Riassuntone della crisi d’agosto (per capire quella che sta arrivando)

Il governo italiano è intervenuto a Ferragosto con un’ulteriore manovra in salsa tedesca di 45 miliardi che si aggiunge alla precedente di luglio di simile importo (subito bocciata da più parti). Nei giorni successivi, tuttavia, la situazione è tornata a essere gestita “all’italiana”. La prima versione della manovra colpiva le classi mediobasse con nuove tasse e tagli, era fortemente regressiva e depressiva, non conteneva misure strutturali per la crescita, non colpiva l’evasione fiscale, ma aveva un pregio: anche grazie al contributo di solidarietà, i soldi necessari venivano trovati.

Negli ultimi dieci giorni, però, tutto è stato stravolto, si pensa a causa dei sondaggi che vedevano l’elettorato di centrodestra esprimersi in modo nettamente contrario. La manovra è stata riscritta più volte e le misure annunciate il giorno prima sono state cancellate il giorno dopo (di nuovo, pare, dopo le reazioni – pessime – dell’elettorato). Stando alle ultime versioni, sappiamo però che i difetti della manovra originale rimangono, aggravati dal fatto che certe misure (come i miliardi derivanti dalla lotta all’evasione) sembrano sovrastimare le entrate, dunque l’unico pregio della manovra originale è scomparso, e non è ancora chiaro quanti miliardi manchino all’appello. Il Governo naviga a vista, o meglio, a sondaggi. E appare sempre più privo di bussola, come ha dimostrato venerdì il discorso di Sacconi.

Che le cose non stessero andando bene lo si vedeva già dall’andamento dei CDS sull’Italia: nonostante i BTP fossero ben lontani dai minimi (ovvero lo spread lontano dai massimi), le quotazioni delle assicurazioni contro il fallimento dell’Italia continuavano a stazionare sui massimi, sorretti dai sempre più numerosi acquisti da parte delle grandi banche europee, che, com’è ovvio, non ci stanno a perdere soldi. Dopo Deutsche Bank, è notizia di venerdì che anche Unione Banche Italiane ha drasticamente tagliato l’esposizione verso l’Italia, aggiungendo una nuova tegola contro la teoria complottista della speculazione internazionale. Fa notare Francesco Giavazzi, inoltre, che sui mercati in cui la BCE non ha iniettato morfina, il BTP rende l’8,6%, valore enormemente più alto non solo del 5% attuale, ma pure del 6% di agosto (soglia in cui si attiva la spirale del debito pubblico) e quella del 7% che implica il default.

Il deterioramento della fiducia nei confronti dell’Italia (cui guardavamo con una punta di ottimismo appena pochi mesi fa) è ovviamente continuato e che le cose continuino ad andare peggio è dimostrato dal confronto con la Spagna. Dopo mesi in cui i BTP facevano meglio dei corrispettivi Bonos spagnoli, nella seconda metà di agosto abbiamo visto il sorpasso della Spagna sull’Italia nello spread col Bund, prima di pochi punti, poi, venerdì, di ben sedici (311 a 327). Il motivo di questo sorpasso non è tanto da ricercarsi dalle misure anticrisi messe in atto da Zapatero (con voto sicuro, veloce e bipartisan): il sorpasso è infatti avvenuto qualche giorno prima di queste, quando il premier spagnolo ha annunciato la fine anticipata della sua era (che, nonostante l’evidente doping economico, ha dato grande effervescenza all’economia e alla società spagnole), annunciando le proprie dimissioni. I mercati hanno quindi deciso di mettere in stand-by la fiducia sulla Spagna in attesa del prossimo governo pienamente legittimato, e hanno quindi focalizzato la propria attenzione verso l’altro Paese sotto osservazione, ovvero l’Italia e il suo premier, Silvio Berlusconi, che ha smentito le intercettazioni che lo vedevano andarsene da questo «Paese di m…» (ipse dixit). Operatori e commentatori, tuttavia, continuano ad auspicare che l’esito per l’Italia sia il medesimo della Spagna: dimissioni di Berlusconi.

Di fronte a un Governo che ha fallito la sua missione nonostante abbia governato per otto degli ultimi dieci anni, che continua a dare la colpa non solo ai “comunisti”, alla magistratura, alla stampa, alla speculazione e, negli ultimi tempi, all’incolpevole euro, ma pure ai governi precedenti (dimenticando curiosamente i governi Berlusconi che hanno guidato – si fa per dire – l’Italia dal 2001 al 2006), che scrive e riscrive le manovre finanziarie non badando alle necessità del Paese, bensì alle proprie e a quelle del proprio elettorato (circa un terzo del Paese), di fronte a questo e molto altro non stupisce che i mercati non abbiano più alcuna fiducia in noi.

La domanda che quindi si pone per i prossimi mesi è una sola, ovvero se riusciremo o meno a far sì che la rovinosa caduta di Berlusconi non porti con sé anche lo sgretolamento dell’Italia (o almeno di quel che ne resta).

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