Il libro della giungla non è un codice, dopotutto

Leggendo di questa vicenda, appare ovvio come il nostro Paese sia caratterizzato da un livello di civiltà estremamente basso, e che molta gente si sia persa almeno un paio di secoli di evoluzione.

Una volta c’erano signori che, approfittando di ignoranza, particolarismi e mancanza di controllo (oltre che di moralità, ma è sottinteso), facevano e disfacevano le leggi a proprio piacimento. Avete presente il cartone Disney “Robin Hood”, con quel simpaticone del principe Giovanni? Ecco, una volta era così un po’ in tutta Europa, specialmente ai livelli più ramificati (Bracalone, lo sceriffo di Nottingham, per continuare la similitudine).

Poi è arrivata una cosuccia chiamata Rivoluzione francese e con essa l’idea (tra le altre) che la Legge dovesse essere unica e certa (ovvero contenuta in un bel librone chiamato Codice, dove passare col bianchetto e riscriverci su non è troppo semplice – e che, soprattutto non puoi fare, se sei l’applicatore della norma o un giudice).

Sembra niente a guardarla adesso, ma è un’idea che rivoluziona (appunto) l’esistenza della gente: la certezza del diritto è l’essenza stessa della libertà di ogni uomo.

Ebbene in questo Paese no. Questo è un Paese dove puoi scrivere un’ordinanza che vieti un determinato comportamento pur sapendo che quell’ordinanza è illegittima. Infatti tu quell’ordinanza la ritiri poco dopo, in silenzio, così il TAR non può venire a romperti le scatole. Se poi qualcuno si comporta nel modo prima vietato, tu rifai l’ordinanza, punisci il trasgressore (anche solo di facciata, mettendolo alla gogna e/o sabotandogli la carriera), e poi la ritiri un’altra volta. L’illegalità perfettamente legale.

Non è certo una novità: in Italia sono ormai decenni che le maglie della Legge perdono fili, e non solo su questioni idiote come quella del crocifisso. L’ultimo esempio è il lodo Alfano: approvato pur essendo illegittimo, aiuta l’unico beneficiario a bloccare il proprio processo. Poi la Corte Costituzionale lo boccia e l’unico beneficiario che fa? Un’altra legge, il legittimo impedimento, altrettanto illegittima quasi per stessa ammissione della legge stessa, ma che intanto è valida, blocca ancora il processo e dà il tempo di preparare un altro lodo Alfano, e via che ricomincia il loop. E gli esempi, a destra (ex-Cirielli, falso in bilancio) come a sinistra (giusto processo ammazza-Tangentopoli, indulto, per dire), si sprecano e hanno effetti su una inimmaginabile platea di beneficiari (spesso criminali) e vittime.

A suo modo è geniale, ed è il frutto marcio di una classe politica altrettanto marcia che crede che la libertà sia suonare la chitarra elettrica a tutto volume alle tre di notte e chi se ne frega se il vicino domani mattina deve andare in fabbrica.  E se la mattina dopo tu vuoi dormire mentre la vicina vuole passare l’aspirapolvere, per te la libertà è andare a casa sua (o mandare un Feltri, un Brachino o un Ghedini) e romperglielo, urlando, in modo che tutto il condominio senta il messaggio, che è una comunista mangiabambini antropologicamente diversa coi calzini azzurri. È la libertà tipica di Don Rodrigo, la libertà della legge della giungla.

La colpa non è della Legge (o della Costituzione): esse non sono (e non possono essere) perfette. Anche la Costituzione della “meno peggiore” democrazia del mondo, quella degli Stati Uniti, è stata emendata spesso, e addirittura la “patria del mondo moderno” ha attraversato cinque Repubbliche e ancora trova riforme da fare (ad esempio, solo una recente legge cerca di evitare la cohabitation). Chi può rendere perfetto quell’ammasso di parole scritte in un linguaggio incomprensibile ai più sono gli uomini che non vedono nelle leggi uno strumento di potere, bensì la “transustanziazione” della Libertà stessa, e che pertanto non oseranno usarla per scopi deviati, pur legittimamente.

Se quegli uomini saranno tali oppure sindaci di Mandas, dipenderà dal grado di civiltà raggiunto da un determinato Paese. Se il grado di “evoluzione civica” è elevato, interverrà un’autorità di controllo che legittimamente lo mandi via a calci nel sedere (ad esempio un consiglio comunale, un prefetto, un accidenti di ministro), che gli faccia ben capire che se vuole fare e disfare, se vuole costruire e demolire, è meglio che si dedichi al punto croce o ai castelli di sabbia; se poi non c’è questa autorità, sarà il popolo sovrano a mandarlo alla vacanza infame dopo regolari elezioni e con un’adeguata dose di pazienza; e se infine il tizio non è regolarmente e/o liberamente e/o democraticamente eletto, sarà sempre il popolo, appositamente costituito non in collegio elettorale, bensì in turba incazzata con tendenze assassine, a mettere le cose in ordine.

Questo è il percorso evolutivo che la Storia ci insegna, ed era ben chiaro ad uno dei padri fondatori degli USA, Thomas Jefferson, il quale ricordava che l’albero della libertà ogni tanto deve essere bagnato con il sangue di patrioti e tiranni, cosa puntualmente avvenuta in Francia poco meno di due anni dopo la scrittura di tali parole.

L’Italia ha ancora molta strada da fare, prima di raggiungere un grado di civiltà adeguato a quella che, solo sulla carta, è una Repubblica democratica. Ma io sono convinto che prima o poi ce la farà, ce la faremo, perché è una tendenza quasi naturale. Se poi questo avverrà con la Ragione o con il sangue, dipenderà da quanto e quando la classe politica tornerà ad essere terrorizzata dal popolo: perché, per quanto possa sembrare strano, la democrazia nasce e si fonda sulla paura del governante nei confronti dei governati. Che sia paura di non essere rieletti o paura di vedere il proprio collo da un’angolazione “diversa” dal solito, è un discorso abbastanza irrilevante.