Bruciare il totem dei precari, costruire quello della dignità

Batak totem 09N9443Un altro dei campi in cui si consuma la guerra fra vecchi (babyboomer) e giovani, oltre le pensioni, è quello del lavoro. Il totem intoccabile si chiama articolo 18 che è metafora per “Statuto dei Lavoratori“.

Lo Statuto dei Lavoratori è nato in un’epoca in cui la condizione lavorativa era “occupato” o “disoccupato”. Quarantuno anni dopo, permetterete, le cose sono un po’ cambiate: è nato un sistema duale in cui da un lato ci sono occupati stabili e dall’altro gli occupati a tempo. Il sistema duale è necessario nell’economia moderna, ma la presenza di totem che hanno reso negli anni il mercato del lavoro rigidissimo ha fatto sì che l’ultima legge di riforma (legge 30 o legge Maroni) lasciasse rigido il sistema a tempo indeterminato, mentre il sistema a tempo determinato è diventato così flessibile da rasentare la schiavitù (i co. co. pro., il contratto più utilizzato a quanto mi risulta, non hanno neanche i più basilari diritti, come esemplificheremo tra un attimo). Uno di questi totem è lo Statuto dei Lavoratori: bisogna eliminarne l’aura sacra e intoccabile, perché fin quando si applicherà solo ad alcuni (i vecchi), ma non ad altri (i giovani), la disoccupazione, specie la giovanile, non calerà (come non è calata negli ultimi sette anni). Oppure lo si può lasciare così, se preferite, però in tal caso consiglio di approvare qualche norma sul suicidio assistito, altrimenti cominceranno a piovere giovani dai balconi. Più di adesso, intendo.

Oggi siamo nella simpatica situazione per cui, ad esempio, una donna con un contratto “normale”, se resta incinta va in maternità e poi torna a lavorare (sperando di trovare posto in qualche asilo nido dove lasciare la creatura); una donna precaria che resta incinta ha due alternative: essere abbandonata dall’azienda presso cui prestava servizio (tecnicamente non si tratta di licenziamento, per cui la copertura dell’articolo 18 va a farsi benedire) o abortire, ammesso che trovi qualche medico disposto a farlo. Che spasso, vero? Boldi o De Sica potrebbero farci uno sketch nel prossimo cinepanettone.

Lo stesso si può dire per ferie, malattie, contributi assistenziali. La donna o l’uomo col co.co.pro. ne hanno meno o, più spesso, non ne hanno proprio.

Nel momento in cui si parla di riforma del mercato del lavoro, le sinistre sinistre dicono no, l’articolo 18 non si tocca. Manco per estenderne la copertura. Perché “toccare l’articolo 18″, nella sinistra vulgata (come ho visto nelle solite vignette populiste di questi giorni), significa, in sostanza, abolirlo e aprire le porte a ogni genere di licenziamento per qualunque causa. Cosa falsissima.

Ogni nuova riforma del mercato del lavoro sarebbe grossomodo applicabile solo ai nuovi contratti: chi ha un lavoro stabile, può stare tranquillo, mentre i precari potranno sperare in contratti migliori dalla prossima volta. All’estero il contratto di lavoro predefinito per i nuovi contratti è quello a tempo indeterminato; in Italia è, de facto, quello precario. Il motivo della differenza è presto detto: all’estero l’essere un lavoratore “flessibile” viene compensato con uno stipendio più elevato, mentre in Italia è quasi uno schiavo negro. Una riforma del mercato del lavoro conterrà (o dovrebbe contenere: tutte le riforme presentate mostrano provvedimenti in tal senso) misure per correggere questa stortura, e cioè fare in modo che il contratto di base sia a tempo indeterminato, mentre gli incarichi a tempo (ripeto, necessari nell’economia moderna) debbano essere pagati di più per compensare minori diritti e più incertezza.

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