Buoni postali, capitolo II

Ricordate l’odissea per cambiare i buoni postali di qualche mese fa? Ebbene, la faccenda si è ripetuta in questi giorni, con la differenza che stavolta non c’era un acquazzone, ma quaranta gradi all’ombra.

Da quel che ho potuto dedurre, però, qualche altra differenza c’è. Stavolta sono tornato direttamente una settimana dopo il giorno in cui avrei dovuto ritirarli, ma ciò non è accaduto. L’impiegato mi ha detto che avrebbero rispedito il fax e che lui stesso avrebbe chiamato l’altro ufficio per sollecitare. «Torni domani» cioè ieri.

Invece sono tornato oggi, e quando l’impiegato mi ha visto avvicinare allo sportello mi ha detto: «Ma lei è quello di mercoledì? Guardi che mi hanno detto che non hanno ancora spedito la conferma perché il fax è rotto». In quel momento, però, interviene l’impiegata che mi stava servendo: «No, guarda, l’hanno spedita mercoledì, eccola qua».

Mentre si stavano compilando tutte le scartoffie si avvicina un’altra impiegata con un fax in mano. Era un altro fax di conferma per i miei buoni «Lo hanno spedito ieri». E mentre discutevano su cosa fare del nuovo fax («Lo buttiamo? Ma se poi dovessero chiedercelo? Ma poi in archivio in che sezione dovremmo metterlo?»), pensavo fra me e me che per essere un fax rotto funzionava anche troppo: sarà mica che l’impiegato dell’altro ufficio doveva scusarsi per la sua negligenza (considerando che la conferma va spedita entro tre giorni e non dopo una settimana e un sollecito)?

Uscendo richiamo i miei per dir loro che almeno per questa volta non servirà mandare il persuasore. Purtroppo ho dimenticato che dovevo anche spedire una raccomandata, quindi domani mi toccherà un altro round nella casa che rende folli.

I prossimi buoni scadranno nel 2010 (e sono titoli in lire, i vecchi lenzuoloni senza codice a barre, dunque illeggibili dalle “moderne” macchinette, quindi preparatevi al terzo capitolo).

Da oggi in poi sottoscriverò solo titoli dematerializzati, preferibilmente dal produttore al consumatore (quindi non titoli di Stato italiani, probabilmente tedeschi e austriaci, alla faccia delle banche e delle loro commissioni).