Tooby, L'Olandese volante Cerco di dire cose sensate
  • ott
    28

    Meanwhile in Italy (un brutto venerdì. Un altro)

    Autore: Giovanni De Mizio @ToobyTweet

    2004-tsunamiMentre Sarkozy racconta in giro di aver salvato il mondo, ricalcando le orme del latitante del consiglio italiano (cit.), altre cose accadono in una dimensione parallela (quella reale).

    Innanzitutto lo spread fra BTP e Bund decennali perde leggermente significato rispetto a tempo addietro. In questo momento è a 375, non così vicino ai 400: il problema è che questo livello è viziato dalla debolezza del Bund, il cui rendimento ha rialzato la testa (e se i rendimenti del Bund salgono quanto quelli dei BTP lo spread resta fermo, ricordate?).

    Per questo motivo attenzione a chi parlerà di spread in modo trionfale nei prossimi giorni, poiché in questo momento di mercati in rialzo il significato è un po’ falsato. Occorre invece buttare un occhio sui rendimenti del BTP. E qui le cose si fanno brutte.

    L’asta del BTP decennale di stamattina ha fatto registrare rendimenti record che non si vedevano dal 1997, in particolare è stata sfondata la soglia del 6%, oltre la quale si attiva la spirale del debito, ovvero il debito comincia a crescere ad un livello sempre più insostenibile con l’ordinaria amministrazione. In altre parole, più il rendimento resterà sopra il 6%, più si avvicinerà il momento in cui bisognerà calare una misura straordinaria, che potrebbe essere una maxipatrimoniale, da aggiungere alle due maximanovre già varate.

    In altre parole ancora occorrerà l’ennesima mossa recessiva, che aggraverà la recessione che sembra inevitabile arriverà nei prossimi mesi. Ovvero nuovi guai.

    Insomma, a meno di ricominciare a crescere (cosa che al momento avrebbe davvero del miracoloso), il massimo che possiamo fare è prolungare l’agonia, in attesa di sfondare la quota del 7% dei rendimenti che implica il game over.

    Ciò che però rende ancora più grave la crisi in tutta Europa non è solo l’Italia: gran parte dei politici europei sono sotto la soglia della mediocrità, e si ostinano a negare l’evidenza (Sarkozy, ad esempio, che canta vittoria per la riuscita di un meeting di preparazione del calendario di future misure – cioè un meeting sul nulla) e a respingere il necessario paventando fantasmi.

    E qui arriviamo in Germania. La Germania è l’unico Paese di Eurolandia coi conti in ordine (o meno in disordine), ed è l’unico Paese cui sta bene come sta facendo la BCE. Non vuole assolutamente che la BCE tagli i tassi al fine di stimolare la crescita poiché teme l’inflazione, e infatti Trichet li ha addirittura aumentati negli ultimi mesi. Un’idiozia.

    La Germania teme che l’inflazione possa rompere il giocattolino della propria economia. Però a quanto pare Merkel e compari hanno difficoltà a comprendere che se crolla la Grecia, se crolla l’Italia, se crolla pure la Francia, sinceramente dubito che Berlino rimarrà indenne da questo tsunami di proporzioni apocalittiche.

    Posto che non si può tornare indietro (per fortuna), occorrerebbero politici europei di tutt’altro spessore, in grado di capire che è questo il momento di accelerare sull’integrazione europea, che non può più rimanere una semplice unione monetaria. Occorre un vero governo europeo, una vera politica europea che capisca che non si può più pensare al proprio orticello perché siamo tutti sulla stessa scialuppa di salvataggio, e che sia in grado di smuovere quei governi (come quello italiano) che non fanno ciò che devono, e non solo con la moral suasion. E serve pure una banca centrale che sia una vera banca centrale, come quella inglese, che è si indipendente, ma non si è mica rinchiusa in una torre d’avorio ad ignorare la realtà, bensì ha utilizzato i propri strumenti per puntellare il disastro fiscale inglese.

    In questo momento le alternative sono poche, e gli esiti della crisi oscillano fra il male e il malissimo, come evidenziato da questa infografica. Bisogna cambiare le regole del gioco in modo radicale e completare l’Unione Europea, non solo per uscire da questa crisi, ma pure per potere meglio affrontare le sfide del mondo contemporaneo, in cui sono i colossi come USA e BRICS a giocare la partita, e non gli staterelli nazionali più o meno grandi, ormai semplici residui di un tempo che non c’è più.

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