Tooby, L'Olandese volante Cerco di dire cose sensate
  • mar
    21

    L’imprenditore è cattivo per definizione

    Autore: Giovanni De Mizio @ToobyTweet

    ChildrensofFatimaAncora un post che prende spunto dalle esternazioni di un megablogger che poco ci capisce di economia spicciola, ma molto appare alla Madonna.

    Dice, in sostanza, che un imprenditore non dovrebbe licenziare se ha manodopera in eccesso, neanche in momenti di crisi come quello attuale, in cui la produzione industriale è tornata sui livelli di venti anni fa.

    Dunque, ipotizziamo un imprenditore che ha dieci operai, ma che in questo momento di crisi ne necessita solo otto. Se ha la “libertà” (che poi libertà non è, ma sorvoliamo) di licenziarne due, li licenzia, e lo Stato si fa carico di loro attraverso gli ammortizzatori sociali, in attesa che l’attività economica riprenda e che quindi il mercato richieda il lavoro dei due licenziati (e delle loro competenze, auspicabilmente aumentate da corsi di formazione, ma qui entriamo in un altro topic).

    Se invece questa “libertà” non ce l’ha, e cioè è costretto a tenersi in fabbrica manodopera in eccesso, che non può permettersi, se la crisi dura anni (come quella attuale) molto probabilmente l’imprenditore finirà in perdita e chiuderà la baracca, e lo Stato (cioè quelli che un lavoro ancora ce l’hanno e pagano le tasse) dovrà sobbarcarsi il costo non di due, bensì di dieci licenziati (e relative famiglie). Se vietare il licenziamento protegge i posti di lavoro, allora presto vedremo asini con jet pack sfrecciare nei cieli.

    Sia ben chiaro, non stiamo parlando dell’imprenditore che assume e licenzia precari fino a cadere nello schiavismo: parliamo di imprenditori normali, onesti, in buona fede, che licenziano se è proprio necessario per far sopravvivere l’azienda, e che lo fanno a malincuore, visto che ogni lavoratore che se ne va porta via con sé un bagaglio di know-how che potrebbe essere difficile rimpiazzare, e che si traduce con una perdita per l’impresa.

    Mantenere sul mercato una rigidità come quella di sopra, in aggiunta, significa fare un favore agli schiavisti, di quelli che lucrano sulla pelle dei lavoratori. L’imprenditore onesto è costretto a chiudere, lo schiavista continua a tenere basso il costo della manodopera assumendo e licenziando precari come fossero chiavi inglesi.

    Né risolvi il problema del precariato togliendo di mezzo la flessibilità: se costringi l’imprenditore ad assumere solo in modo rigido (quindi più costoso), questi o ha i soldi per farlo o non li ha, e in tempi come questi di solito è la seconda, per cui non assume, o se ne va in Polonia e Romania.

    Fra i tanti miti e totem da sfatare sul mercato del lavoro (si veda anche questo articolo), c’è anche quello che l’imprenditore (aka il padrone) sia cattivo per definizione, e che quando licenzia è un mostro, anche se magari ne licenzia due per salvarne otto (ovviamente lo fa per salvare il proprio, di posto di lavoro, non per altruismo, per carità, ma cerchiamo di evitare il moralismo, ed essere invece pragmatici). La riforma del mercato del lavoro è argomento delicato, visto che è stato dimenticato per decenni, con riformicchie sbilenche fatte su o per aggirare uno Statuto dei Lavoratori creato per un’epoca che non esiste più.

    Servirebbero meno ideologia, meno slogan e meno magliette idiote: capisco che si vogliano acchiappare elettori facendo populismo spicciolo, è il momento migliore dopotutto, ma qui c’è una generazione precaria che chiede un po’ di buonsenso, e che dopo quarant’anni di governi pieni solo di slogan, desidererebbe un po’ di fatti.

    Passino gli opinionisti tuttologi “buongiorno, buonasera”, ma i decision maker un corso d’aggiornamento potrebbero farlo (tipo sindacalisti e parlamentari, magari dopo un licenziamento. La giusta causa ce l’avremmo pure: è la miseria che sopportiamo da una ventina d’anni; ma licenziarli è cosa alquanto difficile, visto che le caste si autoalimentano a vicenda).

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  • Sky One

    Bel post. Purtroppo slegato (o quantomeno molto distante) dalla realtà italiana.

  • Makuro

    Tutto vero, per carità… ci mancherebbe altro che il pragmatismo non sia da tenere in considerazione. Però manca un pezzo… tu hai unito la parte onesta dell’imprenditore con la parte corrotta dei sindacati. E questo sarebbe corretto se le maggioranze fossero suddivise in questo modo. Ma ho il sospetto che la maggior parte dei dipendenti non sia alle dipendenze di onesti imprenditori e che la maggior parte dei sindacalisti non stia là a difendere ladri di stipendi.
    Sospetto che, come sempre è successo in Italia, appena dai un qualsiasi strumento a qualcuno, questo lo usa nel modo più furbo possibile (per lui ovviamente), scordandosi amabilmente lo spirito per il quale lo strumento è nato. E dire Cococo mi sembra quasi troppo banale nella sua tristezza. Ma gli esempi li abbiamo davanti e sono in tutti i campi. Siamo un popolo di furbi, amen. Difficile da liquidare una discussione così difficile sullo statuto dei lavoratori con discorsi di pragmatismo, anche perchè sono proprio quelli che ammazzano tutto. Ho un neolaureato che cerca lavoro: fatto: cocopro a 350€ + 300€ rimborso spese, lo appalto a ditta media per 3000€, che lo appalta a ditta con grosso nome per 5000€ che lo vende a grande azienda per 8000€. Che poi licenzia dipendenti perchè troppo costosi per la sua crescita produttiva. Ah, e nel mentre stacca bonus al top management con un rapporto finale sul 730 di 1/80 con il licenziato, premiandolo perchè ha fatto risparmiare 2500€ di dipendente… Questo è il pragmatismo italiano. Compre per 8000 + regalo di Natale e mi lamento che non posso tagliare per 2500. 

  • http://blog.tooby.name Tooby

    Ma infatti non nego che ci siano buoni e cattivi da ambo le parti (figuriamoci). Né dico che la riforma è buona (tutt’altro: vedo un paio di cose buone, ma pure molte incertezze). Dico solo che è inutile accanirsi sui totem e invocare scioperi generali basati sugli slogan: una delle cose da far capire al governo è che sì, ok, bisogna rendere più facile licenziare, ma occorre che un terzo (il giudice) possa intervenire nel caso in cui di tale facilità si abusi (come avviene in Germania), mentre questo diritto nella riforma viene negato (e sostituito con l’indennizzo). In altre parole, il terzo imparziale deve avere la possibilità di distinguere fra buono e cattivo, ma rovesciare il tavolo perché si ribadisca l’inamovibilità (tra l’altro solo di una parte) dei lavoratori mi pare non porti da nessuna parte.

    Pare, invece, che il sindacato si sia congelato contro uno dei pregi della riforma, ignorandone i difetti, e quindi non attivandosi per correggerli. Questo è il succo del mio discorso.

  • Makuro

    Già, verissimo! Ho purtroppo paura che in un paese poco socialmente istruito sia decisamente più facile (leggi “paga di più”) lavorare per slogan che per contenuti… 

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