L'Olandese volante

Spiacente, non riesco a farmi trattare da suddito

  • set
    7

    A sentire qualcuno dell’opposizione, la risposta alla domanda di cui nel titolo parrebbe essere positiva. La risposta, da parte mia, è no. Se però mi si chiede se l’Italia sia un regime democratico, la mia risposta è, ancora, no.

    Cerchiamo di fare un’analisi un po’ più approfondita, pur con tutte le critiche che si possono fare e che spero si faranno: partiamo da una definizione di regime autoritario, ovvero quella più accettata di Juan Linz.

    Autoritario è un sistema politico con pluralismo politico limitato e non responsabile, senza una elaborata ideologia guida, ma con mentalità caratteristiche, senza mobilitazione politica estesa o intensa, tranne che in alcuni momenti del suo sviluppo, e con un leader o talora un piccolo gruppo che esercita il potere entro limiti formalmente mal definiti ma in realtà abbastanza prevedibili.

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  • apr
    23

    Vittime di questo sistema

    Autore: Tooby; Categoria: Economia, Politica, Sociale;

    Alla fine sono usciti allo scoperto alcuni dei protagonisti della campagna elettorale, ovvero della cordata per Alitalia: dopo Banca Intesa, oggi è toccato a Ligresti.

    Ma chiediamoci: come mai questi soggetti sono usciti fuori adesso? Perché prima hanno negato?

    Innanzitutto, AirFrance-KLM si è ritirata (quindi niente concorrenza seria per acquistare Alitalia, quindi un prezzo più basso), il governo Prodi ha varato un prestito ponte (quindi i prossimi soci saranno agevolati), ma soprattutto Berlusconi ha vinto le elezioni (diventando quindi una sorta di airbag nel caso qualcosa vada male, visto che è lui a giocarci la faccia – e che, in extremis, potrà contare sull’aiuto dell’amico Putin). Anche i sindacati, forse, saranno contenti, visto che probabilmente si salverà l’ipertrofico personale di Alitalia (non ho nulla contro di loro, sono semplicemente troppi).

    Forse saranno contenti anche gli italiani, per patriottismo: ma forse non avranno notato che Alitalia sarà salvata da noi, o meglio, dai nostri soldi. Il prestito ponte chi lo ha pagato? Lo Stato? E lo Stato da dove li prende i soldi? Dalle nostre tasche.

    Dunque lo Stato ha prestato soldi ad un’azienda che lo Stato stesso ha amministrato in un modo terribile, stornando quindi denaro che teoricamente poteva tradursi in servizi per il cittadino. Adesso quei soldi serviranno a salvare un’azienda che subito dopo verrà privatizzata, a tutto vantaggio di tali privati.

    Sappiamo già che lo Stato (e quindi noi) paga spesso multe per conto dei privati (ricordiamo che Berlusconi mette troppa pubblicità sulle sue tv, guadagnandoci, mentre l’UE ci multa proprio perché Berlusconi mette troppa pubblicità: lui guadagna, noi paghiamo, insomma). Ma il governo Prodi aveva forse alternative?

    No, per vari motivi: innanzitutto, siamo ancora in campagna elettorale. Far fallire Alitalia significa uscire ancora più malconci dalle urne. In secondo luogo, l’alternativa al prestito ponte era il commissariamento, quindi una procedura agevolata per salvare l’azienda, ovvero licenziamenti più semplici, con lo scontento dei sindacati e dei lavoratori, ovviamente contro il governo Prodi (che condivide la colpa con Berlusconi e con se stesso, rispettivamente dal 2001 e dal 1996). In terzo luogo, il commissariamento avrebbe favorito la cordata di Berlusconi, visto che una volta rimessa in piedi quel che rimaneva dell’azienda, essa sarebbe stata un bocconcino ancora più prelibato.

    Insomma, un simpatico gioco di potere e dispetti. Che paghiamo noi. E che, a quanto dicono giornali “comunisti” (ricordiamo che tutto quanto non è nel controllo di Berlusconi è comunista, anche i giornali più liberali di lui) come il Financial Times, The Independent, The Guardian, eccetera, oltre ad essere scorretto, è anche inutile.

    Chissà, forse un giorno ci renderemo conto che la classe politica da quindici anni al potere è incapace, e che ormai giocano a scacchi sulla nostra pelle? E ci renderemo mai conto che le corporazioni (avvocati, industriali, commercianti, sindacati, eccetera) sono troppo miopi per capire che difendendo le proprie prerogative a tutti i costi, strangolano il Paese e soprattutto se stessi?

    L’allarme continua a suonare, ma nessuno sembra sentirlo…

    Dreaming Argentina…

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  • apr
    19

    Un’Italia malata

    Autore: Tooby; Categoria: Economia, Politica, Sociale;

    Sono rimasto molto soddisfatto dalle conferme indirette che ho ricevuto quest’oggi. Le pagine del mio blog riguardo il voto sono state infatti “riprese” sia da statistiche che da opinioni di quotidiani di altissimo livello.

    Innanzitutto la mia analisi del voto è stata corretta, secondo quanto hanno dimostrato le statistiche che Consortium ha confezionato per RAI e SKY TG24; soprattutto, l’analisi smentisce categoricamente quanto ha affermato Diliberto, e conferma quanto ho detto sulla sinistra in Italia: gli operai e tutte le categorie che storicamente stanno a sinistra non hanno saputo rispecchiarsi in quanto proposto dal PD e soprattutto da La Sinistra – l’arcobaleno, e hanno votato a destra, soprattutto la Lega.

    Ma questo ci riporta anche alla seconda conferma che ho ricevuto oggi: la fonte è il Financial Times: in questo articolo Guy Dinmore dipinge un ritratto di Umberto Bossi, ricordando sin dall’inizio che il voto ai partiti antisistema e xenofobi ha caratterizzato spesso la storia italiana quando si trova in un momento di difficoltà.

    Ma queste conferme non mi faranno dormire sugli allori: l’Italia è sempre malata, e questo già lo sapevamo. E Berlusconi, lo ribadisco, non è la soluzione (come non credo possa esserlo questo centrosinistra): anzi, il Financial Times aveva già affermato che Berlusconi è il sintomo di questa malattia, non la cura. Per un principale motivo: è inaccettabile che in un Paese dell’Occidente un uomo possa detenere assieme al potere politico anche il potere mediatico, essendo quindi in grado di razzolare male utilizzando i media per predicare bene (oltre che per attaccare gli avversari, come i telegiornali Mediaset, Studio Aperto e TG4 in primis, ci dimostrano). Insomma, si manipola la realtà attraverso l’informazione. Questo non fa bene all’Italia, questo ci declassa da Paese del primo mondo, quello moderno e avanzato. Il conflitto d’interessi è il tumore d’Italia.

    Non solo: la nostra debolezza offre il fianco agli altri Paesi del mondo, che ne approfittano. A cominciare, per esempio, dalla Cina, che ha boicottato le nostre mozzarelle per un puro fatto economico, non per un pericolo sanitario, che, pur esistendo, era più teorico che reale. Ma la Cina è riuscita a danneggiarci.

    Ma ancora: una rassegna stampa internazionale del Sole 24 Ore non è migliore. Lasciate perdere quello che vi diranno: tutti questi giornali sono al lato opposto del comunismo. Il liberale The Economist ricorda che Berlusconi (che dovrebbe essere il leader dei liberali in Italia) è ancora inadatto a governare, ma al conflitto d’interessi e ai procedimenti giudiziari mai conclusi si aggiunge anche il fatto che la situazione economica italiana è molto difficile. L’Italia ha bisogno di una svolta liberale seria, che Berlusconi, già dal 2001 è stata incapace di dare: le prime timide liberalizzazioni le ha fatte il centrosinistra di Prodi nell’ultimo Governo. E c’è ancora molta strada da fare, ed è poco probabile che il governo Berlusconi IV, il prossimo, risulti in grado di risolvere la situazione. Anzi, la possibilità che Giulio Tremonti, l’uomo condono, diventi ministro dell’economia allontana questo auspicio; giusto oggi Tremonti ha affermato cose che non stanno né in cielo né in terra: «il testo [che Mario Draghi, governatore di Bankitalia, ha presentato per risolvere la crisi economica mondiale, nda] non contiene la realtà delle nazionalizzazioni che sono state fatte e che si faranno in futuro». Nazionalizzazioni? Ma siamo pazzi? Siamo tornati negli anni Trenta, sotto il fascismo? Senza contare che Tremonti vorrebbe ripristinare i dazi: assieme alle pressioni della Lega, questo potrebbe essere il colpo di grazia per la nostra permanenza in Europa (senza dimenticare la tendenza storicamente accertata che ha il centrodestra di spendere e spandere senza avere soldi, dimenticando i vincoli del Trattato di Maastricht).

    Il primo banco di prova sarà Alitalia, ma la situazione è al limite del possibile: ormai sparita la cordata italiana, Berlusconi vorrebbe vendere, invece che ai francesi, all’amico Vladimir Putin, a patto che sugli aerei rimanga la bandierina di Alitalia. Staremo a vedere cosa succederà.

    Non sono tuttavia sicuro che il centrosinistra di adesso possa fare di meglio: certo, il governo Prodi ha fatto molto bene sul fronte della finanza pubblica. Eurostat ci informa oggi che il centrosinistra ha decisamente migliorato la situazione dei conti pubblici: il rapporto Deficit/PIL è passato da 3,4% a 1,9% (però la Germania, che circa cinque anni fa era al nostro stesso livello, è scesa allo 0%…due anni di Prodi non possono fare miracoli, dopo che i governi Berlusconi se n’erano serenamente infischiati), mentre il rapporto debito/PIL migliora, passando al 104% (anche se la situazione è ancora drammatica – da questo punto di vista rimaniamo il peggiore Paese del mondo).

    Anche il fatto che la Sinistra sia fuori dal Parlamento è sintomo della malattia del Paese. Ed è per questo che questo sintomo va curato: come ho già detto ieri vanno aperti subito i conti per dare un taglio al passato. Il comunismo è finito, bisogna rendersene conto una volta per tutte. La Sinistra deve riprendersi il PD, per diventare una grande forza riformista, non massimalista, ma moderna e laica, perché questo porterà ad una grande riforma anche nel centrodestra, a tutto vantaggio del nostro Paese. L’Italia deve prendere ad esempio la Spagna: negli ultimi dieci anni, con Aznar e Zapatero, la Spagna è cresciuta del 3% l’anno, e oggi, con la crisi in atto, scenderà sotto il 2%; che è sempre tantissimo, se pensiamo che l’Italia, rimasta indietro, crescerà solo dello 0,6% quest’anno.

    Ma non solo: come ci fa notare il solito Sole, il governo Zapatero, nel solo ultimo anno, ha accumulato un tesoretto di 20 miliardi, e non avendo debito pubblico da smaltire, sarà usato per una politica macroeconomica espansionista (una manovra anticiclica, o keynesiana, in gergo), per sostenere la domanda: verranno tagliate le tasse, verranno costruite nuove case, senza dimenticare l’aiuto alla formazione, che nel medio lungo periodo aiuterà la Spagna a crescere sempre più e più velocemente, e non mancheranno i finanziamenti per le infrastrutture, che oltre a modernizzare il Paese, daranno lavoro agli spagnoli.

    Ci aspettano due anni difficili: siamo in mano a Berlusconi, e possiamo solo sperare, almeno per come al vedo io, non vada troppo male. Il centrosinistra, tuttavia, dovrà approfittare di questa pausa per costruire una vera alternativa a Berlusconi, prendendo esempio da Zapatero. E per questo il centrosinistra deve epurarsi del vecchio, ovvero smaltire le ideologie anacronistiche e mandare a casa i vecchi, ormai troppo incollati alla poltrona per vedere cosa accade fuori dalla finestra e troppo collusi con i poteri forti, a cominciare dalla Chiesa, dai sindacati troppo radicali e dall’alta finanza. Tutti questi devono rendersi conto di essere interlocutori, non protagonisti, della vita politica. La politica deve essere sola, dialogare con tutti, ma decidere in modo che sia il meglio per tutti, non solo per la Chiesa, non solo per i sindacati, non solo per l’alta finanza, non solo per gli altri poteri, ormai sempre più lontani dal Paese reale preso nel suo complesso, che se ne frega delle prerogative, dei privilegi e dei guadagni che essi godono, ma che il Paese reale non può. Solo in questo modo il Paese può riprendersi: siamo quasi sessanta milioni, tutto questo è inammissibile.

    Ma oggi non è così: la politica è mischiata e invischiata in tutto, alternativamente queste elite, assieme a tutte le corporazioni, la comprimono per soddisfare i propri bisogni, per difendere le proprie prerogative e i propri principi. L’Italia, sino ad ora, ha vissuto di rendita: i soldi del piano Marshall prima e del debito pubblico poi sono stati investiti a tutto vantaggio dei poteri forti. E forse molti dei miei lettori, o i loro genitori, o i nonni, ne hanno beneficiato. E a loro e a tutti chiedo: quel vantaggio oggi vi/ci ha salvato? Tutto questo ha fatto bene al nostro Paese, che da anni sopporta senza poter fare nulla? Siamo diventati più ricchi? Siamo diventati più felici? Siamo diventati più liberi? Siamo diventati più sereni?

    La risposta a queste domande l’avete davanti agli occhi: è giunto il momento di dire no. L’egoismo, sia personale che corporativo, ecclesiastico, sindacale, non ci porterà da nessuna parte. Come da nessuna parte ci ha portato sino ad ora.

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  • mar
    21

    Alitalia: una storia italiana

    Autore: Tooby; Categoria: Economia, Politica;

    Post in due parti: nella prima c’è la storia di Alitalia, nella seconda le mie considerazioni, proiettate sulla situazione politica, sociale, economica e culturale italiana (considerazioni brevi, che spero di svolgere in un secondo post)

    Il caso Alitalia

    Nascita: Il 5 maggio 1947 l’Alitalia compie il suo primo volo, da Roma a Catania. Nasce una grande impresa, che oggi conta più di ventimila dipendenti. Ma Alitalia nasce già zoppa: come molte delle grandi imprese italiane, è posseduta dall’IRI, il che vuol dire che gode dell’assistenza dello Stato. Ma l’azienda non parte male: ha un buon presidente (Nicolò Carandini, liberale con eccellenti relazioni internazionali) e un amministratore delegato che ci capisce di aerei (Bruno Velani, ingegnere aeronautico e pilota militare).

    Apice: In dieci anni Alitalia è amministrata abbastanza decentemente da permettere un grande sviluppo, che porterà gli aerei battenti la sua bandiera in tutto il mondo e a prezzi tutto sommato economici. Negli anni Sessanta raggiunge il milione di passeggeri. Nel 1968 è il terzo vettore europeo e il settimo nel mondo. Fattura 140 miliardi di lire, ha 10mila dipendenti e vola in 70 Paesi del mondo.

    Ma all’alba degli anni Settanta, quei signori che ho citato sopra (il Presidente e l’AD) devono lasciare Alitalia, dopo vent’anni di grande servizio. Caso vuole che proprio in quel periodo comincia la deregolamentazione del mercato dell’aerotrasporto, l’inizio della concorrenza e la fine degli aiuti pubbllici. E Alitalia è ancora azienda pubblica, non ha alleati e, a causa della fine degli aiuti di Stato, ha le casse vuote.

    La situazione al’estero e lo scandalo italiano: Ma perché questi problemi non accadono anche ad altre compagnie europee? Citerò un episodio: Alitalia era la compagnia al servizio dei politici. Se un parlamentare, poniamo, siciliano doveva essere a Roma per le otto, la sera prima telefonava in Alitalia e diceva che il giorno dopo gli sarebbe servito un volo alle sei: passeggeri, lui e i suoi tre collaboratori. Alitalia, azienda pubblica, in mano allo Stato, doveva farlo. Altrove, gli avrebbero riso in faccia, ma con Alitalia non è così. Spreco di denaro pubblico, visto che il volo l’hanno pagato i contribuenti. Ma non solo.

    Il problema è anche e soprattutto strategico: mentre altrove si privatizza, si creano grandi piani industriali, in Italia o si fa troppo poco o si fa troppo. Gli amministratori sono manager professionisti, ma avendo studiato all’estero non sono in grado di dare ad Alitalia quello che l’azienda necessita, anche a causa di veti politici (Alitalia è ancora al 100% in mano al Tesoro).

    Prime crisi, primi interventi: Nel 1996 arriva Cempella, che trova tremila miliardi di debiti, dieci anni di perdite e tensioni con i dipendenti. La situazione è critica, ma è ancora risolvibile. L’importante è che Alitalia cessi di essere azienda pubblica, e impari a convivere con il mercato (che in Italia non esisteva e non ancora esiste). Cempella compie un’opera tutto sommato encomiabile: tagli agli stipendi, e ingresso dei dipendenti nell’azionariato. Una manovra che è usata ancor oggi in Paesi più avanzati per assicurarsi la fedeltà dei dipendenti, consci che i loro guadagni dipendono dal loro lavoro. Ma l’Italia non è pronta per una simile svolta epocale come questa, e infatti la CGIL di Sergio Cofferati mette il veto, e l’opera di Cempella è già monca.

    La prima (timida) privatizzazione: Ma non tutto è perduto: nel 1996 il governo di Romano Prodi (che a lungo è stato a capo dell’IRI) vara una timida privatizzazione. Il 21% viene diviso fra i dipendenti,mentre il 15% finisce sul mercato. Lo Stato è ancora saldamente al comando, ma l’azione ha un successo formidabile, ma viene commesso il primo errore: non completare la privatizzazione. Se l’avesse fatto in base al successo della prima tranche, se avesse continuato a privatizzare come era già avvenuto all’estero, lo Stato avrebbe incamerato quattrini e non saremmo oggi costretti a privatizzare svendendo.

    L’azione dell’Unione Europea e il sonno del governo italiano: Ma Alitalia ha ancora tremila miliardi di debiti, e Cempella chiede all’azionista di ricapitalizzare. Ma l’azionista è lo Stato, e il piano va approvato dall’Unione Europea. A causa anche della pigrizia del Governo italiano, la UE assegna linee guida per la ricapitalizzazione: non possono servire a ripianare i debiti, ma solo per investire. Come farebbe un investitore privato. L’opposizione del governo avrebbe potuto cambiare la storia, visto che azioni simili erano state portate avanti (e vinte) da Air France e Iberia, ma Alitalia è lasciata sola. L’azienda fa ricorso e lo vince. Ma è ormai la fine del 2000, ed è troppo tardi.

    Malpensa 2000: Ma la UE non aveva bocciato il piano solo per le condizioni industriali, ma per tutto un atteggiamento del governo in materia di trasporto aereo. Il problema è anche Malpensa 2000: la SEA vuole costruire un grande hub, concorrente di Francoforte e Parigi. L’Europa è entusiasta, ed eroga 400 miliardi di lire da ripagare in 15 anni per la costruzione dell’aeroporto. Ma la colpa è ancora una volta del governo: fra le condizioni imposte dall’Europa c’è la costruzione delle infrastrutture per permettere l’accesso a Malpensa. Per l’Italia è una grandissima occasione, visto che un hub porta ricchezza e prosperità: la Bocconi ha stimato 150mila posti di lavoro e dieci miliardi di euro di valore. Ma l’occasione è clamorosamente perduta.

    L’esplosione delle low cost: Intanto nascono le low cost, che cominciano ad offrire, a prezzi irrisori, viaggi a media e corta percorrenza. Mentre le altre compagnie di bandiera comprendono di non poter competere senza abbassare la qualità (cosa impossibile per una compagnia di punta), puntano ai voli a lunga percorrenza, dove le low cost non possono competere. E Alitalia che fa? Sbaglia tutto e punta a competere con le low cost sul breve e medio (non dimentichiamo che ci sono ancora i politici che, come tanto tempo fa, volano -gratis- in prima classe con Alitalia, e che non possono ridursi a volare con le scomodissime -per loro- low cost). Risultato: altre perdite. E quando Alitalia si accorge dell’errore, il treno dei voli a lunga percorrenza è perduto.

    Malpensa 2000, il governo dorme ancora: La colpa? Ancora di un governo incapace: Prodi, che è sempre stato presidente dell’IRI, è per questo in grado di manipolare il management di Alitalia, e commette la prima sciocchezza, ovvero Alitalia chiederà un aumento degli slot su Linate, invece di prenotare quelli su Malpensa. Poi ancora il governo “dimentica” di costruire le infrastrutture necessarie, e la costruzione dello hub va a rilento. Le compagnie estere rifiutano di trasferirsi da Linate a Malpensa, e hanno ragione: chi vorrebbe andare in un aeroporto nel deserto? Gli unici a astenersi sono, guarda caso, Air France e KLM.

    L’alleanza (tentata) con KLM: E proprio con KLM Alitalia decide di aprire le trattative: Cempella vuole allearsi con gli olandesi, e questo porterebbe alla costituzione della prima compagnia aerea europea. Un grande risultato, un grande accordo, che offre la possibilità, per il governo, di uscire dalla compagnia, far quattrini e lasciare che sia Alitalia ad autoregolamentarsi per essere un’azienda sana e forte. Ma il governo compie ancora passi falsi, stavolta anche con la Giunta del Comune di Milano. Malpensa 2000, pilastro dell’accordo con KLM, è sempre più lontano, pur essendoci un accordo sulla carta che definire favoloso è dire poco.

    Cronaca di una guerra intestina: E nel 1998 cade il governo Prodi e il nuovo governo D’Alema ne combina di cotte e di crude. Uno scontro fra il ministro dei trasporti Treu e quello dell’ambiente Ronchi stronca la partenza di Malpensa 2000, mentre il Governo non si oppone alle decisione dell’Unione Europea, evidentemente pressata dagli altri governi, tedeschi e inglesi in primis. Un giorno prima del trasferimento da Linate a Malpensa, Treu blocca tutto. L’inizio della fine.

    KLM se ne va: KLM decide che ne ha piene le scatole dell’immobilismo del Palazzo italiano, tanto che preferisce pagare una penale di 250 milioni di euro e rischiare di fallire, piuttosto che avere a che fare con gente del genere! Troppe ingerenze, troppe guerre fratricide interne a tutti i livelli. Il 20 aprile del 1999 KLM se ne va e finisce fra le braccia di Air France, mentre Alitalia è sola e deve gestire tre hub, Fiumicino, Linate e ovviamente Malpensa.

    L’11 settembre e le nuove crisi: Arriva poi l’11 settembre 2001 e la crisi per tutte le compagnie aeree. Cempella, dopo cinque anni di amministrazione e di successi intravisti e non conseguiti, lascia Alitalia. Al suo posto, Giuliano Amato chiama Francesco Mengozzi, manager professionista, ma che non è addentro al sistema dell’aerotrasporto. Completamente inadatto all’incarico, lascia dopo mille giorni, dopo avere ridimensionato l’azienda per far fronte alle perdite. Ma non è sufficiente.

    “Dovete privatizzare!”: Il nuovo capo del governo, Silvio Berlusconi, con lo stile che gli si confà, chiama esperti americani, i quali sono indecisi se ridere o disperarsi: in poche parole, dicono al governo italiano di essere un ingenuo frescone per non dire totale babbeo. Una sola cosa da fare, prima di subito. Privatizzare. Ancora una volta, dopo tanti anni, la parola d’ordine è sempre la stessa: privatizzare. Mentre all’estero i governi aiutano le compagnie aeree in modo discreto, se le aiutano, in Italia Alitalia è l’azienda al servizio delle forze politiche, e per questo non può essere privatizzata. Le forze politiche dimenticano che Alitalia deve essere al servizio del pubblico. I politici dimenticano ancora una volta i cittadini.

    Promesse non mantenute: Air France, unica altra azienda ancora in mano allo Stato, oltre Alitalia, viene privatizzata nel 2003 e si allea con KLM. Il governo Berlusconi annuncia a sua volta la privatizzazione, ma non dice né come né quando. I sindacati, altra delle numerose corporazioni medievali presenti in Italia, si oppone, e Berlusconi si arrende. Alitalia rimane in mano allo Stato, e va così alla giornata.

    L’era Cimoli, gli stipendi scandalo e una seconda (timida) privatizzazione: Il 6 maggio 2003 Berlusconi chiama Giancarlo Cimoli: l’azienda perde, in quel momento, un milione di euro al giorno. Cimoli presenta un nuovo piano di tagli, ma contemporaneamente si autoaumenta lo stipendio fino a tre milioni di euro all’anno, sei volte lo stipendio del suo omologo di Air France, azienda che però non è in profondo rosso come Alitalia. In compenso, Alitalia dimentica di rinnovare la concessione per i voli da e verso la Sardegna, che finiscono ad Air One e Meridiana. Il Tesoro privatizza timidamente ancora un po’, e scende al 49%, abbastanza per mantenere ancora il controllo, troppo per salvare Alitalia. Dopo aver racimolato dieci milioni di euro di stipendio, nel 2006 Cimoli se ne va, pretendendo una buonuscita di otto milioni, e il governo Berlusconi lo permette.

    Dal buco nero non si può più uscire: Nel 2004 Air France e KLM si fondono, e affermano di essere ben lieti di unirsi ad Alitalia in futuro, ma prima essa deve essere risanata e privatizzata. Alitalia subisce ancora tagli. Il governo decide di vendere: Alitalia è perduta. Ma il peggio non è ancora finito. Dopo un primo tentativo di vendita, condotto dal nuovo governo Prodi, i potenziali acquirenti comprendono che l’invito a proporre del governo punta troppo in alto per il reale valore dell’azienda, e lasciano. La strada dell’asta viene abbandonata, e si punta alla vendita trattando con un solo partner. Viene scelto Air France-KLM, insieme a Lehman Brothers, sotto la guida di Mengozzi (ve lo ricordate?). Ma ancora una volta, cade il governo. Intanto Alitalia decide di abbandonare Malpensa dall’estate 2008: un fulmine a ciel sereno, che non permette alla SEA, che gestisce l’aeroporto, di correre ai ripari. Malpensa rischia la chiusura, e l’economia del Nord, in un momento di crisi come questo, rischia l’implosione. La SEA ricorre contro Malpensa e chiede ad Alitalia un risarcimento di 1,2 miliardi di euro.

    Conclusioni

    La tragedia di Alitalia è il simbolo di una storia, quella italiana, ormai fuori dal mondo. Mentre in tutto l’Occidente nasce l’economia di mercato, in Italia le corporazioni di modello medioevale lo fermano. Mentre in Occidente si lascia che siano i privati a offrire determinati servizi (ad esempio questo), magari con incentivi di Stato, in Italia lo Stato, invece di garantire semplicemente diritti e sicurezza, si comporta in modo paternalistico, nazionalizzando e mai privatizzando. Le aziende chiave del Paese non vengono assegnate in base alle competenze, come avverrebbe in regime di mercato, ma lottizzate, in modo da soddisfare questo o quel partito. La storia di Alitalia ne mostra le conseguenze: manager incapaci di fronteggiare la crisi, per incapacità propria o per veti politici, l’azienda che si arrende perché, a lungo protetta dallo Stato dalla concorrenza, con la deregulation e il progresso si ritrova senza gli anticorpi necessari per fronteggiare la concorrenza.

    Le corporazioni italiane, da Confindustria ai sindacati, dai notai ai farmacisti, i governi, di destra e sinistra, decisamente fuori da un mondo cambiato rispetto ai politici che li guidano, ancora fermi agli anni Settanta, oltre a vere e proprie demolizioni dello Stato di diritto grazie a leggi a favore di questa o quella persona, bloccano lo sviluppo di una solida economia di mercato.

    In Italia sono ancora presenti monopoli legali o di fatto, legati a quell’azienda o a quella corporazione, privilegi, non solo all’interno della classe politica, e una giustizia troppo lenta per un processo economico che oggi è velocissimo. Tutte queste caratteristiche, unite all’atteggiamento paternalistico dello Stato, erano proprie dello Stato assoluto, e l’economia di mercato non poteva svilupparsi in un ambiente simile, portando alla nascita dello Stato liberale.

    L’Italia è arretrata, governata male da persone completamente lontane dalle reali necessità del Paese, che oggi è immerso in una realtà completamente diversa.

    A me tutto questo ricorda drammaticamente qualcosa, senza ovviamente dimenticare esempi più recenti di malgoverno

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  • Cinguettii del 18-03-2010
    • Cinguettii del 17-03-2010 http://goo.gl/fb/a30K #sideblog #brevi
    • Photo: Politici in tv, tutto a governo e PdL (Schifo Aperto indecente, peggio del TG4) | via Polisblog http://tumblr.com/xuj7jr4cc
    • La Corte Costituzionale è in camera di consiglio per decidere la sospensione del decreto interpretativo
    • Le toghe "rosse" arrestano Frisullo (PD) a una settimana dal voto. Vediamo se Cicchitto rompe le scatole con la giustizia a orologeria.
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