La terza via per le banche venete, la “liquidazione ordinata”, non esiste

Sta facendo impazzire (letteralmente) la storia della terza via che permetterebbe miracolosamente di salvare le banche venete insieme a capre e cavoli. Peccato che, purtroppo, sembra che i proponenti della terza via non ci abbiano capito un cavolo, appunto.

La crisi delle banche venete che sta facendo impazzire (letteralmente, in certi casi) gli osservatori dei casini italiani si è arricchita dell’ennesimo, ridicolo, colpo di scena. Sarebbe emersa una “terza via” per risolvere la crisi di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza: si tratta, in breve, di un caso speciale della liquidazione coatta amministrativa che avrebbe lo scopo di evitare sia il bail in o il burden sharing che la liquidazione coatta amministrativa che avrebbero conseguenze delicate sul sistema bancario e sull’economia in generale.

Il problema è che questa terza via non solo non esiste, ma non risolve tutti i problemi (in particolare uno: il contagio).

A che punto siamo

Molto banalmente, come ha benissimamente spiegato negli ultimi anni la nostra Marta Panicucci, le due banche hanno un buco di bilancio (ovvero il passivo è maggiore dell’attivo), e questo buco va riempito in qualche modo (ovvero riducendo il passivo, aumentando l’attivo o una combinazione delle due cose). In pratica le possibilità offerte dalla normativa sono sostanzialmente due: o qualcuno ci mette dei soldi oppure qualcuno perde dei soldi (o una combinazione delle due cose).

Il bail-in e il burden sharing

L’unico soggetto che ha soldi da buttare nel braciere delle venete è lo Stato, che però non può intervenire da solo. È necessario applicare una forma di bail-in e di burden sharing. Questo significa che devono essere azzerate alcune categorie di creditori della banca (cioè azionisti, obbligazionisti ed, eventualmente, depositanti fino a 100mila euro) fino ad almeno la metà dei soldi richiesti. Il resto verrebbe iniettato dallo Stato.

Questa soluzione pone tre problemi:

  1. è lo Stato, ovvero i contribuenti, ovvero noi, a pagare, almeno in parte;
  2. piccoli investitori e risparmiatori verrebbero buttati sotto un carro armato, e questo non è bello alla vigilia di un ciclo elettorale;
  3. il contagio verrebbe diffuso alle altre banche del sistema attraverso il quasi unico azionista delle venete, ovvero Atlante: le banche che hanno investito in Atlante perderebbero i loro investimenti e questo aggraverebbe la crisi del sistema (come ha scritto la nostra Marta qui);

Come si può notare questa soluzione non è facilmente applicabile, ma sembra l’unica possibile. Per questa ragione lo Stato sta cercando di ottenere dall’Europa uno sconto per far sperare che la copertina, già molto corta, basti a coprire questa crisi.

La liquidazione coatta amministrativa

L’altra soluzione è la liquidazione coatta amministrativa, ovvero un caso speciale del fallimento. Molto semplicemente la banca chiude, si vendono tutti gli attivi, si pagano i passivi per quanto possibile e gli altri, come si dice in gergo tecnico, si attaccano al tram. È un caso speciale del fallimento perché, oltre a curare l’interesse stesso del fallimento, è necessario tutelare alcuni interessi pubblici (nel caso delle banche, evitare il ritorno all’età della pietra).

Senza entrare nei dettagli, questa soluzione pone due problemi:

  1. bisognerebbe richiamare mutui e prestiti. Questo significa che un’azienda che ha comprato un nuovo capannone e assunto nuovi dipendenti per espandersi deve ripagare tutto e subito e non in cinque, dieci, venti anni. Questo significa licenziamenti; le famiglie che hanno contratto mutui perderebbero la casa; varie ed eventuali. Anche questo non è bello alla vigilia di un ciclo elettorale;
  2. gli altri che si attaccano al tram sono sicuramente gli azionisti, e molto probabilmente gli obbligazionisti: rientriamo quindi nei casi 2 e 3 di cui parlavamo qualche paragrafo prima.

Anche questa situazione non è facilmente applicabile, perché rischia di stroncare il Veneto (famiglie, imprese, comuni, province) e tutto quello che dipende dal Veneto, senza riuscire comunque a evitare che il contagio dilaghi al resto del sistema bancario e quindi all’economia.

La terza via (che non esiste)

La terza via si rifà ad una comunicazione della Commissione Europea, nella fattispecie gli articoli 65, 66 e 67. Traducendo dal tecnocratese questi articoli affermano:

  • Articolo 65: “per piacere non fate scoppiare le banche. Per. Piacere.”
  • Articolo 66: “lo stato può intervenire per evitare di far scoppiare le banche, ma deve rispettare l’articolo 44” (che dice che bisogna spazzare via azionisti, obbligazionisti e depositanti fintanto che è necessario: questo si può evitare se, come dice l’articolo 45, questo rischia di creare altri problemi, più grossi)
  • L’articolo 67, infine, dice che bisogna applicare, nel caso italiano, la liquidazione coatta amministrativa.

Secondo i promotori di questa idea, però, l’articolo 67, in realtà, introdurrebbe un sottocaso della liquidazione coatta amministrativa, che è a sua volta un sottocaso del diritto fallimentare. La banca, in pratica, dovrebbe rimanere in piedi in modalità zombie per incassare, con calma, mutui e prestiti, senza poterne erogare di nuovi e senza poter fare altre operazioni. Si tratterebbe di una liquidazione coatta amministrativa perpetua. Chi ha studiato le basi del diritto fallimentare già noterà qualche problema, per gli altri ci arriviamo subito.

Prima di arrivare al nocciolo del problema facciamo mente locale: stiamo parlando di due banche che hanno un buco di bilancio, ovvero gli attivi sono minori dei passivi. Se fosse il contrario le banche non sarebbero in crisi o almeno la situazione si potrebbe risolvere molto più semplicemente. La “liquidazione ordinata” non risolverebbe questo problema: anche aspettando trent’anni resterebbero comunque diversi miliardi da trovare, l’unica differenza è che rischiano di essere un multiplo di quelli che bisognerebbe trovare oggi.

Insomma, è estremamente improbabile che aspettando qualche decennio si riescano a trovare i soldi per pagare obbligazionisti e depositanti (figurarsi gli azionisti). Non riusciamo a credere che sia questo quello che vogliono i promotori: pensiamo piuttosto, molto più semplicemente, che i promotori della terza via si siano semplicemente dimenticati del problema di dover richiamare prestiti e mutui erogati. I promotori, in pratica, si sono soltanto focalizzati sulla protezione di alcune categorie di creditori, dimenticando tutte le conseguenze del caso. Capita.

E arriviamo il problema fondamentale: questa terza via non esiste nel diritto fallimentare italiano, per cui andrebbe inventato ad hoc un sistema che faccia fallire un’azienda (due banche, in questo caso) tutelando esplicitamente in maniera straordinaria certe categorie di creditori. Non può succedere perché bisognerebbe dare fuoco all’attuale diritto fallimentare e anche a quello societario. L’interesse del fallimento non è tutelare i creditori, bensì il fallimento stesso, ovvero fare in modo che si faccia male meno gente possibile stabilendo un certo ordine di priorità su chi deve farsi male di più e di meno.

E in ogni caso, lo ribadiamo, la terza via di cui all’articolo 67 della Comunicazione è la liquidazione coatta amministrativa, che nella fattispecie equivale a un bombardamento del Nord Est.

Una storia italiana: perché risolvere i problemi se puoi aggirarli?

L’unica “terza via” che renderebbe vagamente applicabile l’unicorno rosa che produce gelati appena descritto sarebbe avviare la risoluzione o liquidazione della banca e predisporre subito la vendita ad un soggetto che si assumerebbe i crediti e alcuni debiti (i depositanti), eventualmente iniettando capitale fresco per fare fronte alle svalutazioni dei crediti in difficoltà. In questo modo verrebbero spazzati via “solo” obbligazionisti (che lo Stato, eventualmente, potrebbe rimborsare) e azionisti.

Il problema di questa soluzione è che gli azionisti delle venete sono altre banche, e nessuna di esse ha la minima intenzione di buttare altro denaro nell’altoforno. In altre parole, non esiste questo cavaliere bianco che dovrebbe salvare le venete. Detto con altre parole ancora, stando così le cose, non ci sono soldi per salvare tutti i soggetti coinvolti in questa tragedia, e qualcuno dovrà finire sott’acqua. A rischio sono soprattutto le banche, che hanno deciso, per motivazioni che nulla hanno a che fare con la prudenza, di investire in un veicolo scellerato come Atlante, il cui unico risultato è stato diffondere più efficacemente la malattia di un sistema bancario che definire traballante è riduttivo.

Non sarà interpretando fantasiosamente le regole europee che si risolveranno i gravi problemi di questo Paese, problemi peraltro banalissimi che però diventano insormontabili perché ogni volta si cercano soluzioni per aggirare il problema, non per risolverlo. Meno male che l’Europa sta cominciando a chiederci di fare le persone serie.

Meno male per modo di dire, perché sarà in ogni caso molto doloroso.

Per IBTimes Italia