di regole proprie e straordinarie) o di un vuoto legislativo da colmare per motivi di impellente interesse pubblico. La legge c’è, funziona e non c’è alcuna emergenza. La legge stesse prevede la possibilità che alcuni partiti, come sempre accade in occasione di qualche elezione, abbiano commesso alcune irregolarità, e indica chi e come deve gestire questa delicata situazione. L’unica differenza è che questa volta il pasticcio è stato creato dal primo partito d’Italia, ovvero dal partito al governo, che sta usando lo schema del decreto legge per fini, per così dire, “privati”: non di emergenza pubblica si tratta, bensì di emergenza privata. Non vi è dubbio che, nel caso in cui il pasticcio fosse stato fatto da altre liste, soprattutto minori, non vi sarebbero state ragioni per intervenire, e questa non è tanto una previsione, quanto la normalità: ad ogni elezione sono tantissime le liste escluse per irregolarità, ma non fanno rumore perché sono piccole, e soprattutto non sono al governo. Per questo il sapore di forzatura è evidente.

    In secondo luogo, la legge 400 non fa altro che specificare il governo non può andare contro le previsioni della Costituzione, ricordando (e non tanto imponendo) che il governo non può intervenire con decretazione d’urgenza in materia elettorale. Per questo il riferimento alla legge 400 non è altro che un rimando esplicito alla Costituzione, ed è questa che risulta essere violata.

    L’obiezione a questa eccezione è che il decreto non cambia la sostanza della legge, ma indica ai magistrati come interpretarla (da cui, appunto, la locuzione “decreto interpretativo”). Non sono riuscito a trovare il testo del decreto, quindi farò riferimento alle più recenti notizie della stampa, eventualmente intervenendo poi in caso di errori. Dato che la legge impone il termine perentorio delle ore 12 del ventinovesimo giorno precedente alle elezioni come minuto ultimo per presentare le candidature, un decreto legge che permetta le presentazione delle stesse entro le ore 16 di dieci giorni dopo appare indubbiamente una modifica e non un’interpretazione della legge. Lo stesso dicasi per l’eventuale aggiunta del termine di 24 ore per sanare le cosiddette “irregolarità formali”: esso non è previsto dalla legge, dunque non c’è alcuna difficoltà per i magistrati competenti nell’interpretare la disposizione, da cui si desume la norma «entro le ore 12 del ventinovesimo giorno prima delle elezioni tutto deve essere in ordine». Il decreto dunque non interpreta, bensì modifica la legge che poi i magistrati dovranno interpretare. Un’interpretazione si avrebbe, ad esempio, se il decreto specificasse se il minuto 00 della dodicesima ora del trentesimo giorno debba essere compreso o escluso. In questo caso, infatti, il decreto non modificherebbe la legge, bensì indicherebbe come interpretarlo, ed è evidente che il testo del decreto non fa nulla di tutto questo.

    Appare dunque palese che almeno un forte dubbio di incostituzionalità ha fondamento, di conseguenza il decreto legge è passibile di annullamento, e con essa l’eventuale elezione di Roberto Formigoni e Renata Polverini, senza dimenticare che, anche in caso di sconfitta di questi due candidati l’intera elezione potrebbe essere invalidata, come già avvenuto negli anni passati in Molise. Il decreto, addirittura, si configura come un riconoscimento implicito del fatto che le liste Formigoni e Polverini siano irregolari, visto che, in caso contrario, basterebbe il ricorso alle vie ordinarie per ottenerne la riammissione e non quelle straordinarie (quale, appunto, il decreto). Per questo motivo il momento più delicato della vita democratica (ovvero le elezioni) si sta tenendo sulla cima di un castello di carte.

    Nel disperato tentativo di ristabilire con la forza una situazione non legale, il Governo ha creato un vulnus e un precedente davvero pericoloso per la democrazia in Italia, poiché passa il messaggio che la Legge non è certa bensì passibile di modifiche secondo l’umore del giorno. Tutto il contrario di ciò che si aspetterebbe in uno Stato di diritto, dove la Legge è una, dura, ma certa a garanzia della libertà di tutti i cittadini.

    [Per Diritto di Critica]

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  • mar
    5

    Riformine costituzionali

    Autore: Tooby; Categoria: Politica;

    Al momento credo che l’unico modo per riformare la Costituzione in modo condiviso (e quindi auspicabilmente anche decentemente) è farlo in modo incrementale, ovvero un pezzettino alla volta. La cosa si scontra con le manie di grandezza di alcuni politici (che vogliono essere LA legislatura costituente) e di altri (che vogliono eliminare certi “lacci e lacciuoli” che altro non sono che garanzie, contrappesi del sistema, ad esempio il Parlamento). Quindi ogni volta che si mette mano al testo fondamentale, bisogna sempre fare dei riformoni.

    Sandro Brusco oggi la butta lì con una riformina che probabilmente passerebbe in pochi mesi (giusto quelli richiesti dal processo di revisione). Due le direttive principali della “riforma Brusco”: riduzione del numero di parlamentari (fino a un terzo, ma fate vobis, dice lui) ed eliminazione della circoscrizione Estero.

    Essendo di centrosinistra quest’ultimo punto non dovrebbe piacermi, visto che all’estero sinora il centrosinistra è andato forte. Ma ciò si scontra con un principio elementare che proprio non riesco a dimenticare: il costo della rappresentanza parlamentare è rappresentato dalle tasse. Chi vive all’estero e magari non ha mai messo piede in Italia è rappresentato in Parlamento senza pagare le tasse, a differenza di noi indigeni. E questo mi pare assurdo, specialmente se penso ai tantissimi immigrati che pagano le tasse in Italia ma non sono rappresentati. Il principio di base è “no taxation without representation”, quello che ha fatto nascere gli Stati Uniti d’America.

    La riduzione del numero di parlamentari, invece, pone altri tipi di problemi. Alcuni sono piccoli e già rilevati da Brusco: uno è la sovra-rappresentanza di Valle d’Aosta e Molise; l’altro è la necessità di eliminare i senatori a vita, il cui peso, in un Senato di 100 membri praticamente triplicherebbe, e ciò è difficilmente accettabile. Come detto sono problemi piccoli e agilmente superabili. Un problema medio è che se facessimo come propone Brusco la base elettorale del Parlamento sarebbe la stessa per Camera e Senato, aumentando fino ai massimi livelli la ridondanza del nostro parlamentarismo.

    Meno superabile è, a mio avviso, il fatto che in questo modo il sistema diverrebbe più selettivo, ovvero taglierebbe fuori per sempre i partiti che già oggi sono esclusi, comportando, inoltre, un pericolo per altri partiti minori. Sarebbe una bella spinta verso il ritorno al maggioritario, ma su questo punto sarebbe guerra.

    La discussione, in generale, dovrebbe girare attorno a quanti parlamentari tagliare in modo che questa riformina risulti essere accettabile ad un ampio spettro politico. Va ricordato che i nostri parlamentari sono indubbiamente troppi: se la Cina avesse in proporzione il nostro numero di parlamentari, la seduta annuale dovrebbe essere fatta all’interno di un paio di stadi di grosse dimensioni. Gli Stati Uniti hanno circa la metà dei nostri parlamentari nonostante la popolazione sia 4-5 volte quella italiana.

    Un Parlamento con meno parlamentari non diventerebbe certo meno efficiente, anzi probabilmente diverrebbe molto più agile. Senza contare i tagli ai costi della politica che questo comporterebbe.

    I problemi sono altri: i parlamentari in carica difficilmente vorranno “suicidarsi”. Se riduci i parlamentari della metà, vuol dire che o tu o il tuo compagno di banco o magari tutti e due sarete fatti fuori; in secondo luogo, nel momento in cui cominci a discutere di riforme costituzionali, arrivano altri “colleghi” che dicono “già che ci siamo, infiliamoci pure questo”. È quello che sta succedendo nei commenti all’articolo di Brusco, dove si sta discutendo pure della riforma del referendum e dell’elezione a suffragio universale e diretto del presidente della Repubblica. Figuratevi che succederebbe in Parlamento!

    Il problema è che più aumenti i contenuti di una legge, più è necessario fare logrolling (ovvero mettersi a trattare, io ti do questo, tu mi dai quello), con il rischio di arrivare ad una impasse e fare naufragare tutto, oppure di annacquare lo spirito della riformina precedente. Cambiare la Costituzione non è un processo semplice, occorre fiducia e buona volontà: è per tutti questi motivi che le riforme costituzionali sono così difficili da fare e, quando riescono, portano spesso a risultati davvero tristi.

    Il Paese ne ha bisogno, senza dubbio. Ma per farlo ha bisogno di una classe politica diversa, dotata di una più spessa fibra morale e meno elementi destabilizzanti ed estremisti (non mancano esempi nel centrosinistra – che però è caratterizzato più da incapaci che da estremisti -, ma la patria di questi brutti elementi è a destra, a cominciare dalla Lega Nord e da Silvio Berlusconi, che sono tutto fuorché moderati e liberali – non sono neanche razionali, e nutro seri dubbi pure sulla loro lucidità mentale, non dimenticando neppure le loro delicate venature fasciste, che si scontrano decisamente con il cambiare una Costituzione dichiaratamente antifascista).

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  • feb
    7

    Perplessità

    Autore: Tooby; Categoria: Politica;

    Premetto che non ho visto la trasmissione “In 1/2 ora”, quindi mi baso sulle ricostruzioni giornalistiche (La Repubblica, Corriere, Il Giornale). Ma alcune frasi di Angelino Alfano destano la mia perplessità. La prima è:

    [sul legittimo impedimento] una indagine giudiziaria e tutto quanto ne consegue non possono intaccare l’autonomia e la sovranità del Parlamento e l’agenda politica

    Brevemente sull’agenda politica: va bene che si debbano rispettare gli impegni presi davanti al popolo, ma l’agenda politica viene decisa dal Governo nella sua interezza. Ho qualche dubbio sul fatto che un singolo ministro che si dimetta per farsi processare castri la funzione di indirizzo politico. Va detto, però, che al governo ci sono plurimputati, quindi sarebbe effettivamente una moria di ministri. Ma lasciamo stare.

    Per il resto, tutto giusto nei principi, ma il legittimo impedimento copre il Governo, non il Parlamento, ovvero i ministri e non i parlamentari. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita attraverso il Parlamento, che poi esprime il Governo. Insomma, la sovranità non è del Parlamento, e, ancora, il Governo non è proprio autonomo, in quanto il Parlamento (che è invece pienamente autonomo) lo controlla (almeno leggendo la Costituzione, nei fatti avviene il contrario, il Parlamento è al guinzaglio di Silvio Berlusconi). Insomma, quel che ha detto Alfano è privo di senso, a mio avviso.

    Se si vuole garantire l’autonomia e la sovranità del Parlamento, allora parliamo di misure che rendano i parlamentari immuni da attacchi giudiziari basati su contrasti politici, e poi, solo poi, relativamente ai ministri in quanto parlamentari. Ma non ai ministri in quanto tali. Davvero non ha alcun senso, né mi paiono sciocchi i rilievi di incostituzionalità contro il legittimo impedimento (che, per stessa ammissione del testo del ddl, è solo una norma ponte in attesa dell’immunità costituzionale). E veniamo quindi alla seconda frase:

    L’espressione immunità è diventata un sinonimo di illegalità. Questa equazione va smontata.

    Eh, no, caro mio. L’espressione immunità non è diventata sinonimo di illegalità, bensì di impunità. I parlamentari hanno utilizzato e utilizzano i privilegi previsti dall’articolo 68 della Costituzione (prima e dopo la riforma) per evitare processi che nulla hanno a che fare con la loro carica. Non si trattava e non si tratta spesso e volentieri di persecuzione politica, ma di reati di corruzione, riciclaggio, perfino di mafia. Io sono rimasto nauseato quando ho visto ad Annozero Nicola Cosentino girare tranquillamente per le vie di Roma: una persona normale, al suo posto, sarebbe dietro le sbarre, perché vari gradi di giudizio hanno ritenuto legittima la richiesta di arresto. Questa è impunità.

    L’illegalità, semmai, è commessa dal Parlamento quando nega l’arresto (o l’uso delle intercettazioni o tutto il resto) quando non vi è fumus persecutionis.

    Insomma, a me pare che Alfano, quando parli, non sappia esattamente di che cavolo stia parlando. O che lo sappia e dica delle emerite scemenze: usare begli slogan per far passare incredibili falsità nelle orecchie del cittadino medio, che spesso non sa di che accidenti si sta parlando. Ed è meglio così, perché passa l’idea che il legittimo impedimento e persino l’(abuso dell’)immunità sia fatto per il suo (del cittadino comune) bene, mentre invece è chiaramente per il suo male.

    Sul problema dei tribunali non più competenti riguardo i processi di mafia magari ci torno quando avrò più tempo, perché ci sono osservazioni veramente interessanti da fare.

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